venerdì 13 marzo 2026

Anthony Gilbert : La porta proibita (Don’t Open The Door, 1945) – I Gialli del Secolo N° 101, Casini, 1954

Si chiamava Lucy Beatrice Malleson, cugina del grande attore e drammaturgo britannico Miles Malleson, e di professione era scrittrice di polizieschi: sotto questo nome tuttavia nessuno la conosceva perché era famosa invece sotto quello di Anthony Gilbert. Sotto questo pseudonimo (altri furono J. Kilmeny Kaith e Anne Meredith) pubblicò ben 69 romanzi di cui 51 ebbero come protagonista l’avvocato detective Arthur Crook. E’ da dire però che la scrittrice si era cimentata, sotto lo stesso pseudonimo in altri romanzi, poco più che una decina, a partire dal 1927: infatti, il primo romanzo in assoluto, era stato The Tragedy At Freyne.
Sin dal primo romanzo Murder by Experts del 1936, questo nuovo detective fu immediatamente popolare.. Anche perché, diversamente dagli altri suoi colleghi, introdusse un modo di apparire sulla scena tutto suo: invece di  fare quella che è la parte consueta del detective anni ’30, cioè consegnare alla giustizia il colpevole dopo un acuto ragionamento, lui entra in scena quando il suo cliente è stato accusato di un delitto o comunque è coinvolto in un qualche guaio. Anche in questo romanzo che è del 1945, Don’t Open The Door , Arthur Crook entra in scena dopo almeno mezzo libro, e lo fa perché il suo cliente è stato additato come il rapitore della bella di turno. Ma…andiamo per ordine.
Nora Deane è una bella ragazza, orfana, che ha vissuto con una zia in Scozia, finchè ella non è morta. Così sola e con pochi soldi, scende in Inghilterra per lavorare come infermiera, mettendo la sua esperienza al servizio di chi abbia bisogno di un’assistenza domestica. Così accade quando è inviata a casa di Alfred e Adele Newstead. Già la sera, con una nebbia così fitta da mettere in apprensione chi non conosca il posto, non promette nulla di buono; ma per di più a Nora capita anche di essere accolta, dopo un ritardo di oltre tre ore causa linea ferroviaria bloccata, da un Alfred Newstead estremamente sospettoso e sgradevole, che malcelatamente non gradisce una persona in casa. Grazie a Dio, almeno era stata accompagnata alla dimora da un bel giovane che aveva incontrato per strada, Sammy Parker, che le aveva proposto di pranzare assieme il giorno dopo..
Subito lei si accorge che c’è qualcosa che non va: la moglie, che a detta del marito soffre solo di una malattia nervosa, invece sta davvero male, e nonostante lui, dopo averle assegnato la stanza, brutta e trasandata da far paura, le intimi di non dare corda alla moglie, lei le si avvicina, tanto per capire dal tono di voce della donna, che Adele ha paura del marito; tanto da implorare la ragazza di prendere dalla scrivania un libriccino e di darlo al fratello della donna, Herbert. Fa appena in tempo ad intascare il notes, che il marito appare portandole una tazza di thé. Dopo aver bevuto la bevanda, improvvisamente capisce di essere stata drogata, e quando si sveglia, alle 6 passate del mattino, Adele è bell’e morta.
Il medico, chiamato dal marito, pur sospettandolo di uxoricidio per mezzo di una dose elefantiaca di sonnifero (da un tubo di compresse fornite dal medico mancano tre compresse in più rispetto a quelle prescritte) decide di non intervenire e di firmare purtuttavia il certificato di morte, anche perché la testimonianza della ragazza, pur sollevando dubbi ed incertezze sul reale comportamento del marito che si proclama innocente, non prova nulla in più di un semplice indizio. Ed egli, che in passato ha provocato l’arresto di una persona per uxoricidio, poi dichiarata innocente e purtuttavia suicidatasi, non vuole avere altri sulla coscienza.
Così Nora, ritorna a casa, per essere mandata in altra casa. Intanto i funerali si sono svolti e Alfred è andato via, facendo perdere le tracce.
Sembrerebbe a questo punto che il marito possa essere un classico omicida.  Nora contatta Herbert per consegnargli il libriccino e scopre che anche il fratello della morta sospetta il cognato di uxoricidio, tanto più che la moglie da tempo sospettava che il marito la tradisse con delle sgualdrine: una delle tante è Hattie Forbes, vicina di casa della coppia. 
Un giorno che Nora sta lavorando pressa la casa di una vecchia zitella, legge sul giornale che è stato trovato in una cava un corpo in decomposizione, che, per un orologio al polso, viene riconosciuto essere Alfred Newstead. Le indagini puntano allora verso Herbert. Può aver vendicato la sorella? Ma, allorquando la vecchia rivela tutto al nipote Roger Trentham giornalista, Nora diventa un pericolo per l’assassino, perché sul personaggio dell’infermiera e sulle sue presunte rivelazioni, crea degli scoop da “prima pagina”. E così accade che sulla base di due telegrammi fasulli, lei cade nelle braccia dell’assassino, che ha progettato, per la sua morte, un finto incidente d’auto.

Ecco che a questo punto entra in scena Arthur Croock, chiamato in causa da quel Sammy Parker innamoratosi istantaneamente della bella ragazza, il cui nome fasullo figura sui due telegrammi inviati alla ragazza. Tutti pensano che sia Sammy che l’abbia rapita ed invece è…
Sarà proprio Arthur coadiuvato dal giornalista a ritrovare la ragazza, ma quale sorpresa quando accanto a lei, chinato per curarla troveranno proprio Sammy. Che l’ha salvata, dopo che l’auto in cui era la ragazza, spinta giù dalla scogliera, dall’assassino, di sera, nella nebbia, si è fermata sul ciglio del burrone che è a picco sugli scogli, oscillando pericolosamente, e dopo che lì è rimasta Nora, drogata e mezza assiderata, per diverse ore.
Il ricovero della ragazza fornirà all’assassino l’ultima chance per eliminarla, non sapendo di essere non la ragazza ma lui stesso la mosca che cadrà nella ragnatela per lui predisposta.
Don’t Open The Door (pubblicato in USA nel 1946 coll’altro titolo Death Lifts the Latch)  è un bel thriller, che vive solo sulla suspence e non già sull’identità dell’assassino da scoprire, che è molto facile identificare. E non basta il tentativo della scrittrice di inventare una falsa morte ed uno scambio di identità (c’è un altro omicidio) per distogliere l’attenzione del lettore dall’assassino dichiarato o quasi: del resto, il romanzo non ha un parco di sospettabili vasto, cosa per esempio riscontrabile nei romanzi di Ngaio Marsh o di Georgette Heyer o di Agatha Christie, ma estremamente risicato: che si tratti del marito, fedifrago, donnaiolo impenitente, infido; o del fratello, avido di denaro; o della bella e facile Hattie, il passo è breve. Questo perché Anthony Gilbert non fa della psicologia la sua arma vincente ma la tensione, di cui è padrone: utilizza il vecchio trucco dell’ atmosfera (nebbia fitta, sera buia, posti deserti, casa lugubre rischiarata da candele, polvere dappertutto) e lo combina con una storia dai rilievi dark: una moglie depressa, che ha tentato già una volta il suicidio, nelle mani di un marito che sarebbe ben felice se morisse, e che si è affidata per la sua difesa ad un fratello a cui sta a cuore non la felicità della sorella ma i suoi soldi, e che sarebbe ben contento se riuscisse a dimostrare la colpevolezza del cognato; dei sonniferi utilizzati troppo facilmente; delle lettere segrete; la presenza di un’altra donna, che sarebbe ritornata per prendere il suo posto, dichiarata dalla malata a Nora; la morte in circostanze estremamente sospette della donna. E poi tutto quello che viene dopo, con l’infermiera, che nelle intenzioni dell’assassino avrebbe dovuto farsi gli affari propri e che invece, per un articolo giornalistico, viene a trovarsi al centro di un bersaglio ideale. E la corsa contro il tempo per salvarla. Il romanzo ha un grado di tensione abbastanza alto, non perchè si ignori l’identità dell’assassino che è palese, quanto perchè si deve trovare nel più breve tempo possibile l’eroina che sta per essere uccisa in quanto testimone oculare. Però, nel momento in cui l’eroina viene salvata, il romanzo perde mordente, perchè tutti hanno capito chi sia l’assassino.
Il romanzo che è del 1945, ambienta la storia a guerra finita, mentre non lo era ancora: in questo, storia com’è strutturata (il buio, la nebbia, la morte contrapposti alla liberazione della ragazza e all’amore) mi farebbe anche pensare ad un rimando alla guerra che si stava vivendo e che volgeva al termine, ad una rappresentazione di stati di animo contrapposti (paura, terrore – coraggio, serenità).

Inoltre paga secondo me un tributo a tutta una cinematografia che era viva in quegli anni: come non fare un pensiero a film come Suspicion, “Il Sospetto”, del 1941, tratto dal romanzo di Berkeley, Before The Fact, 1932, in cui Cary Grant è sospettato dalla moglie, Joan Fontaine, di volerla avvelenare per impadronirsi dei suoi soldi, che ebbe un clamoroso successo di pubblico? Celebre in quel film l’inquadratura di Cary Grant che sale le scale portando un bicchiere di latte che si sospetta avvelenato, in cui, per concentrare su di esso l’attenzione del pubblico, Hitchcock fece mettere una luce. Del resto anche nel romanzo, è come se l’inquadratura del lettore venisse messa a fuoco sul bicchiere e sui sonniferi posti vicino al capezzale della malata.
Interessante è anche notare come la scrittrice avesse inventato un proprio personaggio principale che non è, come era d’uso in quei tempi, un dandy (Philo Vance), un aristocratico (Lord Wimsey), un poliziotto acculturato (l’ispettore Sir John Appleby di Scotland Yard), il figlio di un ispettore di polizia di New York (Ellery Queen), un Alto Commissario di Polizia newyorkese (Thatcher Colt), ma un avvocatucolo, sempre in bilico tra onestà e disonestà, che utilizza metodi non ortodossi, un po’ come Perry Mason per inchiodare i colpevoli, che a noi assomiglia, ma parecchio, a John J. Malone, avvocato molto amante dell’alcool  e dei sigari e molto poco ricercato nel vestire! Del resto il primo romanzo di Craig Rice con Malone è del 1939, e quindi potrebbe anche essere che sia stato il riferimento ideale per la Malleson.

Infine una nota sull’edizione italiana: pur non essendovi alcun riferimento al traduttore/traduttrice che tradusse il testo, e pur sapendo che, come era prassi ne I Gialli del Secolo, i testi erano alquanto “tagliati”, bisogna dire che il montaggio delle varie parti fu tale che, anche rabberciato, il romanzo mantiene inalterata la tensione e si legge benissimo, in un italiano notevole (erano comunque sessant’anni fa). Il titolo, fa riferimento ad una frase tradotta a pag. 48: “….La porta non dev’essere mai aperta”, che s’intende riferita al fatto che chi si interessa ad un reato compiuto da altra persona, facendone menzione pubblica, finisce per pagarne le conseguenze (ovviamente questo è il pensiero dell’omicida che sta minacciando di morte Nora). Ma potrebbe avere anche altro significato: essere il riferimento alla porta della camera della moribonda che non doveva essere varcata quella notte, a prezzo di pagarne le conseguenze.

Pietro De Palma

sabato 7 marzo 2026

Roger L. Simon : IL TACCHINO SELVATICO (Wild Turkey, 1974) – RIZZOLI, I Gialli di Qualità, N.58/1976

 

Ho impiegato non più di sette ore, per leggere “Il Tacchino Selvatico”, Gialli Rizzoli, N.58 del 1976: di solito  impiego molto più tempo, soprattutto quando leggo un mystery.
Il romanzo, è di un autore americano praticamente sconosciuto da noi, Roger L. Simon, vincitore col suo primo romanzo “The Big Fix” (1973), di un CWA New Blood Dagger.
Roger L. Simon, nato nel 1943, ha scritto parecchi romanzi incentrati sul detective ebreo Moses Wine, già personaggio principale di The Big Fix: di questi, Wild Turkey è il secondo e risale al 1974. Nel 1976, fu tradotto in Italia, per conto della Rizzoli che in quei tempi era impegnata nell’aggiudicarsi fette di mercato dei Gialli da edicola, cercandole di sottrarle o comunque contenderle alla Mondadori.
Due suoi romanzi furono anche pubblicati da Mondadori, nell’ambito della sua collana Segretissimo: proprio The Big Fix, “Sotto vuoto spinto”, col N.670/1976 , uscì in pratica contemporaneamente al romanzo Rizzoli, mentre tredici anni più tardi, sempre in Segretissimo, N.1117, venne pubblicato Raising the Dead col titolo italiano “Su con la morte”.
Come tutti gli scrittori di un certo peso, Roger L. Simon, alterna l’attività di scrittore di romanzi a quella di scrittore di sceneggiature: anni fa, per la sceneggiatura del film Enemies, a Love Story di Robert Mazursky, scritta a quattro mani assieme al regista, fu nominato per un Oscar.
La sua attività di scrittore data dal 1973, cioè dalla pubblicazione di The Big Fix: da allora ha scritto parecchi romanzi, di cui una decina col detective ebreo Moses Wine: il genere è quello Hard Boiled. Almeno Wild Turkey, è di una fattispecie scanzonata, direi quasi “alla Starsky and Hutch”.
Comincia il romanzo con Moses, detective avviato, ma al momento senza indagini, impegnato a occuparsi dei suoi figli, Jacob più grandicello e Simon di due anni. Mentre sta ancora dormendo, una mattina, arriva un giornalista strambo, tale Gunther Thomas, che vuole a tutti i costi fargli un’intervista: fa tanto strepito, che sveglia Simon che, nel lettino, comincia a piangere. Fatto sta, che Gunther, che non ha con lui un fotografo, promette di ritornare tra qualche minuto con un suo amico: solo che ci mette 13 mesi. Quando ritorna, Moses è temporaneamente senza lavoro, e deve occuparsi a tempo pieno dei suoi figli, visto che la ex-moglie è in viaggio: soprattutto deve occuparsi di Simon. Quest’ultimo in particolare è ancora restio a utilizzare la tazza del water per i suoi bisogni: così Moses deve occuparsi anche di pulire il figlio.
Inizio originale di un romanzo giallo. Già questo introduce una nota del tutto propria.
Arriva Gunther, assieme ad un fotografo, strambo quanto lui, e nel frattempo Moses è impegnato a pulire la popò di Simon, che quello s’è fatta nel pannolino: Gunther gli propone di accettare un incarico per conto della Random House e della RCA: deve trovare le prove che scagionino lo scrittore di successo e sceneggiatore di un film sulla mafia, Joch Hecht, dall’accusa di essere responsabile della morte di Deborah Franck, giornalista di successo.
Quando lo va a trovare la prima volta, Moses trova Hecht, che sta scrivendo un romanzo sulla liberazione sessuale. impegnato a trarre materiale per il suo libro, da un suo rapporto sessuale a tre, assieme a due carine fanciulle, ovviamente coperte solo da un asciugamano. Aggiunge Moses, che si vedeva che Hecht aveva lavorato duramente: era esausto.
Debora Frank è stata trovata uccisa nel suo appartamento, e siccome Hecht aveva avuto una querelle sui giornali, anche piuttosto violenta, il sospettato numero uno è lui. Che sarebbe anche al riparo da qualsiasi indagini, se solo si trovasse la giapponese con cui ha passato la notte, Meiko, una tizia che arrangia, lottando nuda con uomini, pure nudi, al Kama Sutra Sexual Club: insomma, dalla lotta poi si passa ad altra attività fisica.
Solo che non si trova: pare scomparsa. E già uno che di gialli se ne intende ha capito che Meiko è stecchita. Comunque Wine, che la solfa l’ha capita (penso io) deve comunque fare un tentativo per trovarla e va al Kama Sutra e dopo alterne vicende, insomma capisce la tenutaria è restia a parlare.
Anzi, quello che le strappa è che Meiko, non esiste: Meiko è un nome con cui Hecht chiama tutte le ragazze con cui fa sesso. Un alibi che si sgretola, anzi non esiste: Moses va a trovare Hecht, e lo ritrova..morto: seduto sulla tazza del cesso, con un foro nella tempia e il sangue che stilla , goccia dopo goccia, sul pavimento: nella macchina da scrivere (nel 1974 non esistevano ancora i PC e Word) è inserito il classico biglietto del suicida. Tutto lo farebbe pensare. Ma la moglie di Hecht, Nancy, che suona al campanello della casa di Hecht, quando lui, Moses, ancora non sa se decidersi a chiamare la polizia, non accetta la morte del marito: pensa ad altro. Tanto più che da uno schedario, sembrano essere sparite delle carte. A questo punto comincia la vera indagine, che diventa sempre più incasinata: basti dire che dal Kama Sutra Sexual Club, prima si passa alla Mafia Ebrea: infatti un boss ebreo, si sa che aveva accusato Hecht, che per del tempo era stato con lui per scrivervi un libro, di avergli carpito informazioni che aveva passato alla polizia, così da farlo incriminare. Il boss, quando gli annuncia che Hecht è morto, fa i salti di gioia: ma gli dice anche che lui non c’entra con la sua morte. Fatto sta che a questo punto l’indagine punta su una “Lega per la liberazione sessuale”: quelli del 1974 sono gli anni di Deep Throat di Gerard Damiano, e dello sdoganamento del Porno Chic, dei proclami a difesa della libertà di espressione e contro la censura. La Lega sta dietro il Kama Sutra Sexual Club: Moses va a cercare informazioni da Cindy, una sessuoterapeuta, che si occupa di rinverdire i sensi in un centro di nudisti. Fatto sta che dietro il Centro, c’è la Mafia Cubana. Il boss, un certo Santiago Martin, vuole da lui i nastri. Quali nastri? Quelli che cercano tutti. Insomma sono i nastri, si accorge Moses, il centro del problema: ora i cubani minacciano direttamente lui ma soprattutto i suoi figli, così Moses li invia con sua zia a Disneyland, dove di poliziotti ce ne sono parecchi.
A questo punto l’incasinamento è generale: due morti sicuri (Debora e Joch) e un altro probabile (Meiko), la mafia ebrea, la mafia cubana, dei nastri spariti, e una Lega per la liberazione sessuale, che spunta sempre sotto: i cubani, e poi altra gente, li vogliono da Moses, perché lui ha trovato Joch ed era Joch che li aveva: in pratica ci avrebbero pensato loro a toglierlo di mezzo e prendere i nastri, se qualcun altro non si fosse frapposto; e loro pensano che sia Moses. Ma di che parlano questi nastri? Non si sa. Ad un certo punto, si penserebbe anche che nel casino generale, anche la CIA faccia la sua entrata, quando il gangster Santiago, a Moses, che sospetta di lavorare per conto di “El Jefe”, un collaboratore militare che per conto della CIA, assieme a Santiago e ad altri cubani, anche gangsters, aveva organizzato l’attacco americano alla Baia dei Porci a Cuba.
El Jefe si sospetterà essere il soprannome del Procuratore Geerale dello Stato della California, Frank Dichter, che proprio in quei giorni ha scatenato una vera e propria guerra contro i locali della Lega, bordelli e cinema a luci rosse. A questo punto Moses, ha sul proprio carnet di indiziati, la mafia ebrea (Greenglass, il cui nominativo a me sembra stranamente simile a quello del boss dei locali di intrattenimento di Las Vegas ne il “Il Padrino” di Coppola, di quegli anni, Moe Green); la mafia cubana, che controlla il settore del sesso; un Procuratore Generale, che ha avuto rapporti in passato con gangsters e ora li vuole far fuori; e nello stesso tempo, ci sono anche degli scagnozzi alle sue costole (uno finirà sepolto da una valanga di fango, durante una tempesta d’acqua, mentre Nancy e Moses scappati dal centro di Cindy completamente nudi, cercano di seminarlo nella tempesta: finiranno in una baracca, a mangiare maiale e fagioli in scatola e a fare l’amore non solo per riscaldarsi). Ah, già, non l’avevo detto: nasce una love story da Moses e la bella vedova.
Non dico come va a finire, ma solo che l’assassino di Debora, non è quello di Joch, che non è neanche quello di Meiko; che il finale è pirotecnico: si ammazzano tutti o quasi tra loro; che i nastri vengono trovati; e si capisce anche perché il romanzo si chiami “Il Tacchino Selvatico” nella traduzione italiana, fedele: in americano sarebbe “Wild Turkey”. Infatti in questo strabiliante romanzo, costato a me cinquanta centesimi su una bancarella, in cui nulla è come sembra, e in cui ogni cosa ha un significato nascosto, anche Wild Turkey ha un doppio anzi triplo significato.
Infatti significa “tacchino selvatico”: ma l’accezione non si riferisce solo al volatile, quanto anche ad un famoso Bourbon Whisky, che tracannano sia Moses che Gunther. Ma all’inizio del romanzo, pag.13, si legge : “— Rimanga li — disse, spingendomi accanto a Gunther che stava terminando il Wild Turkey a gran sorsi.— Il miglior fottuto bourbon d’America — disse, mentre An­thony scattava la foto. — Mi ri­corda di quando mi occupavo delle elezioni primarie giù al sud e andai a caccia con un paio di campagnoli delle paludi della Georgia. Bastardi pazzi che an­davano in giro con le radio a tut­to volume, cantando e sparando a caso fra gli alberi. «Ehi, Da­niel Boone» domandai a uno di loro «sei sicuro che sia il modo migliore di cacciare? Cosi spa­venti gli uccelli prima ancora di vederli.» «Al diavolo, yankee» rispose lui «non fa nessuna dif­ferenza. Da queste parti ci so­no solo tacchini selvatici. E quei maledetti sono così prudenti che il solo modo per prenderli è di sparare a caso a quattrocento metri di distanza! ”. Solo che Wild Turkey si riferisce anche a Nancy, perché come un tacchino selvatico, morirà uccisa.
Il titolo si riferisce, io credo, a lei; lei non è un personaggio secondario; e la sua parte, ricorda parecchio quella che sostiene Faye Dunaway in un telefilm del Tenente Colombo (trasmesso proprio ieri sera, 1 maggio 2010), “It’s all in the game” del 1993: si innamora, pare anche in un certo senso ricambiata, anche per…
Non lo dico. Ma secondo me Nancy si comporta allo stesso modo.
E per chi come me mastica parecchio roba del genere, l’ottimo Roger L. Simon si vede che ha, fino al midollo, assorbito i romanzi di Chandler e Ross MacDonald: non ci vuole molto a capirlo! In più l’atmosfera è ottima, anche parecchio strana e originale, ma poi tutto va a suo posto, come un gigantesco puzzle. E muore anche la donna amata. E il povero Moses, che mi ricorda parecchio, pur in altro contesto, l’Arkady Renko di Martin Cruz Smith (solo che quello non aveva pure i figli a cui badare), finisce..che si toglie i vestiti.
Giallo notevole, con volti familiari cinematografici citati (c’è anche la parentesi negli studios, dove viene trovato uno dei cadaveri, in un condotto di ventilazione), situazioni di quegli anni, e un sottofondo criminale assolutamente visionario, che sarebbe potuto essere, in quel contesto, assolutamente credibile.
A me ha ricordato per certi versi, il modo di fare certi romanzi, di Stuart Kaminsky.
Lo vedremo mai ripubblicato?
Non credo.
Anche per questo ho voluto parlarne.

Pietro De Palma


sabato 28 febbraio 2026

R. e F. Lockridge: L’indizio lontano (The Distant, Clue, 1963) – trad. Enrico Cicogna – I Gialli Garzanti N° 25 del 1965

Cosa accadde nel 1963?
Beh, innanzitutto nacqui io. Al lettore di romanzi polizieschi importerà assai poco, e assai meno importerà sapere che un mio tris-cugino, Carmine, procugino di mio padre, morì Monsignore nel maggio di quell’anno e che è stato proclamato Beato dalla Arcidiocesi di Bari (si sta aspettando l’imprimatur del Vaticano) qualche anno fa. Ma di più importante in quel lontano 1963 cosa ci fu? Beh, innanzitutto l’assassinio di John Kennedy a Dallas; e poi la morte del “Papa buono”, Giovanni XXIII. Al lettore medio di gialli, tutto ciò, benchè più importante della mia nascita e della morte del Beato di famiglia, importa relativamente. Importa un po’ più invece la morte di una certa Frances Louise Davis, perché tempo prima sposatasi con tale Richard Lockridge, aveva formato una delle coppie più famose (anche perché marito e moglie) di scrittori di polizieschi.
L’abbiamo detto tempo fa a riguardo di Kelley Roos, pseudonimo celante due autori, maschio e femmina: negli anni ’40, il bacino di utenza dei lettori di gialli chiedeva non tanto più gialli cervellotici, prerogativa tipica di autori maschili, ma romanzi in cui l’elemento rosa venisse rivalutato. Io credo anche in relazione al fatto che non solo il particolare momento bellico richiedeva letture più riposanti e meno impegnate ma anche lo esigeva il tipo di lettore, che si stava spostando in gran parte sull’elemento femminile, visto che i maschi partivano volontari per il fronte.
Così anche i Lockridge esordirono con la coppia famosa di brillanti investigatori “Mr. e Mrs North”. E devo dire che in quegli anni anche il cinema sfornava film che a loro volta indirizzavano il pubblico verso quei riferimenti culturali: ricordo “L’Uomo Ombra” (The Thin Man) tratto da un lavoro di Chandler, che nel 1934 impose la coppia di investigatori William Powell e Myrna Loy a Hollywood. E ricordo che sempre in quegli anni si assiste ad un ammorbidimento delle trame dei romanzi di Ellery Queen con l’introduzione del personaggio femminile della cronista Paula Paris (in The Four of Hearts, 1938) presente anche in qualche racconto ambientato negli anni di Hollywood; e della sua segretaria Nikki Porter, che appare nel 1943 nelle ultime pagine di There Was An Old Woman, e fugacemente poi in racconti, in qualche altro romanzo, nei radiodrammi e soprattutto nei films: a proposito di questi, è evidente che il successo travolgente di L’uomo Ombra di W. S. Van Dyke influenzò non solo per qualche anno l’industria della celluloide americana ma anche l’attività di scrittori versati al genere poliziesco. Tra questi appunto i Lockridge, che inaugurarono ben tre serie diverse, con 55 romanzi scritti assieme dal 1936: l’ultimo romanzo scritto assieme, Quest for the Bogeyman come il precedente The Devious Ones fu pubblicato nel 1964, un anno dopo la morte di Frances. Tuttavia, neanche due anni dopo la morte di Frances, Richard Lockridge pensò bene di risposarsi con tale Hildegarde Dolson, anche lei scrittrice e riprese a scrivere di buona lena: tuttavia la serie Mr e Mrs North che era stata creata assieme a Frances, non fu incrementata, mentre lo furono le altre tre serie (il Capitano Heimrich, Nathan Shapiro, and Paul Lane ).
Del 1963 è il romanzo L’Indizio lontano (The Distant Clue ,1963), il quattordicesimo dei ventitre romanzi che hanno come protagonista il Tenente Heimrich. La serie, cominciata nel 1947 col romanzo Think of Death, aveva avuto tuttavia un prologo anni prima: infatti il soggetto del Tenente Heimrich, impiegato al Bureau of Criminal Investigation di New York, era apparso in una delle prime storie dei North, Murder Out of Turn  del 1941; e successivamente era riapparso nel 1946 in un altro romanzo con Mr e Mrs North, Death of a Tall Man.
Nei romanzi più tardi della serie, già a partire dall’inizio degli anni sessanta, il tenente Heimrich diventa Capitano, e in questi romanzi compare anche il suo nome, Merton.
In The Distant Clue, proposto in Italia nel 1965 ne I Gialli Garzanti come “L’indizio lontano” , senza che vi sia un preambolo o una introduzione in cui si maturano gli elementi e le portate del dramma (e già questo ci farebbe capire che si tratta di un romanzo moderno e non già uno dei mitici anni ’30), ecco che vengono buttati in faccia al lettore i due elementi del dramma: il professor Wingate, ex docente universitario di Storia ed ora bibliotecario a tempo perso nella locale biblioteca della città di Van Brunt, contea Putnam di New York, e Homer Lenox, ex avvocato e discendente di una delle più antiche famiglie del posto, vengono trovati uccisi a casa di Lenox: il padrone di casa riverso sul parquet di legno con accanto una pistola e poi in linea retta, appoggiato al muro, il cadavere di Wingate, con un foro da proiettile in mezzo agli occhi.
La polizia, nella figura del Capitano Heimrich, è lì coi suoi uomini a raccogliere testimonianze: a voler chiudere il caso basterebbe la scena del delitto: due vecchi amici, uniti da una passione comune, cioè ricercare notizie sulle maggiori e più antiche famiglie del circondario, per un qualche oscuro motivo, sono arrivati ad un diverbio violento che è sfociato in un duplice omicidio. Un capitano superficiale avrebbe così chiuso il caso. Ma Heimrich non lo è. Il figlio di sua moglie Susan, il dodicenne Michael, che conosceva il professor Wingate, continua a dire che non può esser stato lui: era troppo una brava persona e non avrebbe mai premuto il grilletto. E tutte le altre testimonianze convergono su ciò. Stessa cosa per Lenox, tanto più che si sa che i due vecchi erano grandi amici. Heimrich comincia a sospettare che alla base del duplice omicidio ci sia la ricerca che  Lenox stava portando avanti con l’ausilio del suo amico e con l’assistenza di Enid Vance, fidanzata di suo figlio Scott, che gli ribatteva le note a macchina; solo che lo sospetta troppo tardi, quando già qualcuno, ignorando i sigilli della polizia, rovista furiosamente nello sudio di Wingate e poi nello spiazzo di casa Lenox, di notte, brucia parecchio materiale tra quello raccolto dal vecchio.
Depistaggio o in effetti traccia reale? Heimrich prende in seria considerazione la seconda ipotesi. Solo che parrebbe priva di un qualsiasi fondamento su cui insistere, visto che il materiale più compromettente è stato distrutto, se un agente di polizia non trovasse nel bagagliaio dell’auto di Wingate proprio i documenti più importanti: i Diari del dottor Cornelius Van Brunt (colui che aveva fondato la città). Che uniti alle pagine del manoscritto salvatosi dalla furia distruttrice (soprattutto quelle che Enid aveva a casa propria e che aveva usato per battere a macchine le note che sono state invece distrutte), forniscono i primi fondamenti su cui basare l’indagine.
Heimrich comincia ad indagare, interrogare tutti coloro che vicini per luogo e per parentela, potevano sapere qualcosa: interroga Enid (che qualche mala lingua collega ad una presunta tresca col vecchio Lenox) che invece è teneramente innamorata di Scott (figlio di Homer) che fa lo scrittore e che ora si trova ad ereditare un bel patrimonio. Possibile che i due possano aver ucciso il vecchio ed il suo amico per denaro? Ma perché anche Wingate? Scott non è il suo vero figlio, ma solo il figlio che la madre francese aveva avuto da altro: potrebbe anche aver ucciso il patrigmo ritenendolo responsabile della morte della madre in un incidente stradale, che potrebbe esser stato causato da Lenox per uccidere la moglie e Vance, il padre di Enid, che altre male lingue volevano essere amanti? Questa è un’ipotesi.
Ma l’altra porta inevitabilmente alla storia delle famiglie locali: possibile che qualche rampollo di famiglia abbia qualche segreto che i due inconsapevolmente abbiano tirato fuori? C’entra per caso con l’assassinio di Van Brunt perpetrato dalla moglie morta in carcere, con l’ausilio del figlio anche lui in galera? Oppure si tratta di altro? C’entrano magari le altre famiglie antiche del luogo (Mitchie, Vance, Drew, Van Druyten)?
Heimrich interroga tutti a partire dal vecchio Mitchie II, il cui figlio John Mitchie III è buon conoscente di Heimrich, ma il vecchio è lì in piscina, e tutti negano che qualcuno abbia visto il falò acceso di notte a casa Lenox per bruciare i documenti compromettenti. Le indagini rivolte ad altri attori del dramma non portano a risultati soddisfacenti. Ed ecco proprio allora che Heimrich brancola nel buio, un terzo avvenimento spiazza gli inquirenti: il vecchio Jasper Mears, giardiniere delle famiglie nobili del posto, viene ritrovato ucciso nella sua baracca, soffocato. Parrebbe un delitto scollegato, se Heinrich notando nello squallore della casupola, una cucina nuova di zecca, un televisore enorme ed un frigo ultranuovo, e poi ritrovando rotoli di banconote nascoste in barattoli, sospetta un ricatto: possibile che il vecchio sapesse qualcosa? La cosa viene accertata quando Heimrich si ricorda che il vecchio aveva espresso la volontà che lui andasse a trovarlo perché aveva da dirgli una cosa molto importante sui delitti: possibile che pur ricattando una detrminata persona, dopo gli omicidi, temendo per la propria vita, avesse voluto rivelare quanto sapeva e per questo fosse stato ucciso?
Heimrich si convince che questa è la verità. Il vecchio Jasper conosceva tutti gli eredi delle famiglie del luogo avendo lavorato come tuttofare presso parecchi di essi, e quindi anche i loro segreti.
L’attività volta ad interrogare Scott ed Enid da una parte, e altra gente dall’altra continua imperterrita, e non approderebbe a nulla se un bel giorno non capitasse tra le sue mani un rapporto di un’agenzia di investigazioni di Londra: Lenox si era rivolto ad essa per avere riscontri su tale Malcolm Hutton spendendo un centinaio di sterline. Chi è mai questo Hutton? Quello le cui impronte sono state ritrovate sulla scena dell’omicidio e classificate di persona sconosciuta?
Heimrich continua gli interrogamenti che prendono una direzione quando uno dei testimoni ammette di conoscere Hutton: Mitchie II, l’unico dei vecchi delle famiglie, afferma che Hutton era un suo amico, e che insieme erano stati vittima di un grave incidente in Europa: Hutton era morto e lui per mesi e mesi era stato in coma.
Se una pista che sembra chiudersi, un’altra sembra aprirsi : il figliastro di Heimrich, impegnato ad esercitarsi a baseball, e impegnato soprattutto ad evitare falli di piede, rivela come il professor Wingate una volta gli aveva chiesto se mai avesse visto una cosa strana nei piedi degli altri ragazzi del posto. Un feticista? Le indagini lo escludono. E allora?
Questo indizio lontano porterà Heimrich a formulare una teoria che inchioderà l’assassino alle sue responsabilità.
Romanzo che rivela nello stile asciutto, secco, venato di tristezza, un grande scrittore, sicuramente fu scritto quando Frances Louise Lockridge nata Davis non stava più bene: manca del tutto o quasi la parte femminile rosa, brillante, tipica di  Frances, e invece il romanzo si poggia tutto sull’attività del maschio.
Si tratta di un romanzo poliziesco ben modellato, che porta ad una serie di piste false e vere, di veri e falsi sospettati, come in ogni classico mystery che si rispetti: qui non vi è però il detective che investiga, imprestato anche ad un poliziotto di turno, ma che esercita comunque la figura di detective (il Lord di Daly King, Thatcher Colt di Abbot) ma il poliziotto che accumula prove, interroga i testimoni, li torchia, sguinzaglia i suoi uomini, si affida ad elementi del controspionaggio per accumulare altri indizi: insomma ci troviamo dinanzi ad un classico procedural, del tipo portato al massimo della gloria da Hillary Waugh, ma che qui non è affatto malvagio, anzi. L’indizio lontano è un piccolo gioiello: è un difetto fisico, ma che ha costretto una tale persona, ad uccidere. E la causa sono stati soldi, tanti soldi. E come l’indizio è lontano, anche l’assassino lo è, almeno parrebbe che lo fosse. Devo dire in tutta sincerità, avendo maturato una certa propensione investigativa, avendone letti molti di romanzi ( tanti, ma tanti!), avendo maturato una certa sensibilità a propender verso certi indizi invece che verso altri, sono riuscito molto presto ad indirizzarmi verso la giusta persona, avendo avuto la sensazione che quello, tra tutti, avrebbe potuto a che fare con l’omicidio dei due vecchi: una sorta di sensazione, acuita dal fatto che è come se il buon Lockridge si lasciasse sfuggire qualcosa: nella sua blindatura del romanzo, si fa sfuggire qualche apprezzamento, qualche frasetta, che un Carr o un Waugh certamente avrebbero eliminato, e che magari non viene tenuta nel giusto conto dal lettore occasionale o comunque poco esperto, ma che quello di lungo corso inquadra nella giusta prospettiva, avendo come me legittima suspicione.
A patto tuttavia che il romanziere non l’avesse posta in essere veramente questa strada. Cioè che il suo fine non fosse stato quello di indicare nelle ultime pagine l’assassino, avendo già rilevato il movente, ma che invece avesse rivelato in certo modo l’assassino tenendo nascosto il movente. Anche perché, e questo è il difetto di questo buon romanzo, sorretto da un’ossatura di tutto rispetto, e da una tensione costante, i personaggi veramente sospettabili sono pochi: sono i pochi rimasti delle famiglie: i Van Druyten, i Mitchie, I Drew, i Lenox. E poi andando a spulciare si riducono a due in realtà. E quindi gioco forza, si finisce per sospettare del giusto omicida. Tuttavia il motivo, il movente lo si ricava solo nelle ultime pagine: è come se lui avesse detto: Ok, il colpevole è questo, ma perché poi avrà ucciso? Questo è il gioiello, un indizio così lontano e così privo di importanza, ma che nella giusta ottica riesce ad inquadrare e spiegare un duplice, triplice omicidio, che è la vera chicca del romanzo.
Quindi ci troviamo dinanzi ad un un ottimo precedural che non è tanto un Whodunnit, non è per nulla un Howdunnit ed che invece è un rarissimo Whydunnit, un poco usato sottogenere di plot nei mystery, in cui il fine del romanzo è scoprire il vero motivo per cui una data persona è stata uccisa, che in mezzo ad altri moventi, indirizza le indagini vero la logica conclusione. Anche qui ci troviamo dinanzi non ad un omicida efferato, ma davanti a qualcuno che, spinto dalle necessità un giorno, quando è stato scoperto, ha dovuto per forza uccidere a meno di non perdere quello che aveva guadagnato. In fondo quindi è una vittima del destino, una beffa, nata da un’annotazione del dottor Cornelius Van Brunt, che facendo nascere un bambino, ne aveva anche sancito una deformità. Una doppia beffa direi, perché viene spiegata e quindi acquista il valore di prova, da altra annotazione dello stesso dottore, in un libriccino che l’omicidio non aveva ritenuto di bruciare o comunque di portare con sé , perché ignorava che potesse contenere l’indizio che lo avrebbe portato in galera (e forse anche sulla sedia elettrica). Ecco spiegato il tono disincantato del romanzo, il velo di tristezza, sicuramente anche derivato dalle condizioni non ottimali di Frances Lockridge che di lì a poco sarebbe morta.
L’alano Colonnello che accompagna nelle poche ma fondamentali inquadrature Michaels, il figliastro di Heimrich, potrebbe essere una reminiscenza dell’alano presente nel film della Disney 101 Dalmatians (in Italia, La Carica dei 101), apparso nel 1961.
Mi piace infine di poter puntare l’obiettivo su quello che è il vero deus ex-machina dell’intera vicenda, che è anche il testimone più attendibile in assoluto: un ragazzino, Michaels. Una maggiore attenzione nella letteratura poliziesca di quel periodo ai minori?

Pietro De Palma