martedì 5 novembre 2024

Edward D. Hoch : L’assurdo sospetto del Capitano Leopold (Captain Leopold Plays a Hunch, 1973) – trad. Marcella Della Torre – Ellery Queen presenta “Estate Gialla 1980”, Mondadori, 198

 


 

Edward D. Hoch quando scrisse L’assurdo sospetto del Capitano Leopold (Captain Leopold Plays a Hunch, 1973) era già un autore sufficientemente famoso, per i tanti racconti che aveva già scritto, sotto diversi pseudonimi, nelle varie tipologie, soprattutto di Delitti Impossibili e Camere Chiuse, sia per i pochi romanzi fantascientifici e polizieschi, tutti però legati dalla medesima voglia di stupire il lettore.

La serie con Capitano Leopold, ha connotazioni diverse rispetto a quella di Sam Hawthorne, tutta votata alla risoluzione di Camere Chiuse: infatti le storie in cui compare Leopold sono niente di più che dei Procedurals, che hanno la particolarità di esaminare casi se non impossibili, almeno però non del tutto chiari.

Un esempio di questo tipo di scrittura, è dato proprio dal racconto che presento, pubblicato in Italia, in una Estate Gialla mondadoriana, “Ellery Queen presenta”, del 1980.

Il Capitano Leopold investiga su un caso in cui però egli non compare in quanto poliziotto ma amico del padre del supposto assassino: Mike Fletcher è un ragazzo di quattordici anni che stava sparando, in compagnia di amici, a delle lattine di birra, poste su un tronco, con un fucile Long Rifle cal.22 che gli ha regalato il padre, il Tenente Fletcher della Polizia, sottoposto di Leopold. Senonchè poco dopo che la madre lo richiama immediatamente perché non spari lì, dietro le case, in una boscaglia dove non c’è anima viva, ma comunque a circa trecento metri dalla prima abitazione, si ode un urlo proveniente proprio da quelle case: un professore di liceo, Chester Vogel, è stato ritrovato morto dalla moglie, ucciso da un proiettile vagante. Il proiettile estratto è un calibro 22.

L’autopsia rivela come il proiettile si sia fermato contro l’osso frantumandolo e determinando la morte di Vogel, ma pur essendo chiaro come esso sia un calibro 22. come quelli sparati dal quattordicenne, è troppo contorto e malridotto per essere apprezzato e valutato appieno. Il caso sembra chiaro, ma Leopold informato dall’affranto padre del presunto omicida, non è persuaso dell’accaduto, dopo aver visionato il luogo della tragedia, dove è andato a titolo personale, essendo troppo coinvolto (Fletcher e Connie Trent lo hanno invitato a casa loro in passato).  

La moglie della vittima, Katherine Vogel, è dura e spietata contro il ragazzo, attribuendogli la paternità della morte del marito: una pallottola ha forato il vetro della finestra, proprio vicino al suo telaio, e per un caso sfortunato pare abbia ucciso il professore. Tuttavia, la posizione della poltrona, che appare spostata rispetto a come sarebbe dovuta essere e l’attenzione della donna al suo orologio da polso, nonostante sia provata tanto da essere condotta in camera da una sua vicina Linda Pearson, come un tarlo, cominciano a rodere il Capitano Leopold, che pur non avendo indizi, si capacita, in virtù di non meglio precisate sensazioni, che la verità sbandierata non lo sia in effetti. E così comincia ad investigare.

E viene a sapere da dicerie che la stessa Sig.ra Pearson, una bella bionda vicina di casa, era stata più volte accusata di avere una relazione con la vittima, e che la Vogel aveva minacciato di morte il marito se non avesse smesso di trattarla; e che lo stesso docente possedeva nello scantinato di casa sua una pistola da tiro a segno, che tuttavia nessuno sa, neanche la moglie della vittima, che fine abbia fatto. Lo stesso Harry Pearson, attribuisce la morte di Vogel al figlio del Tenente Fletcher e pare non nutrire alcun sospetto nei confronti della moglie, che tuttavia giura al capitano di non aver mai avuto alcun contatto amoroso o addirittura carnale con la vittima. Del resto la pistola avrebbe lo stesso calibro di quello usato dal fucile.

Tuttavia, al sospetto che possa essere stata la moglie, si oppone una semplice considerazione della sig.ra Pearson: come avrebbe potuto ucciderlo senza essere vista dai vicini, giacchè la casa dei Pearson è praticamente attaccata all’altra, se ad uccidere Vogel non fosse stata la pallottola del Long Rifle ma della pistola cal.22? Questa considerazione, del resto è quella fondamentale, che Leopold riconosce essere azzeccata, e a cui non riesce a dare risposta, finchè parlando col padre di Mike, e interrogandosi sulla stranezza del comportamento della signora Vogel quando aveva fissato il proprio orologio da polso (“perchè le interessava tanto sapere che ora era, con il marito appena morto?”, pag. 295), da quegli esce un’affermazione che lo sorprende: si fissa un orologio non solo per sapere che ora sia, ma anche talora per accertarsi che sia funzionante.

Questa considerazione, unita ad una poltrona spostata, e alla rivelazione dell’operaio della Empire Glass Company che ha provveduto su richiesta della sig.ra Vogel, alla rimozione del vetro forato e alla sua sostituzione con uno nuovo, daranno modo a Leopold di scagionare il ragazzo ed inchiodare alle sue responsabilità un’omicida scaltro.

Racconto inusuale, ci si aspetterebbe un delitto impossibile o quantomeno una Camera Chiusa da Hoch, L’assurdo sospetto del Capitano Leopold sorprende per l’acutezza degli indizi raccolti e tuttavia per la loro assoluta vacuità, che però, concatenati in un discorso logico, finiscono per essere le tappe obbligate di una brillantissima soluzione, che mette ancora in luce come dietro un apparente e semplice caso di omicidio colposo (che in questo caso avremmo detto preterintenzionale, giacchè il presunto omicida sapeva che in aree abitate, seppure a ragionevole distanza, è vietato sparare) vi sia invece un’accurata messinscena, e che la stessa posizione della poltrona, ha un significato ben profondo. Quando non l’abbia la differenza tra un calibro 22 Long ed uno Long Rifle (o l’assenza di differenza), che al lettore italiano può sfuggire: dico solo il Long Rifle è un proiettile un po' più alto del 22 Long e molto più pesante, ed è un proiettile pensato non solo per pistola ma anche per fucile.

Un meraviglioso racconto, di diciassette pagine (da pag.281 a 298 della raccolta Mondadori), che lascia attoniti, tanto più per la capacità di Hoch di sorprendere il lettore, con una rivelazione, quella dell’operaio, che sovverte tutta la logica fino a quel momento utilizzata, con una dichiarazione spiazzante, che nel momento in cui viene resa, pur non entrando minimamente nella dimensione del delitto, ma pur essendo legata esclusivamente alla sostituzione del vetro della finestra (e cosa c’entrerà mai?, pensa il mio lettore), scagiona il presunto omicida e dà modo al resto degli indizi di divenire invece che aleatori, probanti al massimo grado.

Un racconto di genio.

 

Pietro De Palma

sabato 2 novembre 2024

Frederic Brown : La belva nella città (The Lenient Beast, 1956). I Gialli del Secolo n. 308, Casini Editore, 1958

 

 

 

Torniamo a Fredric Brown dopo qualche tempo, questa volta per parlare non di un Mystery seppure asciutto, come era il suo stile, ma un romanzo nero, con grande tensione narrativa e uno stile inconfondibile.

La storia non nasce come i Mystery classici della Golden Age con un Prologo in cui vengono presentati i personaggi e con un certo climax in cui maturano le vicende che inevitabilmente portano alla catarsi liberatoria e al delitto, ma comincia subito col delitto: preparazione non ve n’è proprio.

La storia si svolge a Tucson, dove lo stesso Brown visse nei suoi ultimi anni di vita.

John Medley, che vive di compravendita, trova una bella mattina un cadavere al centro del suo giardino. Si accerta che sia morto, quindi va dalla signora Armstrong, sua vicina, e le chiede di poter usare il suo telefono (giacchè lui non dispone della linea telefonica) per chiamare la polizia: sa bene che non bisogna spostare il corpo del reato prima che arrivi la polizia e quindi non lo fa. Ma per quel che ha visto – il cadavere è disteso supino,  il capo è girato in una posa innaturale a guardare l’orizzonte, gli occhi sono fissi e vitrei, battito non ve n’è e il corpo gli appare già freddo – quel tale è proprio stecchito.

La polizia arriva e ben presto conosce i due poliziotti che dirigono le operazioni : Frank e Ramos detto Il Rosso. I due lo interrogano sul più e sul meno. John si dimostra il più collaborativo possibile e offre persino da bere ai due, e si mette a disposizione per il prosieguo delle indagini. L’uomo è stato ucciso con un colpo di pistola alla nuca, con un’arma di piccolo calibro, una ventidue probabilmente. I due poliziotti gli chiedono se possieda una pistola, e John ammette di avere una Smith & Wesson calibro 32 ma che non ha sparato da cinque anni, cosa che i due verificano guardando nella canna della pistola: da quando ha ucciso il suo cane che era stato avvelenato: a ricordarlo c’è una pietra bianca sulla sua tomba, nel suo giardino.

I due se ne vanno, ma per quanto John si sia dimostrato e abbia tentato di essere compiacente, i due ne riportano un’impressione non proprio rassicurante.

Potremmo dire fine primo atto.

Il secondo inizia con John che rientra a casa, sfinito dalla tensione di aver sostenuto l’interrogatorio e di non essersi tradito: infatti è lui che ha ucciso quel tale trovato al centro del suo giardino. Ripercorre tutte le tappe, mentalmente fa un’analisi degli avvenimenti, ripensa a ciò che ha fatto per depistare le indagini, e conclude con il fatto che non riusciranno mai ad incastrarlo. Tuttavia è ossessionato dal fatto che sia stato Dio a volere ciò che ha fatto e prega perché non sia di nuovo costretto a fare quello che ha compiuto, e nello stesso tempo non capisce perché abbia messo il cadavere al centro del suo giardino invece che disfarsene in altro modo: il suo piano iniziale prevedeva infatti di lasciarlo nei pressi dei binari, ben lontano da casa sua. Perché lo ha messo così vicino a casa sua?

In Medley agiscono due identità: una ritiene di stare solo compiendo al volontà di Dio, l’altra – che agisce ne suo subcosciente – vorrebbe che venisse preso e confessando finisse la sua sofferenza.

Frank è convinto sempre più, man mano che il tempo passa, della sua colpevolezza; il suo compagno, l’altro poliziotto Ramos, no. E anche il loro capitano, ritiene Medley una brava persona. John non ha vizi. Beve solo sherry, legge e sente musica con un vecchio grammofono. In quello è uguale a Frank Amos, il poliziotto che ha capito la sua colpevolezza.

Ma perché John ha ucciso Kurt Stiffler ? E chi era Kurt Stiffler

Più gli inquirenti cercano legami fra i due, carnefice e vittima, più non trovano nulla: è vero che l’assassinio di Kurt è stato compiuto con grande freddezza ed accortezza e per di più è stato premeditato, e non ha lasciato prove,  ma  è anche vero, che, in fondo, Kurt era un uomo distrutto, sia nel fisico (non aveva molto tempo da vivere) sia nell’animo (era stato il responsabile della morte della sua famiglia e di un altro guidatore, per una sua disattenzione nella guida e le spese sopportate dalla giustizia civile per risarcire la famiglia dell’altro guidatore, come lui alticcio, pur ritenuto innocente dalla giustizia penale, lo avevano ridotto quasi in miseria. Per cui non sarebbe stato neanche tanto impossibile il suicidio, se la ferita mortale fosse stata inferta con un’angolazione meno strana. Ma qual’è il motivo dell’uccisione di Kurtt?

Più si scaverà, più non si troverà nulla. Anche perchè John ha curato di non parlare mai del suo passato: figura come scapolo, ma nessuno sa che è stato sposato e che ha perso la moglie in un tremendo incidente automobilistico. E nessuno conosce, tranne lui, il vero epilogo di quell’incidente: nessuno sa che dopo il tremendo impatto contro un albero, lui non si era fatto nulla, sbalzato fuori, ma la moglie giovane e bellissima era rtimasta sfigurata con la faccia ridotta ad una poltiglia sanguinolenta, un occhio sbalzato via dall’orbita, un braccio quasi completamente maciullato; e soprattutto nessuno sa che per far tacere la moglie che urlava, per far tacere quell’orrore, l’aveva uccisa  colpendola alla testa con un grosso sasso.

Medley sfuggirà alla giustizia terrena. Ma non a se stesso in un finale molto melanconico, che coinvolgerà non solo Medley, punito e finalmente felice di aver pagato il suo fio, ma anche Frank, per vicende sue famigliari, mentre l’altro compagno, Ramos (la vicenda si svolge a Tucson, Nuovo Messico), si sposerà con la figlia della vicina di casa di Medley.

Il romanzo è un romanzo nero atipico. A metà tra il Thriller e il Procedural, il romanzo viene svolto secondo un originalissimo iter narrativo, affidato a ciascun personaggio del dramma : John, Frank, Ramos, la moglie di Frank, il capitano Walter Pettijohn, Alice Ramos moglie di Frank. In sostanza, a ciascuno di essi, viene conformato un intero capitolo della storia: in ciascuno, il personaggio prescelto, parla in prima persona. Questo procedimento narrativo è diverso dalla narrazione in terza persona che pone il narratore fuori dal contesto narrativo: qui ciascun personaggio è narratore per la parte di storia a lui affidata perchè da lui vista secondo il suo occhio. Ne consegue che il lettore è maggiormente preso dalla tensione narrativa in quanto il procedimento della narrazione in prima persona non solo favorisce l’identificazione tra lettore e narratore, ma al tempo stesso fà sì che il racconto diventi una confessione continua.

Il merito di Brown non è solo quello di aver scandagliato la vicenda, ma anche di aver esaminato con crudezza la vita privata degli altri partecipanti al dramma, cioè i due poliziotti e le loro famiglie. Ne esce un quado tristissimo, in cui ad avere la peggio sono i due antagonisti, John e Frank: il primo contrapposto non solo a Frank ma anche a se stesso, alla propria coscienza; il secondo a John e a sua moglie, alcoolista, sposata solo due anni prima: matrimonio finito prima di incominciare, per l’ambizione della moglie di Frank, Alice, e i sostanza per un eccesso di precipitazione dei due, che si sono sposati basandosi solo sul colpo di fulmine, senza essersi conosciuti prima.

Se il romanzo pare avere un’atmosfera tutt'altro che lieta, sembra sfuggirgli il destino del secondo poliziotto, Fern Cahan, detto Ramos. Perchè a lui è riservato un finale lieto con il matrimonio: ma non è detto, sembra dire Brown, perchè anche a lui potrebbe andare male il matrimonio, basato solo su un colpo di fulmine.

Frank e John sono accomunati dallo stesso destino: aver troppo amato, ed esser rimasti prigionieri del loro stesso amore. Il personaggio di Alice, che sembrerebbe fuori luogo, in realtà ha la sua importanza perchè un suo giudizio “..forse quel John Medley lo ha ucciso per toglierlo dalla sua infelicità” fornirà la base per interpretare l’origine del delitto, che accomuna Kurt, il cane di John, la moglie di John e non si sa se altre persone.

John  in sostanza è un serial killer che uccide per dare pace a chi non l’ha: un alleviatore di sofferenze, che uccide con l’eutanasia, che per mettere a tacere la propria coscienza (la consapevolezza di aver ucciso la moglie non tanto per darle pace quanto per appagare il suo egoismo di trovarsi a gestire una situazione irreparabilmente compromessa non sapenso come uscirne) si è convinto che sia Dio a chiedergli di intervenire donando pace a chi non la possiede.

Per quanto non si veda a prima vista, il personaggio più positivo di questa storia è proprio Alice, che è alcoolista per disperazione, perchè ha perso un figlio che avrebbe portuto cambiare il menage familiare con il suo marito messicano Frank, che diversamente dal cliché del messicano tipo (crudo e violento) in realtà è una persona dolce e buona, che però è troppo chiuso in se stesso, e che ha fatto l’unico errore di sposare la moglie senza averla prima conosciuta: la vera mancata conoscenza, che è incomunicabilità tra i due sposi, si tramuta nel progressivo allontanamento dei due: i due potrebbero dormire in letti giacchè non hanno più rapporti intimi, Alice affoga le proprie disillusioni nell’alcool, Frank nel proprio lavoro, non facendo null’altro se non quello e non preoccupandosi di cercare di capire la vera causa della dipendenza dall’alcool della moglie , perchè in sostanza non l’ha mai capita. Lei sa di essere amata, ma si accorge di non riuscire mai più ad amarlo (è la cosa più triste) e quindi beve: è il vecchio dilemma di Costant. Tuttavia diversamente da John e Frank (prigionieri del proprio egoismo e che a modo loro reagiscono in maniera sbagliata alla realtà che li circonda, non avendo analizzato a fondo se stessi), Alice, dopo un’attenta analisi, decide di rompere: il suo amore per Clyde (seppure anche lui si manifesti un personaggio egoista, preso solo dal timore che Frank, che è un poliziotto, possa risalire alla sua identità e quindi prendersela con lui) la porterà a decidere di abbandonare per sempre Frank, dandogli una seconda possibilità di scelta.

Se vogliamo intender bene, il romanzo nero di Brown diventa quindi un romanzo sui sentimenti, un Hard boiled cupo, che in fondo però rivela una luce in fondo al tunnel, là dove, secondo la morale comune, non dovrebbe esserci: infatti la fedifraga, “la puttana”, in realtà è il personaggio più vero della storia, l’unico positivo che decide di romper l’infernale ingranaggio, assumendosi le proprie responsabilità.

Brown in un certo istante si manifesta anche colto riutilizzatore di escamotages: quando, contemplando la possibilità che Kurt stranamente sia sia potuto uccidere, sparandosi alla nuca, Brown cita il suicidio di chi per far sembrare invece il suicidio un omicidio, aveva legato la pistola alle zampe di un corvo, affinchè dopo essersi sparato, il corvo avrebbe portato la pistola altrove: in sostanza cita il romanzo di Alexis Gensoul “Gribouille est mort”, già in questo blog analizzato anni fa.

Brown lettore di romanzi francesi? Un’altra domanda a cui bisognerà rispondere: come e dove aveva conosciuto il romanzo di Gensoul, mai pubblicato in America?

Bellissimo e intenso romanzo di Fredric Brown, che mantiene inalterata tutta la sua forza (e la sua tristezza di fondo) anche nella traduzione tagliata, pubblicata ne I Gialli del Secolo.

Pietro De Palma

domenica 27 ottobre 2024

Ellery Queen : L’ultima donna nella sua vita (The Last Woman in His Life, 1970) – trad. Claudio Lo Monaco – I Classici del Giallo Mondadori N° 507 del 1986

 


 

 

L’ultima donna nella sua vita (The Last Woman in His Life) è il penultimo romanzo della ditta Ellery Queen, formata dai due cugini Frederic Dannay  e Manfred Bennington Lee, tanto uniti che si solevano chiamare anche Danny e Manny.

Venne pubblicato nel 1970 e, contrariamente a quanto era accaduto con la serie inaugurata nel 1961 con L’eredità che scotta (Dead Man’s Tale) – che aveva visto l’uscita di scena di Dannay e la realizzazione di una serie di romanzi, ognuno scritto da un autore diverso che però non compariva col proprio nome (ma diversi autori firmarono più romanzi) ma con lo pseudonimo Ellery Queen, in quanto alla fine, prima della pubblicazione, il romanzo veniva sottoposto a Manfred Lee che lo leggeva, lo cambiava laddove ne ravvisava la necessità ed infine, approvando, dava il via alla pubblicazione  – il testo venne approntato da entrambi i cugini. Del resto il sodalizio si era riformato già precedentemente, tre anni prima, con il romanzo Face to Face, pubblicato in Italia col titolo Ellery Queen e la parola chiave, romanzo che aveva ottenuto entusiastici giudizi sia da critici che da colleghi, primo fra tutti John Dickson Carr.

Prima ancora, Ellery Queen era ritornato a far parlare di sé arrivando finalista all’Edgar nel 1964, con un romanzo pubblicato l’anno prima, Bentornato, Ellery (The Player on The Other Side, 1963). Tuttavia questo romanzo, se aveva spezzato il periodo di inattività della coppia di cugini, iniziato 5 anni prima con quella che sarebbe dovuto essere l’ultimo loro romanzo, Colpo di Grazia (The Finishing Stroke, 1958), come altri romanzi, aveva seguito la falsa riga di un romanzo approntato da un autore estraneo, però che questa volta aveva imbastito il romanzo non su una propria trama originale, ma seguendo una traccia di Dannay di circa settanta pagine.

Così, prima Face to Face e dopo The Last Woman in His Life, riportarono la coppia a scrivere un romanzo assieme. Ho parlato di Face to Face, perché dove questo finisce, comincia il successivo: nello stesso luogo, nello stesso giorno, Ellery e suo padre Richard Queen stanno in aeroporto: alla fine di Face to Face accompagnavano l’amico di Ellery, Burke, ad imbarcarsi su un aereo diretto in Scozia; all’inizio di The Last Woman in His Life, nello stesso luogo, nello stesso giorno, alla stessa ora, Ellery vede poco lontano due uomini che conosce: uno è il miliardario John Levering Benedict III, chiamato anche Johnny-B, uno degli uomini più ricchi d’America; l’altro è Al Marsh, suo avvocato, e anche lui molto abbiente per origini familiari. La differenza tra i due: ad uno il lavoro non importa (Benedict), per l’altro è un modo di svagarsi (Marsh).

Parlando con loro, a Ellery che avrebbe bisogno di una vacanza, in quanto il precedente caso lo ha svuotato di energie, Benedict offre la permanenza in una sua casa tra i boschi, vicino ad un torrente pieno zeppo di pesci, desiderosi di essere pescati. Così accettano. Comincia la vacanza, ma un bel giorno si presenta Benedict tutto accigliato e chiede a padre e figlio di fargli un favore che i due non sanno rifiutare:  far da testimoni e apporre le loro firme in calce ad una copia di testamento di Benedict, che dovrebbe stravolgere se non annullare del tutto il precedente, per il quale ognuna delle tre ex-mogli di Benedict, qualora non si fossero risposate, in caso di morte del miliardario, avrebbero ereditato un milione di dollari ciascuna. Ora invece, Benedict, vorrebbe cambiare le sue disposizioni testamentarie, lasciando sì 4000 dollari al mese alle tre ex-mogli e riducendo, in caso di morte, il premio finale del 90%, portandolo a 100.000 dollari.

Le tre mogli stanno per ritornare, tutte e tre: anche se la decisione è già presa, le tre cercheranno di far leva sulle loro grazie per portare Benedict dallo loro parte.

Arrivate a destinazione, Ellery fà conoscenza separata delle tre in quanto accade una cosa strana: qualcuno ruba un indumento a ciascuna di loro: ad Audrey Weston scompare l’abito da sera, a Marzia Kemp una parrucca verde, ad Alice Tierney dei lunghi guanti bianchi. Per quale ragione qualcuno dovrebbe rubare un indumento?

Ellery comincia a sentire puzza di bruciato.  Così, se il padre vuole andare in paese (è Wrightsville, la cittadina dover si svolge il dramma, che già altre volte è stata teatro di avventure di Ellery) a vedere un film erotico (Ellery commenta sul risveglio della libido nel vecchietto),Ellery invece rumina sulla sparizione dei tre indumenti, e perciò prende la decisione di ritornare alla casa padronale di Benedict ad Inver Lodge (loro due alloggiano in una casetta appartata), dove assiste ad una scenata tra Benedict e le tre ex-mogli, presente Al Marsh.

Qualche ora dopo, mentre dorme, Ellery è svegliato da uno squillo prolungato di telefono: all’altro capo è Benedict che con voce ansimante dichiara di essere stato ucciso e fornisce un indizio: Inver. Per quale ragione vuol ribadire di stare ad Inver Lodge? Fatto sta che padre e figlio andati sul posto lo trovano ormai morto, col cranio sfondato da un pesante soprammobile a forma di tre scimmiette di cui una non sente, una non parla e la terza non vede.

Altro fatto sconcertante: nella stessa stanza trovano per terra gli indumenti rubati precedentemente. Per quale ragione qualcuno vuole addossare la colpa sulle tre donne? Oppure è stata una di loro a mettere anche il suo indumento per coprire sé stessa davanti alle altre? E per quale motivo? Oppure tutte e tre hanno agito contro il miliardario a difesa dei propri interessi?

Un ulteriore fatto sconcertante avviene alla lettura del  testamento, affidato precedentemente ad Al Marsh: nessuna delle clausole precedentemente affrontate verbalmente da Benedict con le sue ex-mogli viene citata, ma solo che nel caso Bendict fosse morto senza essersi ancora sposato con Laura, tutto sarebbe andato alla cugina Leslie: chi è Laura, l’ultima donna nella vita di Benedict?

Fatto sta che ad ereditare tutto pare sia la cugina Leslie che, da povera in canna (la madre era stata diseredata dalla famiglia), si ritrova stra-arci-ultra milardaria. Possibile che sia stata lei? Alibi di ferro.

Si ricomincia daccapo ed Ellery è sempre più sconsolato perché non vede la luce, finchè avvengono dei fatti che alla fine accenderanno la fatidica lampadina: si scopre che Marzia non è affatto vedova, ma si è sposata tempo prima con un piccolo delinquente. Dopo che i due sono apparsi davanti alle autorità, accade che proprio Bernie Faulks, il marito di Marzia Kemp, viene ucciso: il sospetto è che abbia voluto ricattare qualcuno: chi se non l’assassino?

Sempre più buio pesto per Ellery. Il quale accusa un ultimo colpo di scena a cui non poteva essere preparato: contrariamente a quanto si sarebbe mai aspettato, a pochi giorni dalla morte di Faulks, Marzia Kemp si risposa. E con chi? Con Al Marsh, l’avvocato di Benedict. Possibile che Marsh celi qualcosa? Qualche affare poco chiaro, un’appropriazione indebita, qualcosa insomma che sia stato all’origine del delitto? Nemmeno su Marsh hanno trovato nulla: è ricco, spaventosamente ricco, e la sua situazione finanziaria è ottima.

Ma è proprio durante il matrimonio tra Al e Marzia che scocca la scintilla, che si accende la famosa lampadina: un attimo, la situazione vista da un’altra prospettiva e…la verità esplode nella testa di Ellery.

Riuscirà ad inchiodare l’omicida, a dare una spiegazione del perché gli indumenti fossero stati rubati, spiegando al contempo perché il Messaggio del Morente facesse riferimento ad Inver (Lodge). Tuttavia non consegnerà l’omicida alla polizia, perchè questo avrà l’opportunità di avvelenarsi col cianuro.

Straordinario romanzo della coppia di cugini, The Last Woman in His Life, ha ancora una volta una soluzione che spiazza con la sua logica inoppugnabile e con la sua capacità di penetrazione psicologica che rimette a posto le carte sparpagliate, spiegando il tutto con quella che parrebbe una spiegazione impossibile. A sorprendere è soprattutto il ragionamento che è alla base del “Dying Message”: per quale motivo, nel momento in cui stava per morire, Benedict non ha rivelato direttamente il nome dell’omicida, ma ha dato un indizio criptico, affidandosi su una capacità unica, quella di Ellery Queen, di riuscire a capire quello che è incapibile da parte di altri? Perché poteva, per varie ragioni, essere inteso diversamente, finendo per accusare persone che erano invece innocenti. Ma, una volta capita la natura dell’indizio, Ellery con un ragionamento che è puramente deduttivo, riesce prima a ritrovare la famosa Laura, e poi a trovare le prove che inchiodano l’omicida: un abito, che Ellery aveva visto indosso alla vittima durante la sua spiata fuori della casa, la notte dell’assassinio, e che poi, al sopralluogo della polizia non era stato ritrovato, particolare che Ellery aveva messo a fuoco solo prima di aver compreso la verità, e del perché l’omicida avesse ucciso Benedict.

Il romanzo è legato al precedente, e ad altri due, da vari fattori che si affacciano prepotentemente nell’ultima fase della stagione creativa dei due cugini, e che ineriscono alla sfera della sessualità. Del resto questi sono gli anni della Beat-generation, dei figli dei fiori, della scoperta della sessualità manifestata soprattutto con libri e films, con l’apparizione roboante della pornografia cinematografica. Già in uno degli ultimi cosiddetti apocrifi queeniani (che poi non lo erano perché venivano rivisti da Lee, che era uno dei Queen) il tema della sessualità e della pornografia era stato affrontato direttamente: infatti Ed Hoch (uno degli ultimi grandi maestri della Camera Chiusa) aveva firmato The Blue Movie Murders. Evidentemente vi erano delle ragioni perché i due Queen trattassero di sesso negli ultimi quattro romanzi: essi sono intimamente connessi, anche da particolari di natura crittografica. Del resto una accentuazione dei temi sessuali nei loro romanzi, era una cosa nuova, visto che mai precedentemente, se non nei casi da me ricordati, e quantomai nella prima produzione degli anni ’30, era mai stato fatto accenno a situazioni che anche lontanamente potessero raccordarsi con la sessualità.

Non vado oltre, accennando ad altre ipotesi che a me sembrano sensatissime, perché parlandone, svelerei anticipatamente l’identità degli assassini degli altri tre romanzi, con cui questo di oggi, forma una ideale tetralogia.

Ne parlerò a trattazione avvenuta di tutti e quattro.

Dico solo che l’omicida è una persona a tutto tondo, una vittima in sostanza, uno dei pochi colpevoli che forse Ellery non avrebbe voluto mai acciuffare, a cui chiede persino per quale ragione non si sia disfatto dell’abito color nocciola che mancava tra i capi di abbigliamento presenti nello spogliatoio della vittima, perchè così a lui sarebbe mancata la prova decisiva (il sangue della vittima sulla stoffa) per incriminarlo.

Pietro De Palma