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sabato 28 ottobre 2017

Rex Stout – Alta cucina (Too Many Cooks, 1938) – trad. Gianni Montanari – I Classici del Giallo Mondadori N. 659 del 1992

Rex Stout è stato uno dei grandi romanzieri americani del ‘900, che oggi vive una specie di letargo, almeno in Mondadori. Motivi? Non so, probabilmente è che oggi, almeno in Italia, stiamo rivivendo una renaissance del Mystery e Stout non appare un grande esponente di quel genere, e non certo da porre sullo stesso piano di Carr. Però ha molti caratteri interessanti che vale la pena inquadrare.
Indubbiamente, uno di quelli che ha contribuito in certo senso a creargli una patina ambigua, è stato il giudizio di qualche critico, secondo cui Stout sarebbe una via di mezzo tra il Mystery e l’Hard-Boiled americano, una specie di Craig Rice o Jonathan Latimer, non essendo né l’uno né l’altro: Stout non ha mai dei plot entusiasmanti, come siamo portati a trovarne in Van Dine o in Queen o in Carr che pure sono americani seppure con sfumature diverse, tranne in qualche romanzo dei primi, fino all’inizio degli anni ’40, ma pure così i plot non sono mai capaci di catturare l’interesse. E nello stesso tempo, se fosse un Hard-Boiled ci dovrebbe essere violenza, e in Stout non ce n’è. Eppure, Stout piace. Perché? Perchè secondo me ha delle nuances che lo avvicinano ad alcuni grandi esponenti del Giallo Americano degli anni ’30, pur mantenendo una propria indipendenza stilistica. In particolare, il carattere che più si mette in risalto quando si parla di Stout è la sua vena vandiniana originale, o almeno la sua tendenza ad imitare qualcuna delle caratteristiche peculiari di Van Dine. Quali?
Stout inventa il suo personaggio principale, Nero Wolfe (Wolfe è chiaramente riferito a Wolf= Lupo, che è animale pericoloso ma solitario, che rifiuta l’uomo, così come Wolfe, esce raramente da casa sua, vivendo in una sorta di ghetto dorato e volontario) guardando chiaramente a Philo Vance: in questo, non poteva certamente non tenerne conto, visto che il suo primo tentativo in tal senso è Fer-de-Lance,“La traccia del serpente”, che è del 1934, tempo in cui ancora furoreggiava Van Dine. Abbiamo assistito anche noi qualche anno fa alla tendenza di imitare lo stile di qualcuno in Italia per avere successo: ne parlavo con Stefano Di Marino in un Blog, non mi ricordo quale, forse anche quello Mondadori, ma non ricordo bene, a proposito del fatto che anni fa c’era parecchia gente che per avere successo imitava il suo stile, creando cloni per esempio di Montecristo. Lui ha riconosciuto, che a mente fredda, questo accumulo di materiale eterogeneo ha finito per danneggiarlo, anche se lui, nella spinta dell’euforia, quando era e si sentiva un leader carismatico, ne difendeva la portata. Ecco questo è quanto accadde anche a Van Dine: ci fu parecchia gente che, spinta dalla necessità di farsi conoscere, cercò di emularne lo stile, creando una serie di cloni di Philo Vance, non sempre con risultati pari alle aspettative. Un esempio? Per esempio il protagonista di The Death in the Dark di Stacey Bishop (George Antheil) che è chiaramente un clone di Vance, ed anche il romanzo, tradotto in Italia come La morte nel buio (e recensito in questo Blog anni fa) ne ricorda uno in particolare: Antheil sperava di avere più successo di quanto ne ebbe, se è vero che questo piccolo capolavoro è rimasto sotterrato nelle pieghe del tempo per così tanto tempo.
Stout fu uno di questi autori à la mode, come il primo Queen, Charles Daly King, Rufus Gillmore, Anthony Abbot, la Tillett, Clason. Tuttavia, se in questi autori le caratteristiche dei personaggi principali, almeno nei primi romanzi sono esasperatamente accostabili a quelle di Philo Vance (come non pensare al De Puyster, personaggio dei primi racconti di Rufus King, così vicino a Philo Vance, anche nel tempo di apparizione da far pensare che proprio Vance sia derivato da esso?), in Stout sono più velate: è questo il dato più interessante: è come se fossimo costretti ad una caccia al tesoro nei suoi romanzi, alla ricerca di queste somiglianze, come se il lettore fosse egli stesso il detective, in una indagine che è parallela a quella principale ed ovvia in un poliziesco, ma nascosta.
Uno dei romanzi più interessanti della prima produzione stoutiana è il romanzo che mi accingo qui ad analizzare: “Alta cucina” (Too Many Cooks, 1938).
La trama è quantomeno singolare: Nero Wolfe viene invitato, come esperto indipendente, a tenere una relazione nel corso della riunione de Les Quinze Maitres, che si svolge ogni cinque anni, e che vede appunto la partecipazione dei quindici migliori chef al mondo, tutti riuniti questa volta presso la struttura dell’Hotel delle Terme Kanawha.
Mentre vi giunge in treno (e già questo è una prova terribile per Wolfe che è abituato a vivere da solo, nel suo splendido appartamento, tra la cura delle orchidee, e le portate sopraffine del suo cuoco di fiducia, soprattutto in virtù della sua considerevole mole fisica), Wolfe, che è amico di Marko Vuksic, uno dei quindici chef, viene presentato a Jerome Berin, il famoso chef inventore di uno dei piatti più mitici, Le Salsicce Mezzanotte,  la cui contraffazione è stata sempre estremamente ardua, nonostante la semplicità degli ingredienti: Nero Wolfe tenta in tutti i modi di convincerlo, di adularlo, di tentarlo, al fine di ottenerne la ricetta per poterla gustare lui solo, nel suo eremitaggio, non facendosela nemmeno preparare dal suo cuoco, per non divulgarla. Ma non ci riesce. Tuttavia in questo primo colloquio Wolfe capta che c’è più di uno, tra i partecipanti a quella singolare riunione, a nutrire sentimenti non certo di fraternità cristiana nei confronti di John Lazlo, chef dell’Hotel Churchill di Londra, a causa della condotta avventurosa di questi che non ha mai rinunciato a fare dello spionaggio nei confronti dei suoi colleghi al fine di carpirne le ricette migliori o a rubare i loro assistenti più promettenti. Così Lazlo non si è fatto certamente degli amici. Non ha nemmeno eccellenti rapporti col suocero, lo chef italiano Dino Rossi, la cui figlia ha rubato al primo marito, Vuksic, amico di Wolfe.
Alla riunione, si scatenano le vene creative de I Quindici che cominciano a ingurgitare, tracannare e apprezzare le tante proposte culinarie: gli anatroccoli, le ostriche, le tartarughe di acqua dolce, e chi più ne ha più ne metta. Il fattaccio si verifica quando affrontano i piccioni: Les Quinze Maitres secondo un ordine prefissato, dovranno tagliare i piccioni e gustarli accompagnandoli alla Salsa Primavera, una creazione di Lazlo, cercando di riconoscerne tutti gli ingredienti, ognuno in separata sede dagli altri, nella Stanza da pranzo dell’Hotel. Tutto va bene finchè si arriva a Berin e Vuksic. Infatti, tra l’entrata del primo e quella del secondo, Lazlo scompare dalla Sala da Pranzo: quando entra Berin c’è ancora, quando invece è la volta di Vuksic, egli non lo vede, ma non ne avverte la mancanza, visti i pessimi rapporti comuni; qualche minuto dopo, tuttavia, è Nero Wolfe, ammesso anche lui alla prova, a scoprirne il cadavere, dietro un paravento, già bello stecchito come una salsiccia, ucciso con una coltellata nel fianco, inferta con uno dei due coltelli usarti per tagliare i piccioni.
Il Sostituto Procuratore Distrettuale Tolman, alla prima esperienza, non vuole sbagliare, perché, lo capisce subito, sarebbe controindicativo sbagliare e fregarsi la carriera futura: pertanto cerca di blandire Nero Wolfe, anche tramite lo sceriffo, a dare una mano, ma non ricevendo inizialmente alcun aiuto. Nero, pur protestando la sua innocenza, riconosciuta anche in virtù della fama raggiunta con la risoluzione di casi precedenti, e della considerazione generale, non si sente minimamente coinvolto nel caso, e anzi vuole andare via il più presto possibile per ritornare nella pace del suo appartamento dopo aver tenuto la sua relazione a difesa della gastronomia americana troppo bistrattata da altre più rinomate in sede internazionale. Tuttavia avverrà qualcosa che ne farà mutare la condotta.
Infatti, basandosi sull’odio reciproco, e quindi sulla esistenza di un movente, pur non avendo prove incontrovertibili, dovendo pure arrestare qualcuno, il Sostituto Procuratore fà trarre in arresto Berin. Per Nero, chiamato in causa dalla di lui figlia, Costanza, sarebbe il modo di trarne beneficio, facendosi rivelare la ricetta delle Salsicce. Così si mette alla caccia dell’assassino, cercando innanzitutto le prove dell’innocenza di Jerome, e cercando ricostruire la dinamica dell’assassinio.
Inoltre, mentre Wolfe ricostruisce la vicenda, l’assassino fuggito senza che la polizia avesse minimamente fatto il benchè minimo tentativo di cercare dia cciuffarlo lì per lì, pur avvisata tempestivamente da Wolfe e dal suo assitente Archie Gooldwin, non sapendo che Wolfe ha rifiutato di aiutare Sceriffo e Giudice nel ricostruire la verità, temendo che riesca a individuarlo, tenta di ucciderlo, sparandogli dalla finestra, a distanza ravvicinata, protetto dal buio della notte, ma Archie, col suo sesto senso, avvertendo una presenza vicina, riesce a deviare la traiettoria del proiettile lanciando davanti alla finestra, prima che che il colpo parta, una frazione prima, il blocco degli appunti nei quali è scritta la relazione di Wolfe da tenersi davanti a Les Quinze, in realtà dieci, perché due non sono venuti e tre..sono defunti prima che si arrivasse alla riunione.
Ben presto Wolfe mette in relazione l’assassinio con il rumore della radio, alla cui musica diffusa, Vuksic ha esitato ad entrare nella sala dove avrebbe dovuto sottoporsi alla prova, tentato dalla sua ex-moglie; ricostruisce i movimenti delle singole persone che tutte quante negano di essersi avvicinate alla Sala da Pranzo, ed invece beccandone una, Leo, moglie di Lawrence Coyne, un altro dei Quinze, che afferma di essersi ferita un dito nella mano chiudendo una porta invece di un’altra e venendo smascherata dalle rivelazioni del personale dell’albergo. Essa è stata la testimone di una scenetta, che Nero mette in direzione diretta con l’omicidio: un dipendente di colore, con la livrea dell’albergo, vicino al paravento dove è stato trovato il cadavere di Lazlo, avrebbe fatto il gesto di imporre il silenzio, mettendosi un dito sulle labbra, rivolto ad altro personaggio di pelle nera dell’albergo. Tutto ciò costringe Nero a vagliare la posizione dei vari dipendenti del personale dell’albergo in servizione quella sera, finchè trova che uno dei tanti, studente alla Harvard University, che si paga gli studi lavorando, è quello che è stato diretto testimone della scena. Tuttavia egli rivela a Wolfe un fatto che sconvolge interamente il quadro probante: il personaggio che egli ha visto non era nero di pelle, ma era travestito in modo da far pensare che fosse di quel tipo di carnagione: “è un bianco”, afferma…. Si è tinto la faccia col nero dei turaccioli bruciati, e indossava dei guanti aderenti di colore nero: egli tuttavia ha pensato che si trattasse di uno scherzo tra i partecipanti della festa e quindi ha taciuto il fatto. Un altro dei dipendenti poi, chiamato a sua volta in causa, rivela che andando ad investigare perché il collega, inviato in Sala da Pranzo a prendere la paprika, ritardasse così tanto, aveva anche lui visto qualcuno, abbigliato come descritto da…, andare via uscendo dalla porta finestra della Sala da Pranzo. Questa ulteriore rivelazione sconvolge i piani accusatori del Procuratore perché sembra prendere in esame l’intervento di una persona che potrebbe essere venuta anche dall’esterno e quindi non rientrare più tra le persone presenti lì in Hotel: un sicario inviato ad uccidere Lazlo. Ma per quale ragione? E davvero si è trattato di un sicario, oppure è qualcuno che ha finto di esserlo e si è travestito per ingannare tutti?
Ed è da mettere in relazione col tutto il tentativo di Lazlo, prima di essere ucciso, di imbrogliare la prova, cambiando l’ordine dei piatti da esaminare dalle persone ammesse alla prova? Può aver influito sulla dinamica dell’omicidio? Infatti ciascuno degli Chef avrebbe dovuto individuare gli ingredienti della salsa inventata da Lazlo, sulla base tuttavia di un altro aggiunto di proposito da lui che variava nell’ordine della partecipazione: a ciascun piatto, indicato da un numero, era assegnata una determinata salsa variata. Lazlo aveva cercato di imbrogliare fino alla fine, imbrogliando l’ordine delle salse, in modo da rendere ancora più ardua la prova: gli Chef, almeno i due che si scopre erano poi stati gli unici ad essere stati sfavoriti maggiormente, cioè Vuksic e Berin, avevano dovuto riconoscere nella salsa un ingrediente che in realtà nella loro non c’era perché appartenente all’altro.
Wolfe, troverà ancora molti indizi prima di capire chi abbia ucciso Lazlo e perché?
Capolavoro riconosciuto, Too Many Cooks ha avuto un cammino subito in discesa, merito dell’idea della prova e dei soggetti chiamati in causa: fino a quel momento un cuoco non era mai stato chiamato in causa in un omicidio. Non tragga tuttavia in inganno la scelta: è perfettamente in linea con l’ascendenza vandiniana di questo primo Stout anche se tuttavia..singolare. Infatti, il carattere più evidente della “nidiata vandiniana” è che per la prima volta, in maniera decisa, si fissa la peculiarità che il delitto di un certo tipo, premeditato ancor meglio, frutto di una mende diabolica ma straordinariamente intelligente, non può che essere il prodotto di una classe socio-economica elevata. E del resto, tutti i delitti che avvengono nei romanzi di Daly King, Ellery Queen, Abbot, Stout e naturalmente, Van Dine, sono il prodotto di una classe emergente: l’Alta Borghesia, tipica del mondo finanziario e del mito del Self Made Man tipicamente americano. E tutti questi Quinze Maitres, non sono semplici cuochi, ma Maestri di fama internazionale, che guadagnano somme astronomiche. Inoltre è presente anche un altro carattere vandiniano, riconoscibilissimo: il detective  ha una grande cultura personale.
Mentre Philo Vance era esperto di arti, soprattutto figurative, Nero Wolfe è esperto di arte…culinaria. E in questo Rex Stout stesso si manifesta molto vicino a Van Dine : infatti, mentre Van Dine stesso, grande esperto e critico d’arte statunitense, immise nel suo personaggio le sue aspirazioni e le sue conoscenze, così Nero Wolfe è lo specchio di Rex Stout, grande esperto, gourmet e gastronomo della cucina americana. Questo lo si apprezza nelle pagine riservate alle indicazioni contenute nel discorso che Nero Wolfe dovrebbe tenere, in cui peraltro viene fatto sfoggio in talune occasioni anche della lingua francese.
La cosa singolare è un carattere singolare che lo identifica non proprio come un seguace pedissequo del “verbo vandiniano”, ma come invece un romanziere che cerca una propria strada: in contrapposizione con “le venti regole da osservare nella scrittura di un romanzo poliziesco” elaborate da Van Dine e con le dieci derivate, di Knox, Stout affaccia per la prima volta un’alternativa sua personale: al divieto di far identificare l’assassino in un personaggio estraneo al numero dei sospettati, egli inserisce la possibilità che l’assassino possa essere venuto dal di fuori e quindi che non fosse uno dei presenti. Tuttavia anche questa sua alternativa deve essere vista nell’ambito del quadro temporale in cui viene elaborata.
Nel 1938, Van Dine non è più l’elemento caratterizzante della scena culturale letteraria statunitense, anzi vive un momento di reflusso (morirà a distanza di un anno) e già non ha prodotto più romanzi di grande impatto, riconosciuti dalla critica, e originali, a partire da Signori, il gioco è fatto!, ultimo romanzo originale, pervaso di grande penetrazione psicologica, che è stato scritto nel 1934. Nel momento in cui scrive Too Many Cooks, la scena americana è riservata ad altri autori, tra cui Stout stesso, tipo Daly King, Ellery Queen, Jonathan Latimer, Dashiel Hammett, John Dickson Carr, diversi nella propria proposta narrativa, ma tutti di primo piano. Stout quindi, che è riuscito già a ritagliarsi una nicchia di lettori, può tentare una via nuova e cercare di allontanarsi sensibilmente dal modello originale, cosa che peraltro è già avvenuta in Ellery Queen con un romanzo già diverso come “La porta chiusa” e due altri “nuovi”come “Hollywood in subbuglio” e “Il Quattro di cuori”, entrambi del 1938, testimoni di nuovo modo di proporre l’indagine e i rapporti del protagonista con la società circostante.
Ma il carattere di portata eccezionale, per cui Stout si manifesta scrittore al di là del poliziesco tout court, che egli inserisce in questo suo romanzo, è la presa di posizione contro il razzismo, una delle prime voci contro l’apartheid, da parte di una classe emergente di scrittori, che non solo fa divertire il proprio pubblico ma lo fà anche pensare, portando avanti, nelle pagine di un libro, una proposta politica assolutamente rivoluzionaria per l’epoca. La cosa è tanto più intenzionale in quanto la sede della trama, le Terme Kanawha, è posta in West Virginia, uno degli Stati del Sud, in cui era ancora presente in quel tempo una cultura pervasa di gretta difesa dei propri ideali e di razzismo più che palese, ben prima che il John Ball dell’Ispettore Tibbs apparisse sulla scena internazionale. La cosa è tanto più interessante quando si analizzi la figura di Stout, esponente della sinistra progressista, tanto impegnato politicamente e ideologicamente da essere stato inquisito più volte durante “la caccia alle streghe” intrapresa dal senatore McCarth, dal direttore dell’FBI Hoover, portatore di una ideologia che è anche culturale, propria degli stati industriali del nord, contrapposta a quella a difesa dei diritti dei bianchi degli stati del sud, ideologia che egli trasferisce come un suo alter ego nel suo Nero Wolfe. Nei capitoli 10 e 11 Nero Wolfe riesce, con la dolcezza, a ottenere delle informazioni proprio da quei dipendenti  (si noti come il personale dell’albergo si componga solo di lavoratori di colore) che, prima, bruscamente interrogati dallo sceriffo (esponente della cultura “bianca” imperante che impone a questa classe di individui solo lavori manuali rifiutati dalla società dei bianchi e non tollera e sottovaluta lo sforzo di alcuni di loro di elevarsi socialmente e culturalmente), non avevano detto di ciò nulla. E nel tempo stesso li difende dalla giustizia, ottenendo che essi non vengano inquisiti e neanche costretti a rimanere in città fino al processo (Nero Wolfe prende le difese dello studente-lavoratore Paul Whipple), contro la pretesa dello sceriffo Pettigrew di incriminarli per reticenza quando non costringerli a rimanere in città, per poi perseguitarli in un secondo tempo; tra i due si interpone la figura del procuratore, il quale, pur esponente dell’Alta Borghesia degli Stati del Sud, è pur sempre un individuo che deve fare di necessità virtù, e che quindi, per avere da Nero Wolfe le prove che una certa persona sia l’assassino, che egli sia stato aiutato da altra persona, che abbia agito con lui allo scopo premeditato di uccidere Lazlo, riconoscendo allo stesso tempo che Berin non possa essere stato l’uccisore, non esita ad accettare le 4 condizioni impostegli dal detective, imprescindibili per avere ragione in aula e riportare un successo personale. E’ una figura tutto sommato positiva: imbranato, goffo, impacciato, innamorato della figlia di Berin, che pure lui ha arrestato, non sa darsi pace, ancora quando il colpevole ed il complice sono stati arrestati, del livore che Costanza Berin gli palesa, e per questo il buon Archie, gran tombeur de femmes, lo aiuterà, nel finale del libro, rovesciando addosso a Costanza il suo drink a mettendo Tolman nella condizione di asciugarle il vestito, e quindi di ristabilire tra i due l’idillio amoroso che l’arresto del padre di lei aveva interrotto.
Sempre nell’alveo della presa di posizione di Wolfe a favore dei lavoratori di colore, noto un altro carattere interessante: non c’è solo la contrapposizione tra bianchi e neri, tra Pettigrew e Whipple per esempio, o Moulton, altro lavoratore di colore e capo dei camerieri, ma anche tra bianchi (Wolfe, e Pettigrew e Tolman): si osservi come Stout ridicolizzi lo sceriffo, descrivendone la strabicità, ed invece descriva positivamente Whipple; ma c’è anche  il diverso atteggiamento dinanzi a Wolfe dei dipendenti di colore, una contrapposizione che è non solo sociale, ma culturale ed ideologica: Moulton è espressione della maggioranza nera che ha accettato di servire e che rimprovera a Whipple la sua audacia verbale e il suo orgoglio personale, mentre Whipple invece rappresenta la nuova generazione “nera” che cerca un affrancamento anche culturale: Gli occhi di Wolfe si spostarono oltre: – Signor Whipple, vi conosco, naturalmente. Siete un cameriere abile e attento, a cena siete riuscito ad anticipare i miei desideri. Sembrate giovane per aver acquisito tanta competenza. Quanti anni avete? Il giovanotto con il naso schiacciato fisso Wolfe dritto negli occhi e disse: – Ventuno. Moulton, il capo cameriere, gli lanciò una occhiataccia e borbottò: – Devi dire “signore”. – Poi si rivolse a Wolfe: – Paul studia all’università. – Capisco. E in quale ateneo, signor Whipple? All’Howard University. Signore. (si noti come il “Signore”, posto da solo, ne accentui la forza dirompente e anche una forma di forzato rispetto, prontamente riconosciuto da Wolfe). Wolfeagitò un dito. – Se il Signore non vi va a genio, fatene pure a meno. La coprtesia forzata è peggio della scortesia. Frequentate l’università per farvi una cultura? – Mi interessa l’antropologia. – Davvero. Ho conosciuto Franz Boas, e possiedo tutti i suoi libri con dedica autografa…Vi rammento che Lawrence Dunbar una volta ha detto: “ la cosa migliore che un opossum sia in grado di fare è riempire una pancia vuota”. Il giovanotto lo guardò sbalordito. – Conoscete Dunbar ? – Certo, non sono un barbaro. (pagg. 134-135).
Il dialogo esemplifica come Wolfe, facendo leva proprio su una umanità che è anche psicologia applicata, riesca ad entrare nella guardia alzata di Whipple e a farla abbassare, parlando non da suo superiore ma da persona che possieda una tale cultura, l’unica cosa che Whipple riconosce come mezzo per affrancarsi dalla situazione di schiavitù anche sociale, ottenendo l’ammirazione del giovane. Osservo infine come la stessa presa di posizione di Stout contro il razzismo (figlio di quaccheri dell’Indiana e quindi espressione della cultura del Nord) sia espressione ideologica di un progressismo liberale che si tinge talora di socialismo, e che si distingue chiaramente da quella di Van Dine, pur espressione della intelleghentja new yorkese, ma pur sempre di destra, esaltatore del mito nietzschiano del super-uomo, di cui Philo Vance è fedele espressione, e che mai aveva espresso sentimenti radicali di sovversione sociale se non rispetto culturale, umano e sociale di un’altra classe, ancora ritenuta, settant’anni dalla fine della Guerra di Secessione, una “classe inferiore”.
Un altro carattere che si evince dalla lettura, e qui termino, è l’atmosfera tutta particolare, che si respira, e che è affidata alle descrizioni veramente maniacali sia degli ambienti che delle portate culinarie, di cui è espressione il linguaggio pregnante di Stout, che si esplica in un’affabulazione senza limiti, piena di riferimenti dotti ed espressioni caratterizzanti, di cui è espressione la traduzione sontuosa di Gianni Montanari. Proprio a questo riguardo, osservo come questo sia uno dei pochi casi di ritraduzioni dello stesso testo che riconosco come necessari per operare una rivalutazione dello stesso, la cui forza già emergeva nella traduzione sforbiciata di Alfredo Pitta, ma che solo quella integrale di Montanari riesce a far mergere compiutamente.

Pietro De Palma

Rex Stout : La scatola rossa (The Red Box, 1937) – trad.Nicoletta Lamberti – I Classici del G.M. n.573 del 1989

The Red Box, “La scatola rossa”, è il quarto romanzo di Rex Stout. Risale al 1937, l’epoca d’oro dei romanzi con Nero Wolfe. E’ un classico whodunnit, con una spiccata propensione tuttavia al giallo psicologico.
Lleweyn Frost, giovane commediografo, affida a Nero Wolfe il mandato per scoprire chi abbia ucciso una settimana prima, presso l’atelier del noto stilista Boyden McNair, la modella Molly Lauck, morta dopo aver assaggiato un confetto alla mandorla, farcito di cianuro, mentre stava svagandosi assieme a due sue colleghe, tra cui Helen Frost, cugina di Lew, dopo una sfilata.
Per poter visionare gli ambienti teatro della morte e interrogare i presenti, Nero Wolfe è costretto materialmente a muoversi dalla sua casa-serra, e già questo lo manda in bestia; la sua alta soglia di irritazione si arroventa quando proprio coloro che gli dovrebbero dare una mano a scoprire le cause della morte, fanno di tutto per ostacolarlo. A partire dallo stilista, per passare da Dudley Frost, ed arrivare a Helen Frost, sostando anche dalle parti di Calida Frost, madre di Helen. Tutti allo stesso modo nascondono qualcosa. Per non parlare di Perry Gebert, amico di Calida, un essere viscido, che vorrebbe fidanzarsi con Helen, spinto dalla madre di lei.
In questo ambiente, Wolfe comincia a raccogliere quegli indizi che neanche lontanamente aveva raccolto Cramer, l’Ispettore della squadra omicidi, pur essendo stato incaricato delle indagini sette giorni prima che apparisse Wolfe. Attraverso una serie di puntigliose indagini e anche con prove sperimentali, Wolfe stabilisce che il veleno è stato messo non per colpire alla cieca, ma per colpire una persona in particolare, cioè lo stilista: è lui che nel suo ambiente è notoriamente ghiotto di confetti. Nell’occasione dell’omicidio, l’assassino è stato sfortunato perché la possibile vittima era sazia, e per un caso si è trovata un’altra persona che è venuta a sapere della scatola di dolciumi e, sottrattala dallo studio dello stilista e senza volerlo salvatolo, l’ha proposta a delle sue amiche, morendo proprio lei al posto di McNair.
Al di là delle apparenze Wolfe assiste ad un balletto di mezze verità e mezze bugie: Helen è amica di McNair che gli potrebbe essere padre, ma che le regala diamanti come se fossero noccioline: uno è incastonato nel portacipria, un altro è il solitario che la ragazza porta al dito; Dudley, suo zio e padre di Lew è sfuggente, non capendo perché il figlio abbia assoldato Wolfe, che rivangherà negli affari di famiglia; ancor più sfuggente, il figlio, che innocentemente tenta di proteggere la cugina quando sembra che i sospetti si concentrino su di lei, dopo che si viene a sapere che prima che le due amiche si accingessero a mangiare dolciumi, lei conosceva già il contenuto della scatola, perché l’aveva vista nello studio di Mcnair, cercando di togliere il mandato a Wolfe e mandandolo ancora più in bestia. A questo punto Wolfe è sempre più deciso nel rivelare il nascosto, e in tutti i modi cerca di capire perché qualcuno voglia uccidere Mcnair e lui sia refrattario a parlare. Fatto sta che quando McNair gli confida il fatto di averlo nominato nel suo testamento e averndogli affidato una misteriosa scatola rossa, non fa a tempo a rivelargli dove essa si trovi, che assumendo un’aspirina, cade fulminato anche lui, avvelenato da cianuro: l’aspirina era una compressa di cianuro, avvolta in uno strato di acido acetilsalicilico.
Wolfe che ha dei sospetti, in relazione alla stranezza che Helen fosse nata più o meno negli stessi giorni in cui nasceva la figlia di McNair, e di come questi avesse perso moglie e figlia, e avesse a Wolfe che la moglie era morta ma la figlia era stata persa, e anche al fatto che Helen era erede di un patrimonio di due milioni di dollari dati dal padre Edwin Frost prima che cadesse nei cieli francesi durante la prima guerra mondiale, ma che la madre non aveva beccato neanche un centesimo, per una cerca cosa che a Edwin non era andata giù, e che il patrimonio era affidato a a Dudley fino alla maggiore età di Helen. Sospetta anche di Gebert, in relazione ai trascorsi di Calida. E pertanto scopre tutto un raggiro, che aveva come scopo quello di impedire che Lew potesse ereditare i soldi al posto di Helen. Ma perché McNair solo ora è stato ucciso? E perché poi?
Dopo l’assassinio proprio di Gebert con un espediente ingegnoso (un piattino sospeso da scotch al tettuccio dell’auto, contenente nitrobenzolo misto ad acqua che gli cola addosso avvelenandolo), Wolfe, dopo aver inscenato il falso ritrovamento della scatola (in realtà una scatola rossa acquistata presso un rigattiere, con al suo interno una fiala di nitrobenzolo), smaschera durante un confronto nel suo studio, alla presenza di tutti gli attori del dramma, l’omicida, che preferirà uccidersi piuttosto che essere arrestato e sottoposto a processo.
Il romanzo si concluderà con Helen Frost quasi contenta di aver trovato il vero padre, erede di molto più che due milioni dollari, e Wolfe che finalmente potrà ritirare la parcella di diecimila dollari.
Il romanzo, è ancora ed è riconoscibile in questo, un romanzo in cui Stout si rivela essere un vandiniano. Di solito la pesante eredità in tutti coloro che inizialmente vollero conformare la loro opera ai dettami stabiliti da Van Dine, sfuma nel prosieguo dell’attività, e soprattutto nel passaggio attraverso la seconda guerra mondiale: le opere di Queen per es. già a partire da La casa delle metamorfosi, diventano più singolari, e meno ripetitive di cliches, e così anche quelle di Stout; Daly King è più singolarmente vandiniano solo per il fatto che le sue opere non arrivano alla seconda guerra mondiale e scontano il fatto di appartenere agli anni ’30.
In cosa è ancora un romanzo vandiniano? Principalmente nella tendenza di Wolfe a ritenersi un artista della sua professione: questa tendenza ad autoincensarsi (e automaticamente a svilire il basso volgo) è tipica del detective vandiniano, per le sue doti di intelligenza e capacità di risolvere qualsiasi tipo di problema gli venga sottoposto. Poi vi è un indizio, chiaro, lampante: un’ accezione inusuale per definire un certo tipo di parentela. Lew accenna al rapporto con la cugina, dicendo che sono orto-cugini: il fatto che vi accenni è in relazione al fatot che evidentemente Lew, segretamente innamorato della cugina e ostile a Gebert, aveva però già studiato tutte le possibilità che la legge gli desse per unirsi alla cugina: orto-cugini sta ad indicare una parentela singolare in cui padre e madre sono fratello e sorella di un’altra coppia , e che entrambi abbiano generato figli che tra loro non sono solo cugini, ma orto-cugini, provenienti cioè da avi dello stesso ceppo familiare. Ovverossia nel nostro caso, Dudley e la moglie (che non si vede: è vedovo?) sono fratello e sorella di Calida e Edwin. Tuttavia alla fine si scoprirà che Lew e Helen in realtà non sarebbero proprio orto-cugini.
Il romanzo oltre che avvincere proprio per questi rapporti di parentela molto stretti, tali da evitare che sconosciuti possano attentare all’essenza del clan (a ragione, perché sono famiglie originarie della Scozia), proprio per gli stessi motivi è come se evidenziasse degli elementi di repulsione, allorchè si viene a scoprire tutta una manovra tendente a far unire in matrimonio Helen a Gebert, che parte da Calida, che al tempo dell’arruolamento in aviazione di Edwin Frost lo aveva tradito proprio con Gebert. Allora, questa madre che era stata l’amante di un uomo, non esita a buttare tra le sue braccia la figlia, pur di poter così godere indirettamente di quel patrimonio di due milioni di dollari da cui altrimenti sarebbe estromessa.
Il romanzo ha punti di contatto con altri romanzi dello stesso periodo. E’ evidente una possibile filiazione di The Red Box di Stout da The Poisoned Chocolates Case di Anthony Berkeley : il punto di contatto non è solo il metodo di avvelenamento singolare (scatola di dolciumi in uno, scatola di cioccolatini nell’altra) quanto anche uno dei veleni che si trovano citati in ambedue i romanzi, cioè il nitro-benzolo. Tra i due ovviamente la fonte originale è la più precisa in relazione alle modalità di avvelenamento: 8-10gocce di nitrobenzolo sono già una dose letale, ma il nitrobenzolo non si comporta come il cianuro per cui i tempi di avvelenamento mortale sono molto rapidi; ha più un comportamento simile all’avvelenamento da arsenico, cioè l’avvelenamento di solito è progressivo ed è di tipo sociale, cioè avviene in quelle persone che per motivi di lavoro vi vengono a contatto: infatti è una delle poche sostanze velenose che possono essere assorbite per via cutanea, determinando attraverso questa via, però mai la morte improvvisa. Quando è letale, l’avvelenamento acuto (raro) deve essere massiccio. Non a caso la vittima del romanzo di Berkeley se avesse mangiato un solo cioccolatino, non sarebbe mai morta: muore perché ne fa una scorpacciata. Nel romanzo di Stout invece, per l’avvelenamento da dolciumi viene usato il cianuro, che è mortale, ma l’avvelenamento cutaneo mortale di cui è vittima Gebert da nitrobenzolo è un paradosso, non potendo mai il nitrobenzolo per quanto detto, uccidere per avvelenamento cutaneo in maniera improvvisa. In questo riscontriamo una notevole imprecisione di Stout che non aveva verificato probabilmente il livello di mortalità effettiva dovuto alla sostanza.
Dal romanzo fu tratto in Italia uno degli sceneggiati del Nero Wolfe con Tino Buazzelli e Paolo Ferrari, per la precisione il primo, quello pilota della serie: trasmesso nel febbraio del 1969, la sceneggiatura di Belisario Randone non si discostava molto dal romanzo, tranne che aver saltato la parentesi di Glenanna (un cottage in cui ad un certo punto si suppone possa essere stata nascosta la famosa scatola rossa) per ovvi motivi, essendo uno sceneggiato interamente ripreso in studi televisivi, e soprattutto per la sorpresa finale della falsa scatola, in cui nella trama vera c’è solo una fiala di nitrobenzolo, di cui l’omicida si serve per uccidersi (è evidente che Nero Wolfe avendo inscenato il ritrovamento della scatola, voglia dare la possibilità all’omicida di uccidersi, perché in questo modo salva anche dallo scandalo persone già provate per fatti precedenti), mentre nella trama sceneggiata in tv, di fiale non ce n’è neanche l’ombra ma solo un malloppo di documenti (quelli che in verità vengono trovati nella vera scatola dietro una pietra del camino della casa della sorella di McNair in Scozia) che in questo modo erudiscono lo spettatore su quella serie di fatti di cui invece il lettore è stato già messo a parte.
Nondimeno è evidente un altro più recondito intendimento nello sceneggiato, trasmesso sul secondo programma nazionale della RAI: quello di non parlare di suicidio, una pratica di morte che nell’Italia cattolico-democristiana era assolutamente condannata (con la dannazione eterna), ma piuttosto di arresto del reo affinchè scontasse il fio della sua colpa ed eventualmente si ravvedesse. Del resto questa tendenza a sostituire l’arresto al suicidio, è ravvisabile in altro sceneggiato di quegli anni, il Philo Vance televisivo, con Giorgio Albertazzi, in cui, ne La fine dei Greene, l’omicida viene internato in un manicomio criminale, invece che finire suicida con la propria auto. Anche nell’episodio conclusivo della miniserie di Philo Vance, lo sceneggiatore è lo stesso che di quello tratto da La scatola rossa di Stout, “Veleno in sartoria”: Belisario Randone.
Come struttura, il romanzo non è un mystery veramente classico, ma come tutti i Nero Wolfe, soprattutto quelli dagli anni 40 in poi, ma un mystery movimentato, dinamico, con ceneri hardboiled (l’interrogatorio della polizia di Perren Gebert, trovato ad introdursi di nascosto nella vilal di Glenanna, è sintomatico) ed anche una certa filiazione oltre che da Berkeley, per certi versi anche da quei romanzi che originavano da Conan Doyle, per la singolarità di far derivare tutta una situazione di cui si parla nel romanzo, da un dramma accaduto nel passato.

Pietro De Palma