Sin dal primo romanzo Murder by Experts del 1936, questo nuovo detective fu immediatamente popolare.. Anche perché, diversamente dagli altri suoi colleghi, introdusse un modo di apparire sulla scena tutto suo: invece di fare quella che è la parte consueta del detective anni ’30, cioè consegnare alla giustizia il colpevole dopo un acuto ragionamento, lui entra in scena quando il suo cliente è stato accusato di un delitto o comunque è coinvolto in un qualche guaio. Anche in questo romanzo che è del 1945, Don’t Open The Door , Arthur Crook entra in scena dopo almeno mezzo libro, e lo fa perché il suo cliente è stato additato come il rapitore della bella di turno. Ma…andiamo per ordine.
Nora Deane è una bella ragazza, orfana, che ha vissuto con una zia in Scozia, finchè ella non è morta. Così sola e con pochi soldi, scende in Inghilterra per lavorare come infermiera, mettendo la sua esperienza al servizio di chi abbia bisogno di un’assistenza domestica. Così accade quando è inviata a casa di Alfred e Adele Newstead. Già la sera, con una nebbia così fitta da mettere in apprensione chi non conosca il posto, non promette nulla di buono; ma per di più a Nora capita anche di essere accolta, dopo un ritardo di oltre tre ore causa linea ferroviaria bloccata, da un Alfred Newstead estremamente sospettoso e sgradevole, che malcelatamente non gradisce una persona in casa. Grazie a Dio, almeno era stata accompagnata alla dimora da un bel giovane che aveva incontrato per strada, Sammy Parker, che le aveva proposto di pranzare assieme il giorno dopo..
Subito lei si accorge che c’è qualcosa che non va: la moglie, che a detta del marito soffre solo di una malattia nervosa, invece sta davvero male, e nonostante lui, dopo averle assegnato la stanza, brutta e trasandata da far paura, le intimi di non dare corda alla moglie, lei le si avvicina, tanto per capire dal tono di voce della donna, che Adele ha paura del marito; tanto da implorare la ragazza di prendere dalla scrivania un libriccino e di darlo al fratello della donna, Herbert. Fa appena in tempo ad intascare il notes, che il marito appare portandole una tazza di thé. Dopo aver bevuto la bevanda, improvvisamente capisce di essere stata drogata, e quando si sveglia, alle 6 passate del mattino, Adele è bell’e morta.
Ecco che a questo punto entra in scena
Arthur Croock, chiamato in causa da quel Sammy Parker innamoratosi
istantaneamente della bella ragazza, il cui nome fasullo figura sui due
telegrammi inviati alla ragazza. Tutti pensano che sia Sammy che l’abbia
rapita ed invece è…
Sarà proprio Arthur coadiuvato dal
giornalista a ritrovare la ragazza, ma quale sorpresa quando accanto a
lei, chinato per curarla troveranno proprio Sammy. Che l’ha salvata,
dopo che l’auto in cui era la ragazza, spinta giù dalla scogliera,
dall’assassino, di sera, nella nebbia, si è fermata sul ciglio del
burrone che è a picco sugli scogli, oscillando pericolosamente, e dopo
che lì è rimasta Nora, drogata e mezza assiderata, per diverse ore.
Il ricovero della ragazza fornirà
all’assassino l’ultima chance per eliminarla, non sapendo di essere non
la ragazza ma lui stesso la mosca che cadrà nella ragnatela per lui
predisposta.
Don’t Open The Door (pubblicato in USA nel 1946 coll’altro titolo Death Lifts the Latch)
è un bel thriller, che vive solo sulla suspence e non già sull’identità
dell’assassino da scoprire, che è molto facile identificare. E non
basta il tentativo della scrittrice di inventare una falsa morte ed uno
scambio di identità (c’è un altro omicidio) per distogliere l’attenzione
del lettore dall’assassino dichiarato o quasi: del resto, il romanzo
non ha un parco di sospettabili vasto, cosa per esempio riscontrabile
nei romanzi di Ngaio Marsh o di Georgette Heyer o di Agatha Christie, ma
estremamente risicato: che si tratti del marito, fedifrago, donnaiolo
impenitente, infido; o del fratello, avido di denaro; o della bella e
facile Hattie, il passo è breve. Questo perché Anthony Gilbert non fa
della psicologia la sua arma vincente ma la tensione, di cui è padrone:
utilizza il vecchio trucco dell’ atmosfera (nebbia fitta, sera buia,
posti deserti, casa lugubre rischiarata da candele, polvere dappertutto)
e lo combina con una storia dai rilievi dark: una moglie depressa, che
ha tentato già una volta il suicidio, nelle mani di un marito che
sarebbe ben felice se morisse, e che si è affidata per la sua difesa ad
un fratello a cui sta a cuore non la felicità della sorella ma i suoi
soldi, e che sarebbe ben contento se riuscisse a dimostrare la
colpevolezza del cognato; dei sonniferi utilizzati troppo facilmente;
delle lettere segrete; la presenza di un’altra donna, che sarebbe
ritornata per prendere il suo posto, dichiarata dalla malata a Nora; la
morte in circostanze estremamente sospette della donna. E poi tutto
quello che viene dopo, con l’infermiera, che nelle intenzioni
dell’assassino avrebbe dovuto farsi gli affari propri e che invece, per
un articolo giornalistico, viene a trovarsi al centro di un bersaglio
ideale. E la corsa contro il tempo per salvarla. Il romanzo ha un grado
di tensione abbastanza alto, non perchè si ignori l’identità
dell’assassino che è palese, quanto perchè si deve trovare nel più breve
tempo possibile l’eroina che sta per essere uccisa in quanto testimone
oculare. Però, nel momento in cui l’eroina viene salvata, il romanzo
perde mordente, perchè tutti hanno capito chi sia l’assassino.
Il romanzo che è del 1945, ambienta la
storia a guerra finita, mentre non lo era ancora: in questo, storia
com’è strutturata (il buio, la nebbia, la morte contrapposti alla
liberazione della ragazza e all’amore) mi farebbe anche pensare ad un
rimando alla guerra che si stava vivendo e che volgeva al termine, ad
una rappresentazione di stati di animo contrapposti (paura, terrore –
coraggio, serenità).
Inoltre paga secondo me un tributo a
tutta una cinematografia che era viva in quegli anni: come non fare un
pensiero a film come Suspicion, “Il Sospetto”, del 1941, tratto dal romanzo di Berkeley, Before The Fact,
1932, in cui Cary Grant è sospettato dalla moglie, Joan Fontaine, di
volerla avvelenare per impadronirsi dei suoi soldi, che ebbe un
clamoroso successo di pubblico? Celebre in quel film l’inquadratura di
Cary Grant che sale le scale portando un bicchiere di latte che si
sospetta avvelenato, in cui, per concentrare su di esso l’attenzione del
pubblico, Hitchcock fece mettere una luce. Del resto anche nel romanzo,
è come se l’inquadratura del lettore venisse messa a fuoco sul
bicchiere e sui sonniferi posti vicino al capezzale della malata.
Interessante è anche notare come la
scrittrice avesse inventato un proprio personaggio principale che non è,
come era d’uso in quei tempi, un dandy (Philo Vance), un aristocratico
(Lord Wimsey), un poliziotto acculturato (l’ispettore Sir John Appleby
di Scotland Yard), il figlio di un ispettore di polizia di New York
(Ellery Queen), un Alto Commissario di Polizia newyorkese (Thatcher
Colt), ma un avvocatucolo, sempre in bilico tra onestà e disonestà, che
utilizza metodi non ortodossi, un po’ come Perry Mason per inchiodare i
colpevoli, che a noi assomiglia, ma parecchio, a John J. Malone,
avvocato molto amante dell’alcool e dei sigari e molto poco ricercato
nel vestire! Del resto il primo romanzo di Craig Rice con Malone è del
1939, e quindi potrebbe anche essere che sia stato il riferimento ideale
per la Malleson.
Infine una nota sull’edizione italiana: pur non essendovi alcun
riferimento al traduttore/traduttrice che tradusse il testo, e pur
sapendo che, come era prassi ne I Gialli del Secolo, i testi erano
alquanto “tagliati”, bisogna dire che il montaggio delle varie parti fu
tale che, anche rabberciato, il romanzo mantiene inalterata la tensione e
si legge benissimo, in un italiano notevole (erano comunque
sessant’anni fa). Il titolo, fa riferimento ad una frase tradotta a pag.
48: “….La porta non dev’essere mai aperta”, che s’intende riferita al
fatto che chi si interessa ad un reato compiuto da altra persona,
facendone menzione pubblica, finisce per pagarne le conseguenze
(ovviamente questo è il pensiero dell’omicida che sta minacciando di
morte Nora). Ma potrebbe avere anche altro significato: essere il
riferimento alla porta della camera della moribonda che non doveva
essere varcata quella notte, a prezzo di pagarne le conseguenze.
Pietro De Palma



