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giovedì 17 aprile 2025

Michael Innes : Delitto ad Elvedon Court (Appleby’s Other Story, 1974) – trad. Anna Ponti; I Gialli di Qualità N.21, Rizzoli, 1975.



 
Di John Innes Mackintosh Stewart abbiamo già parlato quando abbiamo analizzato l’unico romanzo pubblicato da Mondadori, “Meglio erede che morto” (The Gay Phoenix, 1976). Quindi..tireremo innanzi. Tuttavia, rimarchiamo la pochezza dei romanzi di questo straordinario autore britannico pubblicati in Italia a fronte dei molti invece tradotti di Nicholas Blake (pseudonimo di Cecil Day-Lewis, e come lui, cattedratico: solo 5.  Un po’ poco, se si considera la grande qualità di questo romanziere.
Nel 1975 fu pubblicato da Rizzoli, nell’ambito della sua collana “I Gialli di Qualità” (comprendente tra l’altro, oltre a Innes, altri ottimi scrittori, talora assolutamente sconosciuti in Italia), “Delitto ad Elvedon Court” (Appleby’s Other Story, 1974). E’ un’altra avventura di Appleby, anche questa volta piuttosto tarda. E’ curioso rammentare come i romanzi di Innes siano stati pubblicati in Italia solo a partire dagli anni settanta, e, cosa ancora più curiosa, sono stati pubblicati suoi romanzi allora relativamente recenti, come se i precedenti romanzi della sua produzione, quelli più rinomati, soprattutto i primi quattro, Death at the President’s Lodging (1936) conosciuto anche come  Seven Suspects; Hamlet, Revenge! (1937); Lament for a Maker (1938); Stop Press (1939; anche come The Spider Strikes), e i molti ottimi, tra cui altre eccellenze, non fossero mai stati stampati. Una cosa ben strana!
Il primo romanzo di Innes ad essere pubblicato in Italia, nell’agosto 1966, fu “La moglie immortale” (The New Sonia Wayward,1960), nell’ambito della collana Feltrinelli “Il Brivido e l’avventura”. Seguirono “Per quarantott’ore silenzio” ( Silence Observed, 1961) pubblicato nel 1972 dalle Edizioni Paoline; poi quello che presento oggi; ed infine il romanzo pubblicato da Mondadori nel 1976, “Meglio erede che morto” (The Gay Phoenix, 1975). Qualche anno fa, anche Polillo ha voluto dire la sua, pubblicando l’opera prima di Innes, “Morte nello studio del rettore”, Death at the President’s Lodging (1936).
“Delitto ad Elvedon Court” comincia con un omicidio.
John Appleby ex Commissario Capo ora in pensione, assieme al suo amico Colonnello Tommy Pride, Capo della Polizia di Contea, si sta recando ad Elvedon Court, antica residenza di campagna, di proprietà di Maurice Tytherton, uomo d’affari e grande collezionista di quadri. Il segreto intendimento di Pride, che ha allegramente coinvolto Appleby, ben contento di risvegliarsi dal torpore della pensione, è quello di ottenere un parere dall’amico in merito ad una faccenda avvenuta qualche anno prima: la scomparsa di alcuni quadri di valore dalla magione di Elvedon Court, ben pagata dalla assicurazione di turno. Comunque a Pride qualcosa non quadra in quella sparizione e così i due si stanno recando dal collezionista. Sfortuna vuole che lo trovino già morto e stecchito: è stato ammazzato nella notte con un colpo di pistola, all’interno del suo studio.
Pride, chiede ad Appleby, con la benevolenza dell’Ispettore Henderson, ben contento di ottenere una consulenza prestigiosa come quella dell’ex Commissario, di occuparsene discretamente.
L’ambiente in cui la polizia deve muoversi è nebuloso, ben oltre le più rosee aspettative: gli abitanti della casa, dai familiari ai domestici, sono quanto di più infido possa esistere.
La moglie di secondo letto di Maurice Tytherton, Alice, è bellissima ma gelida e distante: è interessata al buon nome della proprietà, ad essere ben considerata dalla società, e sfrutta le sostanze del marito in maniera considerevole, vivendo agiatamente. Per quanto si sappia i suoi rapporti col marito sono freddi: il marito ha un’amante, Cynthia Graves, una tipa di assai dubbia moralità, una cortigiana di lusso, una mantenuta insomma, che non disdegna di riscaldare il letto non solo dell’amante ma anche del nipote di questi, Archie, altro tipo debosciato, la cui attività preferita è quella di fare sesso con chiunque tizia gli capiti a tiro, comprese le cameriere; ma anche lei, Cynthia, in fondo, non ha perso tempo: ha una relazione extraconiugale col Dottor Carter, eminente chirurgo. Insomma una famiglia in cui “le corna” sono vicendevoli e anche ben conosciute.
Oltre agli stretti familiari, altri personaggi strani si muovono nella casa: Raffaello, strano mediatore di opere d’arte, dalla fedina penale non proprio immacolata, coinvolto nel passato di Appleby in inchieste riguardanti sparizioni di opere d’arte e ricettazione, che si aggira nelle enormi e molteplici stanze della villa, pare invitato dallo stesso padrone di casa; Miss Kentwell, altro strano personaggio, la cui occupazione sembra essere quella di spillare soldi per beneficenza; e infine il maggiordomo, Catmull, e la sua consorte, entrambi viscidi, molto interessati alle proprietà di casa, e pettegoli. Infine c’è anche il figliol prodigo, appena tornato a casa, Mark, unico figlio di Maurice, che Appleby trova nel bosco attorno alla casa, e che pare sia stato a casa la sera prima poco prima che suo padre fosse ucciso, e che avesse avuto con lui una furiosa lite, conclusasi con la fuga nel bosco. Il motivo di tanto astio? I gioielli della madre, prima moglie di Maurice, monili di gran valore, tra cui una parure di diamanti, che in quanto di sua proprietà e non donategli dal marito, dovrebbero essere propri del figlio ed invece sono finiti, nonostante le aspirazioni a possederli da parte di Alice, nelle mani della puttana di Maurice, Cynthia, che in ogni occasione non perde mai occasione di far capire come per lei il sesso sia un’occupazione e una possibilità di successo.
Oltre a questi “esempi di moralità”, altri due personaggi girano nel tourbillon dell’entourage: il vicario Voysey, e il segretario di Maurice, Ronnie Ramsden, altro personaggio alquanto ambiguo.
Le indagini di Appleby e Harrison si presentano subito alquanto complesse: Ramsden e Miss Kentwell, hanno la sera prima fatto un giro nella casa, con destinazione i tetti, salendo e discendendo scale interne, per godersi la luna piena. Prima si sono affacciati nello studio al primo piano, non trovandovi Maurice Tytherton, poi, quando sono ridiscesi, lo hanno trovato morto: particolare curioso è il vassoio col brandy che invece di trovarsi sulla mensola del caminetto è in altro posto come se Maurice avesse ricevuto una visita. Inoltre, la prima volta che sono entrati nello studio, si è sentito l’urlo di un pavone, e affacciandosi lo hanno visto stazionare sulla testa della statua di Ermete, proprio sotto la finestra, mentre la seconda volta non l’hanno sentito.
Il lasso di tempo è di venti minuti, in cui chiunque della casa avrebbe potuto compere il delitto senza essere visto: i due che verosimilmente, per quanto detto, sono esclusi a priori sono Ramsden e Kentwell, che in quanto assieme, forniscono ognuno all’altro un alibi inattaccabile (sempre però che non l’abbiano ucciso assieme!). Comunque sia non si capisce per quale motivo avrebbe dovuto sopprimere il suo padrone Ramsden, e ancor più la Kentwell che è apparentemente in quella casa per reperire fondi di beneficenza: avrebbe dovuto uccidere “la sua gallina dalle uova d’oro”. Per quale motivo?
Appleby comincia ad indagare. E ben presto capisce che ognuno dei soggetti di questo dramma presenta due o tre diverse facce, ognuno mentendo e nello stesso tempo presentando le verità che più fanno comodo. E capisce che tra i vari moventi: gelosia (nei confronti del nipote o della moglie: Maurice aveva chiesto il pomeriggio stesso della sua morte, al suo legale, di cambiare il testamento), cambiamento del testamento (nipote, moglie, figlio), possesso dei gioielli della moglie (figlio, moglie, amante), quadri rubati (Raffaello), icone sottratte all’URSS e finite nelle mani di Maurice, e del cui ritrovamento si occupa Miss Kentwell, detective privata sotto mentite spoglie, la cui doppia occupazione in quella casa era quella di controllare Alice per parte del marito, per comprovarne il tradimento e nel tempo stesso cercare le icone rubate, di nascosto a Maurice, una doppiogiochista scaltra e furba, il movente determinante è quello delle opere d’arte. E nell’arco di un giorno perviene alla soluzione del caso, dopo aver fatto il giro dell’immensa villa e aver visitato tutte le stanze e i piani e persino esser stato nelle soffitte; dopo aver trovato della carta stracciata, nel locale deputato alla spazzatura; dopo aver sentito del grido di un pavone, nella notte dell’omicidio; dopo aver trovato le icone rubate, dietro a degli innocenti quadretti.
Ci troviamo dinanzi ad un romanzo di altissima classe, con una tensione che non si allenta un attimo. Varie sono le caratteristiche che individuo.
Innanzitutto l’assenza di un prologo, di una parte introduttiva al delitto: Innes, pur essendo un puro britannico, e quindi inserito nel filone della detective story di marca anglosassone, alla Christie o alla Heyer insomma, si comporta invece come soleva fare Carr: inserire il proprio personaggio a delitto avvenuto, il più delle volte, estraneo al contesto in cui è maturato il delitto, imparziale, “super homines” e quindi in grado di valutare le mezze verità anche come mezze bugie.
Poi la presenza di figure retoriche sparse qua e là, tra cui alcune rappresentazioni allegoriche molto efficaci.
 John Innes Mackintosh Stewart era un cattedratico di grande cultura umanistica, qualità che si poteva apprezzare nella tendenza più volte espressa nei suoi romanzi, al riferimento letterario di opere di autori latini e britannici del passato: anche qui, ogni tanto, emergono le sue conoscenze letterarie.
All’inizio del romanzo, c’è un passo emblematico: “Il boschetto ammicca al boschetto, ogni sentiero ha il suo gemello, e metà della piattaforma rispecchia l’altra metà”, che il lettore non molto curioso, potrebbe falsamente attribuire a William Blake che viene citato qualche rigo più sotto, e che soprattutto potrebbe attribuire ad uno sfoggio assolutamente vanitoso di cultura poetica.
In realtà, “Grove nods at grove, each alley has a brother,
And half the platform just reflects the other”
, che è un passo tratto da “Epistles to Several Persons: Epistle IV, To Richard Boyle” (Moral Essays, ep.
IV, l. 117) di Alexander Pope, a parere mio sottende ad altro ragionamento.
Come avevo supposto per The Gay Phoenix, anche qui Michael Innes sfrutta le sue conoscenze umanistiche utilizzandole anche in preziosismi lessicali ed enigmatici riferimenti, che, quando inserite nel dialogo, mai sono avulse dal contesto del plot ma anzi anticipano la natura della rivelazione e le deduzioni successive. Così, se il titolo del romanzo del 1975 alludeva non tanto ad una qualità della Fenice quanto ad una sottile allusione alla natura omosessuale di uno dei protagonisti, così anche qui in più occasioni, Innes si serve di figure retoriche per rivelare talune caratteristiche del plot. L’allegoria che è insita nel distico di Pope, può esser riferita oltre che alla doppiezza psicologica dei personaggi, anche alla doppia natura di una caratteristica del plot che sarà alla base della rivelazione finale. Non credo proprio sia una mia personale supposizione, tant’è vero che l’inizio del distico “Grove nods at grove” viene ripetuto più in là nel prosieguo del romanzo, quasi a cadenzarne il significato nascosto.
Tuttavia Innes inserisce altre figure retoriche nella tessitura narrativa del romanzo: una similitudine tra il modo di sbucciare la mela del reverendo Voysey e la leggiadria con cui sale la rampa delle scale di Elvedon Court: “Gli rammentava assurdamente il modo in cui il reverendo Voysey aveva sbucciato la mela, con tanta delicatezza, tanto elegante era la sua aggraziata spirale in pietra di Bath finemente intagliata” (cap.4 pag 75); oppure un’altra allegoria, quella riferita al sogno di Archie: “Il tavolo da biliardo diventava sempre più grande e così le stecche. E le palle alla fine erano come palle da cannone, e lui doveva continuamente farle sbattere di qua e di là, freneticamente” (cap. 3 pag. 41). In questo caso l’allegoria è chiara, a parere mio: alluderebbe ad una rappresentazione dell’amplesso, in una figurazione anche piuttosto oscena: il tavolo da biliardo potrebbe essere l’amante o il letto, le stecche sono spesso rappresentazioni figurate del membro maschile,le palle dei testicoli. Il loro movimento frenetico figurativamente esprime proprio la foga di un amplesso, in una rappresentazione estremamente plastica.
E anche descrive meravigliosamente la figura di Archie, legando la comprensione della sua natura psicologica ad una rappresentazione che è anche visiva, esplicativa nella sua volgarità e associabile ad un tipo di persona particolare.
Un passo celebrativo è quello presente nel cap.4 della traduzione italiana del libro, pag.92:
“Tenete alte le vostre spade lucenti o la rugiada le farà arrugginire”. Il distico è riferito al celebre discorso che l’Otello di Shakespeare fa e che in inglese recita: “Keep up your bright swords, for the dew will rust them” (William Shakespeare : Othello, Atto 1, Scena II, verso 60).
Il matterello levato in aria dalla moglie del maggiordomo Catmull e pronto a colpire, richiama la spada levata in aria da Otello. Qui l’immagine epica del discorso shakespeariano, assume un tono assolutamente e volutamente più ruspante: perché al guerriero del mare è contrapposta una guerriera della cucina. La rugiada, che come si sa si posa sui fiori e sull’erba, quindi su qualcosa che è in basso. Se non si usa sovente la spada, quella resterà inoperosa, infilata nel fodero, e potrà correre il rischio di arrugginirsi. Se invece la si usa, combattendo, essa non potrà arrugginirsi, perché sarà sempre usata, e quindi pulita e affilata.
Altra figura retorica che mi appare è la circonlocuzione: la frase presa in esame è “L’assoluta inutilità dei regni sommersi”, a pag. 114 del cap. 6^ del romanzo nella versione italiana, con cui Appleby commenta tra sé e sé il suo errare nelle soffitte di Elvedon Court. Comunque sia, la frase nella sua versione originale è “The superannuations of sunk realms”, ha significato ben diverso dalla sua resa in italiano, direi alquanto strana: infatti, se volessi letteralmente tradurre il verso inglese, che è tratto da “The Fall of Hyperion – A dream” di John Keats (1, 66), scriverei “L’obsolescenza (o il pensionamento) di reami irrecuperabili”. Solo in questa resa si potrebbe apprezzare il senso della perifrasi citata da Innes perché in questo caso meglio si accorderebbe con una soffitta polverosa in cui sono accatastate tante cose oramai messe in pensione perchè non più utilizzabili oppure passate di moda.
Tuttavia queste figure retoriche ed espressioni, che ogni tanto si incontrano, hanno tutte un’aria molto ironica, classica estrinsecazione dell’humour britannico, una risata a denti stretti, che sgrava la tensione, mitigandola con la battuta dell’uomo colto.
Il risultato nella sua complessità, è una scrittura non molto facile da interpretare, preziosa nei suoi giochi di parole, nei suoi significati, molto spesso doppi, difficile e quindi anche lenta nel suo incedere, assimilabile a quella lentezza dell’incedere con cui una persona anziana, come Appleby, si muove e parla: insomma una similitudine nascosta nella stessa natura stilistica del modo di scrivere..
Altro significato nascosto mi parrebbe essere il riferimento all’urlo del  pavone appollaiato sulla testa della statua di Hermes: come lo stesso Innes dice, citando la natura di Psicopompo di Hermes: “ E’ Ermes, signorina Kentwell. Conduce le anime dei morti nell’Ade, ed è perciò indicato con l’attributo di psychopompos dagli antichi greci…con un chiaro di luna come quello vedemmo subito di che si trattava: il grido era stato lanciato da un pavone, appollaiato sulla testa della statua.” (pag.101, cap.5). Infatti Hermes era l’accompagnatore degli spiriti dei morti, nel viaggio per il mondo sotterraneo dell’aldilà: quindi, il riferimento di Hermes e del pavone, sarebbe un’allusione ricercata: il pavone che urla (di notte, anche l’upupa urla, ed è un simbolo di morte), appollaiato sulla testa di una divinità , con valenza di divinità dell’oltretomba, alluderebbe alla morte di qualcuno, in questo caso di Maurice. In altre parole, quando il pavone urla appollaiato sulla testa della statua di Hermes, Maurice è già morto e Hermes lo sta conducendo nel Regno dei Morti.
Tuttavia, la classe di Innes sta nel servirsi di queste sottigliezze della pratica poetica, e di queste citazioni dotte, non come abbiamo detto prima, per sfoggiare solamente la propria cultura, ma soprattutto per sottolineare talune caratteristiche del romanzo. In questo, quindi, ancora una volta, il romanzo rivela dei tesori, non così palesi alla prima interpretazione.
Il romanzo infine possiede anche delle citazioni molto significative, di autori polizieschi: esse sono manifeste, quando cita “Il problema sul ponte della Thor” di Conan Doyle da Il taccuino di Sherlock Holmes, e celate, quando molto probabilmente si rifa nella soluzione, ad un celeberrimo racconto di John Dickson Carr.
 
Pietro De Palma

giovedì 27 dicembre 2018

Michael Innes : Le scarpe del morto (Dead Man’s Shoes, 1953) – trad. Marcella Dallatorre – ELLERY QUEEN PRESENTA: Primavera Gialla ’77, pagg. 211-250

Di Michael Innes abbiamo già parlato a proposito di due romanzi, parecchio tempo fa. Ma Innes realizzò anche delle antologie di suoi racconti. E alcuni di questi sono stati tradotti e pubblicati da Mondadori nelle stagioni del Giallo.
In una di queste, la Primavera Gialla ’77, venne pubblicato uno dei suoi più lunghi racconti, Dead Man’s Shoes (1953) che in quella sede veniva contrabbandato quale un romanzo breve: in realtà trattasi di racconto lungo (il romanzo breve è uno scritto di poco meno di 100 pagine, mentre qui siamo a circa 40).
Le scarpe del morto, titolo italiano dall’originale inglese, parla di una vicenda con tinte spionistiche.
Derry Fisher è su un treno. Ad un certo punto nel suo scompartimento si precipita una ragazza in preda all’agitazione, che non dice il suo nome, ma è spaventatissima: nel suo scompartimento c’è un tipo per lo meno originale, ma dalle sue stentate parole sembra che sia più un pazzo, che ha cominciato a comportarsi stranamente, agitandosi come se volesse saltarle addosso, quando lei gli ha fato capire di essersi accorta del colore delle scarpe: una blu ed una marrone. Ora lei è spaventatissima, e ha lasciato la sua valigia verde nello scompartimento. Derry si offre di andarla a riprendere. Ma arrivato nello scompartimento, nota solo dei mozziconi di sigarette (che la ragazza aveva detto che aveva fumato il tipo strano) e la valigia: del tipo, neanche l’ombra. Ritorna nello scompartimento e la rassicura in merito: l’uomo se n’è andato. Ma dove? Ovviamente non nella loro direzione altrimenti avrebbero dovuto vederlo: può esser andato solo nella direzione opposta. E perché non è possibile che si sia buttato? La ragazza è spaventata anche perché ha pensato che quel tipo potesse avere manie suicide. No, non può essersi gettato, le risponde Derry, perché altrimenti la portiera esterna dello scompartimento sarebbe rimasta aperta: nessuno si butta da un treno in corsa avendo premura di richiudere la porta, a patto di riuscirgli, il che è cosa alquanto improbabile (si parla di quelle carrozze di treni, che non esistono più, in cui allo scompartimento si accedeva anche da una porta aperta direttamente dall’esterno).
Cosa conclusa. Derry si offre di accompagnare la ragazza, ma questa declina l’invito: prenderà un taxi.
Quando Derry arriva a casa dello zio, questi gli comunica di una cosa che è successa, lungo il percorso da Sheercliff: è stato trovato un cadavere di un uomo, sulle rocce di Capo Merlin, lì vicino. E l’uomo aveva una scarpa nera ed una marrone.
La vicenda a questo punto si sposta altrove. C’è uno scienziato impegnato in un progetto di assoluta rilevanza nazionale, Sir Stephen Borlase, cui è stato affiancato come sicurezza personale, un ex militare, l’ex capitano Merritt: questi dovrà scortarlo, giorno per giorno, e assicurarsi che non gli accada nulla. Tuttavia, dalla notte precedente ne ha perso le tracce; e per questo si è rivolto alla polizia, perché affiancati, possano ritrovare l’uomo. Aveva seguito da lontano l’uomo, che uscendo dall’Hotel Metropol, si era diretto alla costa, vicino Capo Merlin, per poi sostare e ritornare all’albergo. Ma poi la mattina dopo non lo aveva trovato in camera, e il letto non era stato adoperato. Il capitano Merritt informa anche il sovrintendente Lort, che il suo sorvegliato ha una personalità bipolare, cioè è come se due distinte persone abitassero nello stesso corpo:  la personalità complessa, concentrata e assolutamente coscienziosa, ed un’altra invece altrettanto strana, confusionaria e distratta. Le indagini partono ma nessun risultato, fino a quando si diffonde la notizia del ritrovamento di un cadavere sulla scogliera di Capo Merlin, i due vanno a vedere, ed ecco che Merritt riconosce nel cadavere lo scienziato che doveva proteggere: non solo è morto, ma sono scomparsi anche gli appunti che teneva sempre con sé nella giacca.
Le indagini partono, e subito si capisce che non è stato suicidio ma delitto: qualcuno gli ha sfondato la nuca.
E quelle scarpe, una di colore blu e l’altra marrone, sono la prova della sua personalità dissociata, della confusione e distrazione che regnavano sovrane quando l’altra personalità prendeva il sopravvento.
Chi può essere stato? Forse una spia?
Ma la polizia pensa che l’omicidio sia avvenuto successivamente al suo ritorno in albergo: avendo eluso la sorveglianza di Merritt, Borlase deve essere uscito di nuovo, forse per incontrarsi con qualcuno e allora deve essere stato ucciso. Ma poi accade un fatto nuovo. La polizia lascia l’incarico a Scotland Yard e ad occuparsene  è l’ Alto Commissario Sir John Appleby. E da questi si presenta Derry Fischer, cittadino ligio al dovere per ripetere la sua versione: è la terza volta che la rende: la prima allo zio, la seconda al locale posto di polizia, e la terza a lui, Sir John Appleby.
Sir John è interessato: Borlase allora avrebbe preso un treno. E da lì sarebbe stato buttato giù. Ma perché le scarpe erano spaiate? Possibile che fosse uscito dall’albergo così e sempre così avesse preso il treno senza accorgersene? E  se invece fosse stato come suggerisce Fisher, cioè che lui e il suo assassino fossero stati sul treno e al buio si fossero scambiati per qualche oscura ragione gli abiti, e agendo al buio, scambiandosi anche le scarpe, avesse calzato una nera ed una marrone? Del resto lo stesso abito che la ragazza aveva detto a Fisher avesse in dosso l’uomo dello scompartimento, sarebbe straordinariamente simile a quello che aveva Borlase quando è morto. E poi la questione delle scarpe.. Non può esistere una coincidenza così assurda: l’uomo del treno doveva essere per forza Borlase. Quindi non è stato ucciso laddove la polizia pensava fosse accaduto, ma buttato dal treno.
Tuttavia la questione si complica. Perché si trova che Borlase aveva un fratello. Intanto Appleby, trovato il vagone, procede alla perquisizione dello scompartimento approfittando del fatto che non fosse stato ancora pulito; e trova i mozziconi delle tre sigarette che la ragazza aveva detto esser stati fumati dal tipo strano, sigarette russe, e per di più di difficile reperimento, in uso agli ufficiali addetti agli approvigionamenti.  Si insinua il sospetto che una qualche spia russa abbia sostato in quello scompartimento, oppure che Borlase per qualche oscura ragione avesse avuto le sigarette da un russo. Voleva tradire?
Appleby si informa anche sulla gente che era nel vagone ferroviario insieme con Fisher e la ragazza; e lui gli dice che c’erano degli aviatori, poi c’era uno scompartimento con un pastore e sua moglie, ed infine uno occupato da un’insegnante. Appleby comunica la sua preoccupazione a Fisher: teme che la ragazza sia in pericolo. Quando ha preso il taxi l’ha seguita con lo sguardo? Fisher rivela che quasi era stato investitoda un taxi che gli era sembrato andasse dietro quello della ragazza, e che dentro vi era un tipo dallo strano sorriso.
Intanto da Cambridge un collega di Borlase informa il Commissario, tra una cosa e l’altra, che esiste anche un cugino di Borlase, Mark Borlase, eccentrico, distratto e che si intende di letteratura russa. Fisher riconosce nel volto del cugino, l’uomo che seguiva la ragazza in taxi. Una nuova pista? Chi è Mark Borlase? Una spia russa?
Intanto Merritt comunica all’Alto Commissario i suoi sospetti: lui è sicuro c’entri un certo Krauss, una spia tedesca al soldo dei russi. E pensa come sia andata: Borlase non è stato ucciso la seconda volta ma la prima. In pratica Borlase può aver incontrato al capanno sulla scogliera Krauss, i due possono aver litigato e Krauss ha ucciso l’uomo impadronendosi dei suoi effetti personali; poi si è rivestito completamente con gli abiti di Borlase, scambiandosi le scarpe e facendo confusione sul colore e dopo essersi sbarazzato del corpo gettandolo sulla scogliera, è ritornato in albergo, sorvegliato da Merritt, che pensava di aver seguito l’uomo giusto. Poi, dall’albergo una volta rincasato, abbia eluso la sorveglianza di Merritt e si sia imbarcato sul treno: questo in sostanza avrebbe visto la ragazza ed è per questo motivo che il tipo era stranamente spaventato dal fatto di avere due scarpe non dello stesso colore.
Ma Appleby è di altro avviso: per lui potrebbe esserci di mezzo Mark Borlase: per quale motovo veniva dalal Stazione Vittoria e stava su un taxi che seguiva quello della ragazza? Evidentemente aveva preso il treno! Merritt pensa che sia Krauss, Appleby  Borlase. Potrebbe essere possibile che Borlase e Krauss possano essere la stessa persona?
Intanto anche Jane Grove, questo il nome della ragazza, ha appreso da sua zia, la vicenda dell’uomo con le scarpe spaiate, o meglio dei due uomini con le scarpe spaiate: il morto e il probabile assassino. La ragazza deve essersi messa in contatto con al polizia a sua volta, per confermare quanto già fatto da Fisher, ma ecco che Appleby comunica a Fisher di aver teso una trappola all’assassino: sarà vicino ai Barbcock Gardens nei pressi di Kensigton.
Quando arrivano, ecco che vedono un uomo di spalle che viene riconosciuto come Borlase che osserva una casa, dai cui scalini scende una ragazza che incespica e cade. Si sente uno sparo. La ragazza cade ferita. Borlase fa un passo avanti verso la ragazza e qui Merritt gli si getta addosso. Tutto finito? No.
Perché c’è una collutazione, tra Merritt, i poliziotti e Borlase; e intanto la ragazza, pur ferita, prende qualcosa di lucente dalla borsetta e…si spara in bocca.
Cos’è accaduto? Chi è il colpevole? Borlase, Merritt o la ragazza?
Appleby, al disorientato Fisher, spiegherà perché aveva detto che la ragazza era in pericolo, e  a quale pericolo alludesse. E soprattutto come si siano effettivamente svolti i fatti.
Si tratta di un mystery mascherato da vicenda spionistica, molto cervellotica, basata su continui rivolgimenti di pensiero, che gettano il lettore nella più completa confusione.
Anche qui ci troviamo dinanzi ad una messinscena, un delitto abilmente preparato e premeditato con ogni cura, di cui era stato previsto tutto, tranne che se ne fosse occupato Appleby che ha meditato su due fatti: perché una ragazza spaventata si era rivolta proprio a Fisher invece di ricevere protezione dagli  aviatori, o dal prete e sua moglie o ancora dall’insegnante? Perché aveva superato tre scompartimenti invece di uno o due? E le sigarette erano state effettivamente fumate dall’uomo? Oppure da Jane? Appleby infatti ha trovato una sigaretta che reca un color rosso sul filtro, come se fosse stata fumata da una donna. E perché l’avrebbe fatto? Come c’entrava la ragazza nel piano?
Ancora una volta Innes stupisce.E ancora una volta gioca con le mille possibilità che sa inventare.
Una delle caratteristiche peculiari della fiction di Innes è la sostituzione di persona, che c’è anche qui: infatti c’è Borlase e chi si sostituisce a lui ingannando Merritt. Anche questa volta c’è anche uno sdoppiamento di personalità.  E per di più ci sarebbe anche un doppio Borlase, che corrisponderebbe al Borlase amico dei russi. Insomma un infinito contorcersi, arrovellarsi, arrampicarsi su pareti impervie e poi tuffi in burroni senza fine. Insomma un ribaltamento di situazioni continuo, sino alla fine imprevedibile
La novella è contenuta assieme ad altre nell’antologia Appleby Talking; e in essa alcune storie sono situate nell’area di Sheercliff, un’area vicino all’oceano, con scogliere pittoresche e pericolose sul mare. Delle novelle contenute, Le scarpe del morto è la più lunga e possiede elementi comuni con le altre: innanzitutto il cadavere è trovato su una scogliera, come accade anche per “The Cave of Belarius” e “A Dog’s Life”. Poi c’entra una vicenda spionistica, che condivide con “X-Plan”: anche lì c’è lo scienziato eccentrico che dev’essere sorvegliato da guardie di sicurezza affinchè non venga messo in pericolo da spie comuniste. E infine “Dead Man’s Shoes”, “The Cave of Belarius” e “A Dog’s Life”, possiedono elementi comuni del plot, anche se le più vicine come costruzione sono “Dead Man’s Shoes” e “Dog’s Life”,
Certo che immaginazione quella degli inglesi! E pensare che un mio amico una volta sbagliò e calzò una scarpa blu e una nera, per uscire. E se ne accorse solo quando rincasò.
Se l’avesse visto Innes, chissà quale altra storia avrebbe inventato!
Pietro De Palma

giovedì 16 marzo 2017

Michael Innes : Meglio erede che morto (The Gay Phoenix, 1976) – trad. Antonio Ghilardelli – I Classici del Giallo Mondadori N. 1306, 2012 (2^ ediz.) ; Il Giallo Mondadori N. 1580, 1979 (1^ ediz.)



“I fratelli Povey si guardavano negli occhi. Lo sguardo di Charles Povey era più fisso di quello di Arthur Povey, il che era nell’ordine naturale delle cose, poiché Charles era morto.”
Così comincia lo straordinario romanzo che è in edicola questo mese, nella collana I Classici del Giallo Mondadori: The Gay Phoenix, di Michael Innes. Al lettore distratto od occasionale Innes dirà molto poco. Ma a quello più attento e frequentatore assiduo delle librerie, lo stesso nominativo avrà ricordato la straordinaria opera prima, dal titolo “Morte nello studio del rettore”, Death at the President’s Lodging (1936), pubblicata anni fa nella collana “I Bassotti”, da Polillo.
In realtà di Innes, vero nome John Innes Mackintosh Stewart, nato nel 1906 e scomparso nel 1994, in Italia son stati pubblicati in tutto oltre ai romanzi citati, anche altri tre: uno pubblicato da Rizzoli, nella serie I Gialli di Qualità; un altro da Feltrinelli, e l’ultimo dalle Edizioni Paoline.  Si tratta comunque, eccetto quello pubblicato da Polillo, di opere tarde, in cui il protagonista delle storie di Innes, Sir John Appleby, risulta esser stato messo a riposo, dopo una vita passata nella Polizia, dalla funzione iniziale di Ispettore, a quella finale di Capo della Polizia.
Appleby, forse, è l’investigatore più colto in letteratura in assoluto, tanto quanto Philo Vance lo è nelle arti figurative e scultoree. Del resto, mentre Philo Vance fu la creatura di Willard Huntington Wright, grande critico d’arte newyorkese e profondo conoscitore dell’opera di Nietsche, Appleby lo è stata di John Innes Mackintosh Stewart, che solo per divertimento, come diceva lui, scrisse gli oltre cinquanta titoli, con lo pseudonimo di Michael Innes. In realtà John Innes Mackintosh Stewart era un cattedratico, imprestato al romanzo poliziesco, come Cecil Day-Lewis (alias Nicholas Blake), o come Alfred Bennett Harbage (alias Thomas Kyd): insegnò, a Oxford, Letteratura Inglese. Della sua professione universitaria, nei suoi romanzi vi sono molte testimonianze dotte: citazioni di Shakespeare, di altri poeti inglesi, citazioni di poeti e letterati latini, oltre che una prosa estremamente forbita e raffinata. Tuttavia, se nei primi romanzi, queste caratteristiche sono amplificate, esse tendono progressivamente, con il fluire del tempo, ad attenuarsi, pur comparendo qua e là. Il romanzo che analizziamo oggi, The Gay Phoenix, è del 1976, anche se in Italia fu pubblicato nel 1979: allude al nome della barca, su cui accade un avvenimento che ha ripercussioni sull’intera trama.
Arthur e Charles Povey sono due fratelli, minore e maggiore. Essi si sono imbarcati su una barca a vela e stanno attraversando l’Oceano. Non ci sono altre persone su quella barca, solo loro due: due personalità a confronto. Nell’infanzia non si son mai voluti tanto bene, se Arthur in una legnaia ha mozzato il dito indice della mano sinistra di Charles. Al di là di questo, e al di là del fatto che Arthur sia il minore, i due fratelli da giovani se la son spassata. Rampolli di una famiglia molto conosciuta, non stati mai degli stinchi di santi: furtarelli, violenze, sopraffazioni, espressioni più di una vita annoiata che non di personalità inclini al delitto. Tuttavia, qualcosa di non onesto deve essersi insinuato, se è vero che le loro attività son state inclini sempre alle situazioni legali non chiare. Ed è per questo motivo, che si comprende come Charles abbia ad un certo punto deciso di prendere il largo, di fuggire cioè, di far perdere le proprie tracce, a bordo di una barca. Ma, non essendone pratico, ha chiesto ripetutamente ed ottenuto dal fratello minore Arthur, che lo accompagnasse, giacchè più esperto di lui nel guidare una barca a vela. Fatto sta che non viene spiegato, per quale motivo Arthur si sia imbarcato anche lui, e perché nessun altro stia a bordo: si potrebbe anche ipotizzare che, fuggendo da una situazione economica non chiara, non volessero avere dei testimoni. Durante una tempesta, un albero della nave si rompe e precipita sul povero Charles, fracassandogli il cranio. Arthur, povero ed indifeso, e anche succube della propria situazione finanziaria non rosea rispetto a quella del fratello, erede delle sostanze di famiglia ed abile e spregiudicato affarista, diventa improvvisamente erede dell’intero patrimonio fraterno. Tuttavia, mentre cambiano le sue prospettive economiche di base, si rende conto che la sua situazione personale diventa più delicata: come farà a convincere di non aver deliberatamente ucciso il fratello per carpire primogenitura e proprietà di famiglia, oltre che le sostanze di Charles di cui è diventato erede ? Innanzitutto deve disfarsi del cadavere prima che cominci a decomporsi. E così butta a mare il corpo. Poi mette a punto il suo capolavoro: si comporterà in maniera che le persone con cui possa aver a che fare, al suo rientro (apparirà come un naufrago che ne ha passate tante), lo convincano di essere quel Charles, che lui ha deciso di impersonare dal momento dell’incidente: per far ciò si mozza deliberatamente (e che atto di coraggio! o di disperazione!) l’indice della mano sinistra. Curioso (e geniale da parte di Innes) che uno possa diventare un’altra persona, solo mozzandosi un dito! Ma è così perché i due fratelli, grosso modo si assomigliavano parecchio. Dirà di essere Arthur che è rimasto solo senza Charles, perché un albero della nave gli è caduto addosso fracassandogli il cranio (che poi è la verità), solo che gli mancherà un dito, quello che mancava prima della partenza a Charles, non ad Arthur. E dirà di soffrire di forti dolori di testa e di amnesie (ma anche questa è la verità). E gli psichiatri si affanneranno a convincerlo che lui non è Arthur ma Charles. Quando si sarà convinto di esserlo, lo lasceranno andare. Che capolavoro! Arthur raggiunge la vetta e l’agognata felicità economica con un sotterfugio degno di una mente brillantissima. Ma lui non sa che uno degli psichiatri, essendogli rimasto il dubbio che quello in fondo fosse Arthur e non Charles, ne parla ad una riunione di conoscenti ed amici, e tra loro almeno due sono più dubbiosi degli altri: un giudice, ed il Capo della Polizia. Che poi è Appleby. La storia in pratica intreccia vari piani di finzione: quella in prima persona, e quella che viene narrata da altri, alternativamente. Nella stessa maniera in cui, nella povera mente distrutta da quell’incidente, si alternano le due personalità dei due fratelli. Il povero Arthur soffre, cioè, di uno sdoppiamento di identità, una questione attinente alla schizofrenia: quando è in sé, è Arthur che deve però comportarsi come se fosse Charles; quando la sua personalità soggiace a Charles, egli sa di essere lui, ma non capisce il resto. Insomma è una situazione disarmante. Il povero (o ricco, a seconda dei punti di vista) Arthur, comincia a fare la vita del nababbo. La sua sfortuna tuttavia sta nell’incontrare un giorno, l’unica persona che non avrebbe mai dovuto incontrare: un suo servitore, che nella casa paterna svolgeva funzioni anomale, recandosi in giardino o in casa a seconda delle necessità, lo aveva aiutato in più occasioni quando era giovane, come quando lui, Arthur, aveva sottratto un portasigari dalla casa di un ricco possidente della sua zona. Il servitore, che nell’albergo in cui sta Arthur, svolge il compito di svuotare i portaceneri, lo riconosce da un particolare a cui nessuno fino a quel momento aveva fatto caso: i capelli che, diversamente dal fratello, crescevano in un modo tutto loro. Fatto sta che da quel momento, Butter diventa una palla da piede, se non il vero padrone di Arthur. Arthur gli prospetta il prezzo del silenzio in cambio di diecimila sterline, ma Butter non è dello stesso avviso: ha capito di aver acciuffato la gallina dalle uova d’oro e non vuole lasciarsela sfuggire. Per un momento Arthur pensa anche a sbarazzarsene. E’ quando per un caso fortuito, in un pub sul molo, viene scambiato per un altro, e viene a sapere che Butter è in una brutta situazione: dei suoi compari, credendo che lui voglia tradirli, hanno deciso di ucciderlo. Pensa in un primo tempo di stare al gioco, e di fornire loro il modo per ucciderlo: i suoi problemi così saranno risolti. Ma, all’ultimo momento…decide di aiutare Butter: non è un assassino, nonostante Butter crede che egli abbia ammazzato il fratello, e così facendo Arthur firma la sua condanna a vita. Qui sono a confronto due perone: il furfante, che riesce a farla franca (Butter) e la mezza tacca (Arthur) che non riesce proprio a diventare quel furfante che è Butter. Butter lo convince a costruirsi la personalità del ricco magnate, che non vuole avere rapporti col mondo e a ritornare nella sua casa natale. E’ un grosso sbaglio. Perché se prima cercava solo di districarsi nella rete di società e di affari non puliti di Charles, e di una possibile bancarotta, fuggendo dai creditori, rifugiandosi in un posto come Brockholes, con la personalità di Charles, viene a confrontarsi con una realtà non ipotizzata: quella delle tante avventure sessuali di Charles. Come Arthur potrebbe non conoscere “le signorine” amiche di Charles, ma come Charles dovrebbe saperle riconoscere. Charles non solo aveva impalmato serve e servette, non solo aveva fatto sesso con “innocenti fanciulle” di campagna desiderose di compiacere il possidente della zona, ma anche, in virtù dei tanti soldi che possedeva, aveva collezionato una serie di avventure pagate con squillo e prostitute d’altro bordo, con mantenute, che avevano rimpinguato il suo carnet di playboy ma di cui egli non ricordava più nulla. Figurarsi come dovesse sentirsi Arthur, che le aveva sentite menzionare nelle confessioni del fratello, ma che non le aveva mai incontrate! Fatto sta che un giorno ne incontra una, che a sua volta, lo riconosce non essere il fratello, nonostante il dito mozzato, dal modo come lui faccia sesso: un’altra palla al piede. Intanto le voci si rincorrono nel paese, e giungono anche all’orecchio di Appleby e di sua moglie. Sulla base di quel che ricorda del conciliabolo con lo psichiatra di Adelaide (Australia), e di quello che gli arriva alle orecchie ora, decide di investigare. Si ritroverà dinanzi un uomo che cerca in tutti i modi di sembrare un altro: ma lo è veramente? E fino alla fine non saprà se Arthur sia vittima di amnesie (come egli dice) o se sia un abile truffatore. Fatto sta che Arthur… 
Non è un Innes primna maniera, ma un romanzo di indubbio fascino, The Gay Phoenix, con una forte tensione psicologica, scaturente dalla maestria di Innes, che gioca con le infinite possibilità che la fantasia gli propone. Inoltre anche qui inserisce il tema della sostituzione di persona, che è una delle sue caratteristiche. Questa volta la associa ad uno sdoppiamento di personalità, che lascia interdetti sino alla fine. E’ un contorcimento, un arrampicarsi sugli specchi che mi ha ricordato, per certi versi, Cat and Mouse di Christianna Brand, in cui una situazione è nota fin dal principio, ma poi c’è per tutta la durata del libro un rincorrersi estenuante, ed un ribaltamento continuo delle situazioni, come in questo caso. Il romanzo di Innes, però, non ha un omicidio: c’è un incidente, che da tutti vien ritenuto omicidio, ma che non lo è. Alla fine del romanzo viene paventata la possibilità che la scomparsa di una persona possa esser inquadrata in un omicidio (quello che noi diremmo “una morte bianca”), ma è una possibilità che svanisce così come appare. In bilico tra situazioni da feuelliton e romanzo d’avventura, The Gay Phoenix, sembra quasi ripercorrere le atmosfere dei romanzi di Henry Holt o Sax Rohmer, con il corollario di personaggi e il tourbillon di avventure che attornia l’azione principale. In questo romanzo c’è tutto: la banda internazionale, la truffa, la sostituzione di persona, lo sdoppiamento di personalità, un omicidio-incidente, un doppio ricatto, l’appropriazione indebita, l’indagine e la soluzione sul filo di lana, il bluff. Insomma, situazioni che tengono sempre alta la tensione. Marcate sono le connotazioni sessuali delle situazioni che la trama propone, e mai come in questo mystery, il sesso acquista una sua valenza: se Charles non avesse collezionato incontri occasionali e rapporti con prostitute d’alto bordo e mantenute, e non avesse ossessionato Arthur con il racconto delle sua gesta amatorie, questo non avrebbe gettato la prudenza al vento e proposto ad una di quelle “sgualdrine”, Perpetua Porter detta “Pops”, che “..ci sono momenti in cui i fatti sono più urgenti delle parole”; e se non ci fosse stato questo rapporto sessuale, sull’erba del parco, Pops non si sarebbe mai accorta che Arthur non era Charles, come gli rinfaccia : “ Però, credo che dovresti essere molto prudente quando vai a letto con una qualunque delle gentili signore che sono state amiche di Charles. In pratica, e per essere franchi, io ti consiglierei fortemente di andarle a fare altrove certe cose”. E prima gli aveva detto : “ E’ stato abbastanza carino, buon uomo, ma non bello com’era con Charles Povey”. Insomma è come se l’avesse pugnalato con uno stiletto, tanto le sue parole erano taglienti, dice Innes “.. studiate con malizia”. A dirla breve, Charles l’aveva fatta godere, Arthur no. E quindi, se Pops non si fosse mai accorta che Arthur non era Charles, non ci sarebbe stato il successivo ricatto di Pops nei confronti di Arthur. E ancor di più, se Charles non avesse collezionato rapporti sessuali con le ragazze del villaggio, nessuno avrebbe mai rinfacciato presunte paternità ad Arthur. Per di più c’è anche una certa connotazione gay: la barca a vela sulla quale si consuma la vicenda si chiama The Gay Phoenix. In Italiano possiamo tradurlo in due modi sostanzialmente: “La Fenice Allegra” o “La Fenice Omosessuale”.
A me sembra che la seconda traduzione sia la più pertinente, perchè il titolo potrebbe indurre a pensare ad una certa valenza omosessuale di Arthur, che quando ci prova con le donne, non ottiene grandi risultati ed è come se il sesso per lui fosse una cosa obbligatoriamente da fare, per dimostrare qualcosa (magari a se stesso o agli altri), piuttosto che qualcosa da scegliere di fare. In questo caso, “La Fenice Gay” sarebbe non altro che un modo elegante (raffinato nella scelta dei termini) con cui Innes marca l’omosessualità latente di Arthur: la Fenice è il mitico uccello che risorge dalle sue ceneri, ed in questo caso Charles risorge dalle sue ceneri, nella persona di Arthur. Arthur quindi è la Fenice. La sua omosessualità richiamata in più parti della storia, con la sua sfortuna con le donne, si potrebbe ricavare anche dai rapporti che si dice intrattenesse quando era giovane con il suo servitore Butter, che poi lo riconosce, e diventa, come Pops, il suo padrone. Peraltro, il fatto che Arthur diventi lo schiavo di entrambi, volontariamente (lui potrebbe agevolare l’assassinio di Butter da parte dei suoi ex complici, ma non lo fa, pur sapendo che così firmerà la sua condanna; lui si butta tra le braccia, ancor meglio si dovrebbe dire, tra le gambe, di Pops. E così facendo si consegna inconsciamente alla sua dominazione), potrebbe far insorgere il dubbio che egli masochisticamente in fondo desideri essere dominato. Ma, il fatto che poi cerchi in tutti i modi di liberarsi dal loro pesante giogo, e ci riesca alla fine, potrebbe star a significare che solo una, delle due personalità che in lui agiscono, è passiva, mentre l’altra non lo è.
Pietro De Palma