domenica 28 maggio 2017

Craig Rice: Gli spezzasti il cuore (His Heart Could Break, 1943) - trad. Sara Caraffini. In "Delitti Impossibili", I Bassotti N°125, Polillo Editore, 2012. Retrospettiva, Bibliografia completa ed analisi di racconto



Craig Rice

All’inizio, quando anni fa la collana i Bassotti apparve sul mercato, confesso che rimasi molte volte perplesso e non del tutto convinto dell’offerta: presentava infatti, in parte, titoli che erano già stati presentati da Mondadori. Purtuttavia dopo, come testimoniano anche le interviste apprestate col dott. Polillo, la mia ammirazione e la stima sono sempre più cresciute e oggi devo dire in tutta onestà che le uniche persone del settore che io vorrei conoscere di persona sarebbero proprio lui, Marco Polillo  e Mauro Boncompagni che già conosco da lontano (che è anche suo amico).
Polillo ha proposto e sta continuando a proporre romanzi di autori spesso sconosciuti, ma il merito maggiore a mio parere sta nel riproporre, in controtendenza, antologie di racconti, genere quello delle brevi storie che non è mai stato capito veramente: basti dire che anni fa, quando Mondadori propose l’integrale di Edmund Crispin, del pacchetto facevano parte anche i racconti, ma, chissà come, allora si decise di non proporli confidando nel fatto che il pubblico italiano non avrebbe decretato il loro successo. Di questi errori è piena la storia del mercato editoriale italiano. Ma Polillo non ha mai voluto fare una politica esclusivamente di profitto, se è vero che di queste antologie ne ha proposte svariate nel corso degli anni.
Oggi presenterò una: Delitti Impossibili. Una serie pressochè impressionante di capolavori del genere short story: Brown, Carr, Commings, Talbot, Godfrey… Beh, io ne sceglierò una di una scrittrice molto famosa al suo tempo, Craig Rice, perché a mio parere, è estremamente interessante per diversi motivi.
Craig Rice fu al tempo uno degli scrittori più importanti del suo tempo: nata a Chicago nel 1908 prima di diventare un nome del panorama della narrativa poliziesca, aveva tentato più strade senza successo. Nel 1939 tuttavia vi riuscì, grazie al personaggio da lei creato più amato, l’avvocato Malone:  il romanzo Eight Faces at Three (Contro la legge) le dette la fama. I successivi romanzi crearono il suo successo che fu tale da permetterle di apparire nella copertina del Times nel 1946, cosa che prima di allora non era mai accaduta per gente impegnata nella narrativa mystery. Tuttavia, raggiunto l’apice del successo, denominata addirittura la Dorothy Parker del racconto poliziesco (a significarne la qualità nei racconti), la caduta fu repentina, tanto che nel 1957, dopo aver sperimentato alcoolismo e vari tentativi di suicidio, oltre a cinque diversi matrimoni, la Craig morì “per cause apparentemente naturali”.
In Italia sono stati pubblicati molti suoi romanzi. Non fidatevi della lista su Wikipedia: di romanzi ve ne sono di più di quelli citati lì! E oltretutto vi sono numerosi errori.
Ecco a seguire una lista il più possibile esaustiva:

Romanzi di Craig Rice

8 Faces at 3 (1939; anche "Death at Three" e "Murder Stops the Clock"; John J. Malone) Contro la legge, Il Giallo Mondadori n. 111 (1951)
The Corpse Steps Out (1940; John J. Malone) Il cadavere esce di scena, I Classici del Giallo Mondadori n. 708 (1994)
The Wrong Murder (1940; John J. Malone) Una scommessa da vincere, Il Giallo Mondadori n. 2277 (1992)
The Right Murder (1941; John J. Malone) - Bentornato Malone!, I gialli del secolo n. 146 (1955); ripubblicato come Una scommessa vinta, Il Giallo Mondadori n. 2289 (1992)
Trial by Fury (1941; John J. Malone) - Giustizia sommaria, Il Giallo Mondadori n. 212 (1953)
Telefair (1942; anche Yesterday's Murder) – Ieri hai ucciso, Casini, 1955; L’isola del destino scomparso, Robin, 2003
The Big Midget Murders (1942; John J. Malone) - Undici calze di seta, Il Giallo Mondadori n. 182, 1952
The Sunday Pigeon Murders (1942; Bingo Riggs and Handsome Kusak) -  A colpi di coltello, Il Giallo Mondadori n. 192 (1955)
The Man Who Slept All Day (1942; pseudonimo Michael Venning; Melville Fairr)
Murder Through the Looking Glass (1943; pseudonimo Michael Venning; Melville Fairr) – Fantasma allo specchio, Casini, 1953
Having a Wonderful Crime (Simon, 1943; John J. Malone) – Lasciate fare a Malone, Casini, 1954
The Thursday Turkey Murders (1943; Bingo Riggs e Handsome Kusak) Il tesoro di giovedì, Il Giallo Mondadori n. 125, 1951
To Catch a Thief (1943; pseudonimo Daphne Sanders)
Home Sweet Homicide (1944) - Giallo in famiglia, Il Giallo Mondadori n. 199, 1952
Crime on My Hands (1944)
Jethro Hammer (1944; pseudonimo Michael Venning; Melville Fairr)
The Lucky Stiff (1945, Malone) - La donna ombra, Il Giallo Mondadori n. 147, 1951; I Classici del Giallo Mondadori n. 1267 (2011)
The Fourth Postman (1948; John J. Malone) - I quattro portalettere, Il Giallo Mondadori n. 115, 1951
Innocent Bystander (1949) – Un complice innocente, Casini, 1955
Mrs. Schultz is Dead (1955)
My Kingdom for a Hearse (1956; John J. Malone) – Il mio regno per un funerale, Casini,1957
Knocked for a Loop (1957; anche come "The Double Frame"; John J. Malone) - Il Buddha di bronzo, Serie gialla Garzanti n. 127 (1958)
The April Robin Murders (1959; completato da Ed McBain; Bingo Riggs and Handsome Kusak; John J. Malone) La casa del morto, Serie gialla Garzanti n. 157 (1959), ripubblicato come I delitti di April Robin, I Classici del Giallo Mondadori n. 487 (1985) 

Racconti

"The Right Murder" (1942, John J. Malone)
"The Big Midget Murders" (1942, John J. Malone)
"Hanged Him In the Mornin' " (Marzo 1943) anche "His Heart Could Break" (Marzo 1943; John J. Malone) Il suo cuore si poteva rompere,GEQ N. 2/1950 – Gli spezzasti il cuore,I Bassotti n.125/2012
"The Bad Luck Murders" (Luglio 1943; anche "Dead Men's Shoes"; John J. Malone)
"Murder in Chicago” (1945)
"Case of the Vanishing Blonde" (1945; con Mark Hope )
"Good-Bye, Good-Bye!" (Giugno 1946; John J. Malone) - Goodbye, Goodbye!, GEQ n. 9/1950
Real Crime ( Dicembre 1946 / Gennaio 1947; sebbene nessun autore sia citato, la storia è di Craig Rice:  fonte http://www.philsp.com )
"Good-Bye Forever" (Dicembre 1951; John J. Malone) - Addio per sempre, Estate Gialli 1964
"Case of the Vanishing Blonde" (1945; con Mark Hope )
"Lady’s day at the Morgue" (1952)
"Malone is Dead – Long Live Malone" (1952)
"And the Birds Still Sing" (Dicembre 1952; John J. Malone) - …E gli uccelli cantano ancora, GEQ N. 40/1953; oppure Malone sa il fatto suo, Estate Gialla 1965
"Don’t go near" (1953) - E’ morto un leone, Giallo Selezione n.. 31/1962
"The Murder of Mr. Malone" (1953)
"Dogs Bites Man" (1953)
"Death in the Moonlight" (1953)
"Quiet Day in the County Jail" (1953)
"The Last Man Alive"(1953)
"Murder Marches On!" (1953) –
"The Tears of Evil" (Marzo 1953; anche The Name Is Malone, 1958) - Le lacrime del diavolo, Giallo Selez. N. 5/1961
"The Dead Mr. Duck" (Agosto 1953; anche The Man Who Swallowed a Horse) – L’uomo che aveva ingoiato un cavallo, “Ellery Queen presenta Estate Gialla 1971”
"The End of Fear" (Agosto 1953) - Fine della paura, Giallo Selezione N. 17/1961
"Life Can Be Horrible" (Settembre 1953) - Un cadavere ambulante, Giallo Selezione N. 70/1963
The Last Man Alive (Settembre 1953)
"Smoke Rings" (anche "Motive", Settembre 1953)
"The Bells Are Ringing" (Novembre 1953, John J. Malone)
"…And Be Merry"(1954) - Il grappolo d’uva , Giallo Selezione 12/1961
"The Little Knife That Wasn't There" (1954; John J. Malone)
"I'm a Stranger Here Myself" (Febbraio 1954) - Sono forestiero anch’io, Giallo Selez. n.28/1962
"I'll See You in My Dreams" (Giugno 1954)
"Murder in the Family" (Novembre 1954)
"Flowers to the Fair" (25 Dicembre, 1954)
"The Little Knife That Wasn’t There" (Maggio 1954; anche "Malone and the Missing Weapon")
The Murdered Magdalen, Ottobre 1955   
"No Vacancies" (Giugno 1954) - Tutto affittato, Giallo Selezione N. 16/1961
"No Motive for Murder" (Luglio 1955) – E’ la base per il romanzo: Knocked for a Loop (1957);
"A lost body"  (1955) – Serve un cadavere, Giallo Selez. 35/1962
"The Headless Hatbox" (1955)
"Mrs. Schultz is Dead" (1955)
"Shot in the Dark" (1955) - Omicidio nel bosco, Giallo Selezione N. 36/1962
"Beyond the shadow of a dream" (1955) - Oltre l’ombra di un sogno, GEQ n.66/1955
Pink Fluff (  Ottobre 1955; anche "The Frightened Millionaire", 1956)
"Dead Men Spend No Cash (1956)"
"The Quiet Life" (1956)
"The Air-Tight Alibi"(1956)
No One Answers (1956)
One Last Ride, 1956
The Perfect Couple, 1956
"No, Not Like Yesterday" (Novembre 1956)
"Sixty Cents’ Worth of Murder "(1957)
"Say It With Flowers" (Settembre 1957)
"Cheese It, the Corpse! (1957) - Un cadavere troppo nudo,  Giallo Selezione n. 55 del 1963
"He Never Went Home" (1958, The Name Is Malone) - Non tornò a casa, Giallo Selezione N. 40/1962
"The Green Menace"(1958)
"The End of Fear"(1958; The Name Is Malone)
"One More Clue" (1958) - Un altro indizio, Giallo Selezione N. 81/1964
The Double Frame” (1958)
 "The Murder of Mr. Malone" (1958, The Name Is Malone)
"The Very Grove Corpse" (Novembre 1958)
"They're Trying to Kill Me" (Febbraio 1959, The Saint Mystery Magazine; John J. Malone)
"They're Trying to Kill Me" (Febbraio 1959)
"Wry Highball” (Marzo, 1959)
"Hardsell" (1960; John J. Malone) - Il colpevole non paga (Hard sell) Giallo Selezione N. 24/1961
"The Butler Who Didn't Do It" (1960; anche Alfred Hitchcock Presents: 16 Skeletons From My Closet; John J. Malone) - Questa volta non è stato il maggiordomo (The Butler who didn’t do it), Hitchcock presenta: 16 scheletri nel mio armadio
"The Fall of The House of Deuteronomy"(1961)
"The Case of the Common Gold"(1964)
But the Doctor Died (1967; John J. Malone) - Ma il dottore è morto, Spia contro spia, Longanesi n. 41 (1971).

Oltretutto alcuni racconti figurano anche raccolti in antologie:

The Name is Malone (1958)
People vs. Withers and Malone (1963)
Murder, Mystery and Malone (Crippen & Landru, 2002)

Come si vede, prendendo a comparazione la pagina italiana di Wikipedia, molti sono gli errori e le imprecisioni lì individuate: innanzitutto sono elencate solo le opere con Malone, mentre sono assenti quelle con altri pseudonimi; poi, non solo Mondadori e Polillo hanno pubblicato opere di Rice, ma Casini per esempio; mancano tutta una serie di racconti (non solo vi sono le serie, ma anche racconti spuri); infine compaiono lì anche romanzi non più attribuiti a Craig Rice. E’ il caso di The G-String Murders (1941), che si è riconosciuto essere stato scritto da Gypsy Rose Lee (pseudonimo di Rose Louise Hovick), famosa spogliarellista degli anni Trenta e Quaranta; e del suo sequel Mother Finds a Body (1942), altro romanzo attribuito in un primo tempo a Craig Rice ed ora restituito a Gypsy Rose Lee (tra l’altro il film che venne tratto da tale romanzo andò parecchio bene, meritando pure la nomina all’Oscar per la Miglior Musica).
Non compaiono invece i racconti che Craig Rice confezionò a quattro mani con Stuart Palmer in cui figurano sia John J. Malone sia Hildegarde Withers:

"Once Upon a Train" (Ottobre 1950)
"Cherchez la Frame" (Giugno 1951) - GEQ N. 22/1951
"Autopsy and Eva" (Agosto 1954)
"Rift in the Loot" (Aprile 1955)
"Withers and Malone, Brain-Stormers" (Marzo 1959)
"People vs. Withers and Malone" (1963)
Withers & Malone: Crime Busters” (People vs. Withers and Malone, 1963) – Withers & Malone investigatori, “Ellery Queen presenta Inverno Giallo 1974-75”



Questi racconti furono poi ripresi, una volta deceduta la scrittrice, da Stuart Palmer, e riuniti in una antologia dal titolo People vs. Withers and Malone (1963).
La curiosità sta a testimoniare la fama raggiunta negli anni quaranta e cinquanta da Craig Rice, con la quale importanti autori collaborarono (sembra quasi una anticipazione delle collaborazioni che a partire dai primi anni sessanta videro assieme uno dei cugini Queen ed una serie di autori, a creare i cosiddetti apocrifi queeniani (che poi apocrifi non lo sono per nulla).
In verità non solo Stuart Palmer associò il suo nominativo a quello della Rice, ma anche Cornell Woolrich, che stravedeva per la Rice, che si assunse l’onere di terminare un romanzo rimasto incompiuto della scrittrice: The April Robin Murders. Il romanzo, in cui operano dei fotografi giramondo Bingo Riggs e Handsome Kusak, doveva essere l’atto finale di una trilogia, di cui fanno parte altri due romanzi: The Sunday Pigeon Murders (1942) e The Thursday Turkey Murders (1943).
Infine The Pickled Poodles è un romanzo apocrifo, scritto da Larry M. Harris nel 1960 sui caratteri originali (Malone & Co.) di Craig Rice.
Il racconto che oggi esaminiamo è il secondo della sua produzione, ed è un racconto con delitto impossibile
John J. Malone è l’avvocato di Paul Palmer, rampollo erede di una considerevole fortuna, finito nel tritacarne della giustizia: dedito alle sbronze e al non fare nulla, il fatto di essere stato trovato ubriaco fradicio e non cosciente accanto allo zio morto assassinato, lo ha fatto condannare a morte da una giuria composta di giurati astemi e padri onesti di famiglia, contenti di farla pagare ad uno che non ha mai fatto nulla nella vita eppure è ricco sfondato.
Paul, fidanzato con Madeleine Starr, quella che si chiamerebbe ora Topo Model, mannequin allora, si era trovato in Malone il suo avvocato e quello aveva giurato che lo avrebbe tirato fuori di lì: era sicuro che lui non fosse l’assassino di suo zio e per sospendere l’esecuzione era riuscito a scovare degli scheletri nell’armadio del giudice che gli aveva concesso una proroga di indagine e aveva sospeso l’esecuzione. Quindi Palmer si può considerare a ragione che fosse al settimo cielo: e allora perché si era impiccato in cella?
Malone diretto al carcere, viene a sapere che Palmer si è impiccato in una cella dove nessuno poteva entrare, con una corda che nessuno avrebbe potuto introdurre, e per giunta aveva ricevuto la visita di un uomo del boss delle scommesse cittadino che gli aveva fatto pervenire una lettera: quale carcere mai poteva essere quello in cui c’erano state diverse evasioni, un uomo si era impiccato in condizioni impossibili con una corda fatta arrivare in maniera impossibile senza che nessuno sapesse nulla, e dove persino un boss delle scommesse poteva arrivare senza che nessuno filtrasse la sua visita?
Malone è infuriato, tanto più che in quel carcere lavora come medico del carcere proprio lo zio della fidanzata di Paul.
Decide di svolgere delle indagini per guadagnarsi i 5000 dollari ricevuti come ingaggio e scoprire chi abbia ucciso il suo cliente. E così, tassello dopo tassello, dopo una visita a Max Hook boss delle scommesse, che non può essere connesso con l’omicidio perché ha fama di non aver mai fatto uccidere nessuno, dopo aver conversato col direttore del carcere prima e col medico dopo, dopo aver ricevuto la lettera dalle mani di un secondino voglioso di fare carriera grazie alle conoscenze dell’avvocato, viene a sapere che il suo cliente la sera prima era stato contattato dalla fidanzata che era in brutte acque per un giro di scommesse: indebitata,  di modeste condizioni ma attratta dal lusso, si era data al gioco, rimanendone vittima. Il fidanzato aveva giurato di aiutarla una vota uscito di galera: e quindi ancora una volta perché uccidersi?
Malone parla anche con la donna fatale: tale Lillian Claire che si era fatta dare una bella sommetta di denaro da Palmer per non rivelare certi particolari piccanti della loro relazione che avrebbero potuto rendere difficile l’unione tra Palmer e la Starr. Insomma una donna pericolosa anche e soprattutto perché bellissima: la donna al processo aveva giurato che la notte dell’omicidio Palmer era andato da lei per cercare di riavere parte dei soldi versatile, ma poi dopo una discussione lei lo aveva messo in taxi, mezzo sbronzo, e mandato a casa; mentre Malone viene a sapere che non era andata proprio così: infatti Palmer aveva trascorso una notte di sesso con la ex, pur mezzo sbronzo, e quindi all’ora in cui era stato ucciso il vecchio lui sarebbe stato altrove. Purtuttavia la donna non aveva rivelato l’alibi dell’ex per non avere rogne e così lui era stato condannato alla sedia elettrica.
Malone capisce di trovarsi in un covo di serpi: una donna che stava usando il suo cliente, una che l’aveva usato, uno zio della fidanzata sensibile alla corruzione, un direttore del carcere negligente, e un assassino allo stato libero: probabilmente l’assassino dello zio era anche coinvolto in quello del nipote. E sullo sfondo una vecchia ballata di cui mano le strofe scandiscono il ritmo della storia: Malone è come se avesse il presentimento che proprio quella ballata potrebbe fornirgli la soluzione del problema. In punto di morte Palmer aveva sussurrato “non voleva spezzarsi”. La ballata parlava di un cuore che si era spezzato, quando qualcuno era morto impiccato per ciò che era stato fatto da un altro. Sembra quasi quello che era accaduto a Palmer. Poi casualmente qualcuno rivela a Malone come la ballata finisca, e Malone ha il guizzo che gli consente di far luce nella vicenda: così scopre come l’assassino anzi gli assassini abbiano operato. E riabilitando la memoria del cliente, guadagna lealmente i 5000 dollari promessigli.
Diciamo subito che trovare l’assassino o gli assassini non è la cosa difficile, semmai è difficile capire come l’assassinio sia stato attuato. E a cosa voleva alludere Palmer in punto di morte quando aveva parlato di non voleva spezzarsi: il cuore, come suggeriva la ballata, o..qualcos’altro?
Interessantissimo è il racconto, scritto con una penna leggera e nel tempo stesso brillante: la ballata con le sue strofe detta il ritmo, e lo stesso racconto è come una vecchia ballata. E’ melanconico perché parla di qualcuno che è morto accusato ingiustamente, ma nel tempo stesso non è lugubre, e a renderlo pimpante è proprio l’avvocato Malone, un marpione che la sa lunga e che usa espedienti non del tutto corretti per raggiungere i suoi fini: tra un ricattino ad un giudice, una pomiciatina con una delle indiziate, una che non disdegna di darsi, tra whisky doppi e fumate di sigari, Malone insegue il filo dei suoi pensieri che è legato al testo di una ballata che lo ossessiona e che ad un certo punto lo metterà nelle condizioni di risolvere l’enigma.
Il racconto è interessante direi per due motivi soprattutto: innanzitutto dal punto di vista stilistico, in quanto tutta l’opera della scrittrice fa parte di quel filone cui appartennero altri romanzieri tra cui Jonathan Latimer, Howard Brown, e anche il tardo Stuart Palmer che si situa a metà tra il Mystery e l’Hard-Boiled: questo dona quella freschezza che tanto si sente leggendo la Rice. I luoghi comuni del Noir non sono tutti elencati ma qua e là compaiono: il gangster, la santa, la “donna di facili costumi” che tutti evitano ma che poi tutti vorrebbero trattare magari in privato, ambienti fumosi e whisky a volontà; e insieme un problema del delitto impossibile che non è affatto male: come ha fatto in una cella supersorvegliata, tanto più che è quella del fidanzato della nipote del medico del carcere, a entrare una corda, e come ha fatto un uomo a morire impiccato, un uomo che non aveva nessun motivo per impiccarsi? Il problema, che ne presuppone un altro ancora più stuzzicante (come ha fatto qualcuno non visto ad uccidere un condannato a morte senza che questi gridasse o si opponesse nella cella del braccio della morte), ha una soluzione alternativa estremamente interessante, in quanto con essa Craig Rice aggira il problema: in sostanza agisce con la componente psicologica.
Quello che poi affascina del racconto è proprio il come più del chi: è maggiormente la componente dell’ Howdunnit a far presa più che quella del Whodunnit, perché a ben vedere l’assassino è facile da individuare se si tiene bene a mente il “cui prodest”.
Insomma un racconto ed una scrittrice da rivalutare e da rileggere.

Pietro De Palma

martedì 18 aprile 2017

Edogawa Ranpo: La belva nell’ombra (Inju, 1928), trad: Graziana Canova, con introduzione di Maria Teresa Orsi - Letteratura universale Marsilio,1992.




Lo so che molti di quelli che leggeranno questo pezzo rimarranno inizialmente interdetti: Edogawa Ranpo è un nome sconosciuto ai più, scomparso nel 1965, ma ritenuto all’epoca, anche in Occidente, dai due cugini Queen, uno dei più grandi autori del mondo per quanto riguarda racconti. Ma Edogawa Ranpo è anche diventato un mito per i suoi romanzi, anche se di essi, in Italia, solo due son stati pubblicati: uno oramai esaurito, “Il mostro cieco”, pubblicato nel 1994 da Marcos Y Marcos; e uno dei suoi capolavori, Inju tradotto in Italia da Marsilio nel 1992 e più volte ripubblicato, col titolo “La belva nell’ombra”. Ed è proprio di quest’ultimo che parlo oggi.
A dire il vero, Edogawa Ranpo non l’avevo mai letto pur avendone sentito parlare; e quando in passato avevo cercato di cercare di beccare uno dei romanzi tradotti in Italia mi ero scontrato con le frasi lapidarie dei librai “E’ un titolo vecchio”, “Forse possiamo fare un tentativo ma poi non le assicuro che arrivi, anzi è più facile che accada questo” etc.. Insomma, avevo dato un taglio. Aspettavo di poter leggere in italiano qualcosa: essendo rimasto folgorato dai racconti del volume Urania, che consiglio a chi l’avesse perso, di procurarsi, ho ridato fiato ai miei antichi desideri, e stavolta mi sono intestardito andando al di là della frasi di prammatica che ho risentito; e stavolta ho tentato di ordinare il volume Marsilio, anche se mi avevano detto che al loro computer esistevano in giro solo tre quattro volumi in Italia presenti in librerie dello stesso circuito, trattandosi di una vecchia edizione; e del resto l’edizione economica era già esaurita. Ho tentato. E dopo una settimana mi è arrivato.
Edogawa Ranpo è un genio: elabora la tradizione occidentale del romanzo giallo inserendolo in una cornice tipicamente giapponese e adattandolo alla società del suo paese. Eredita soprattutto Edgar Allan Poe: infatti, nato come Hirai Taro, cambia ad un certo punto il suo nome e cognome in Edogawa Ranpo (letto in giapponese è molto vicino eufonicamente a Edgar Allan Poe). Ma poi rivaluta tutta la tradizione occidentale, da Conan Doyle ad Agatha Christie, creando delle opere in cui l’abisso della perdizione è totale, e in cui si agitano turbe psicologiche assieme ad orrendi misfatti, e il tutto in un crescendo di angoscia, tutto personale.
La Belva nell’Ombra parla di uno scrittore di romanzi polizieschi, che in virtù della sua predisposizione all’analisi e alla deduzione, viene trascinato in un vortice da cui non si saprà rialzare (forse); e in esso, troviamo  Tutto comincia quando Samukawa, scrittore di romanzi polizieschi, in un museo dove sono conservate varie statue di Buddha, vede una donna bellissima, fermarsi davanti alla vetrina che lui sta guardando. Ben presto cominciano a parlare del più e del meno. Viene a sapere che si chiama Oyamada Shizuko, e che è moglie di Oyamada Rokuro, un uomo d’affari amministratore della Ditta Rokuroku, molto più anziano di lei: la osserva nel suo kimono avanzare con leggiadria, e in cuor suo comincia a provare qualcosa per lei, e decide di scoprire perché sulla sua schiena presume ci siano segni di frustate, di cui si intravedono le estreme propaggini sulla nuca e sul collo. Nei giorni che seguono, egli viene a sapere che la sua amica è perseguitata da un suo vecchio amore, un altro scrittore di polizieschi, che Samukawa conosce per sentito dire: Oe Shundei. Questi non ha perdonato a Shizuko di averlo abbandonato, e nonostante lei fosse riuscita a far perdere le proprie tracce, è tuttavia riuscito a ritrovarla e le ha scritto delle lettere con cui ha annunciato la volontà di uccidere suo marito Oyamada Rokuro e poi lei stessa.
Samukawa sente il dovere di fare qualcosa per lei e si improvvisa detective. Comincia a frequentarla, ad andare a casa sua. E nello stesso tempo decide di investigare su Shundei: decide di avvalersi di Honda un redattore di una rivista che ha pubblicato opere di Shundei e gli chiede notizie e se le lettere che gli ha fatto leggere Shizuko possano essere state in effetti vergate da Shundei, giacchè Honda conosce il modo di scrivere di quello: Honda gli risponde che la calligrafia è la sua e innegabilmente anche il modo di usare espressioni verbali e aggettivi gli è proprio. Anzi Honda gli dice che lui Shundei l’ha visto: è un grassone che un giorno ha visto vestito da clown ad un parco, mentre distribuiva del materiale di pubblicità per Shundei. In realtà quello che si sa di lui è poco: si sa che è grasso e che vive isolato, chiuso ermeticamente in una casa, e che per un certo tempo è stato sposato.
Un bel giorno, mentre Samukawa è a casa di Shizuko, ella improvvisamente gli fa cenno di stare zitto, e allora percepiscono uno strano ticchettio, un orologio che però non si riesce a trovare: il ticchettio, scoprono, proviene dal soffitto della casa, laddove si vede una crepa. Shizuko gliela indica e gli dice che qualche giorno fa ha visto degli occhi feroci che la fissavano: possibile che Shundei si sia potuto introdurre nel soffitto della casa senza che lei e il marito l’abbiano scoperto?
Fatto sta che così viene spiegato il perché Shundei nelle lettere che continuano ad arrivare a Shizuko, possa conoscere tanti aspetti della sua vita intima: forse ha assistito anche ai rituali sadomasochistici di Shizuko col marito, che, nei momenti di passione, ne flagella la schiena con un frustino che ha comprato all’estero.
Samukawa decide di penetrare nel soffitto e capisce pure come Shundei potrebbe aver fatto, all’insaputa dei due coniugi, perlustra la sofitta, trovandola insolitamente pulita e poi..trova un bottone. Da quando quel bottone è lì? Le donne che hanno pulito il soffitto dicono che quando l’hanno pulito tempo prima, quel bottone non c’era. Il bottone sarà l’indizio che porterà  Samukawa ad una stupefacente serie di osservazioni, deduzioni e controdeduzioni fino alla fine del romanzo.
Shizuko gli rivela giorni dopo che lei Shundei l’ha visto mentre la osservava dietro la finestra, come “una belva nell’ombra”. Questa percezione fa da prologo al delitto di Oyamada: un giorno arriva e dopo essersi trattenuto con la moglie, decide di andare a trovare un suo amico; uscito dalla casa di quegli, non ritornerà più a casa: verrà trovato l’indomani sotto una chiatta che naviga nel fiume in un modo orrendo: una signora che è andata nella toilette, un cesso alla turca, vede prima che si appropinqui a ciò per cui in quella ritirata è entrata, un volto apparire dall’acqua, attraverso il buco del cesso. Il corpo verrà tolto da sotto il battello: è proprio Oyamada, nudo o quasi, con una profonda ferita che ha perforato il polmone e ne ha determinato la morte e con una strana parrucca.
Tutti ora cercano Oe Shundei ma non lo trovano: sembra essere svanito, pure dalla sua casa. La cosa strana è che dal momento in cui muore Oyamada cessano anche le lettere di Shundei.
Oyamada è stato ucciso da Shundei? E perché ora che quello è morto le lettere anonime cessano? Possibile che Shundei e Oyamada fossero la stessa persona?, si chiede il lettore sempre più appassionato. Oppure che Oyamada per qualche perverso desiderio abbia impersonato Shundei per terrorizzare la moglie? Oppure Shundei e Shizuko assieme hanno messo su questa storia allo scopo di uccidere Oyamada? Oppure..altro?
Tanti gli interrogativi che Samukawa sviluppa, e quello che scopre gli da la certezza che sia la verità: Shundei ha ucciso Oyamada, non vicino alla chiatta ma a monte, vicino alla casa di Shizuko, e poi l’ha fatto portare dalla corrente. Ma poi scoprirà dell’altro Samukawa, che gli farà capire che qualcuno lo ha usato per giungere ad una verità al fine di celarne un’altra. E intanto si è innamorato ricambiato dalla sua Shizuko e insieme passano giornate di passione lussuriosa e anche lui al climax della passione la percuote con quel frustino che lei gli ha portato perché la frusti come soleva fare Oyamada.
Straordinario romanzo, straordinario poliziesco, tutto giocato sulla psicologia dei personaggi, sul sapersi mettere al posto del criminale e giungere alle sue stesse realizzazioni, attraverso labirintici percorsi cerebrali, giocati sull’alternanza del vero e del falso, su ombre che si rincorrono, su verità che non sa se siano tali o solo bugie abilmente usate; e insieme anche romanzo erotico, morboso, con tratti di perversione che lo rendono unico, e molto attuale. Ma molto, molto raffinato.
Sembrerebbe un romanzo di qualche tempo fa. Poi si legge la data e si rimane frastornati: 1928.
Quando Ellery Queen non aveva ancora scritto il suo primo capolavoro, già Edogawa Ranpo scriveva qualcosa di assolutamente delirante, e..badate bene, molto occidentale. Perché la soluzione (ma è poi la vera soluzione) è quantomai banale, per quanto essa sia cerebralmente il massimo della premeditazione.
Il fatto è che Samukawa, quando avrà distrutto la sua precedente risoluzione a vantaggio di un’altra ancor più contorta, elaborata sulla base del famoso bottone, e anche della parrucca, non sarà neanche sicuro di aver imbroccato quella giusta, perché rimarrà sempre col dubbio, che invece la prima fosse giusta, o meglio la vera verità gli si avvicinasse.
Un romanzo, che non può assolutamente mancare nella biblioteca di un amante della letteratura poliziesca.

P. De Palma