domenica 8 gennaio 2017

Hillary Waugh : Dormi bene, amore mio (Sleep Long My Love, 1959) – trad. Giovanni Viganò – I Mastini N.15 – Polillo Editore, aprile 2013, pagg. 220



Tempo fa è uscito nelle librerie, a firma di Hillary Waugh: Dormi ben, amore mio (Sleep Long My Love, 1959), nella collana “I Mastini” di Polillo Editore. Del resto è un titolo già pubblicato da Mondadori, una decina di anni fa, col titolo “Un fantasma ha ucciso”, nella collana da edicola, “I Classici del Giallo”. Solo che, mentre Polillo, molto spesso pubblica un solo romanzo per autore, in una ideale galleria che al posto di quadri presenti romanzi, Mondadori ha pubblicato, nel corso degli anni, anni lontani però, parecchi romanzi di Waugh. Già…chi è, anzi chi fu, Hillary Waugh?
Si chiamava Hillary Baldwin Waugh ed era nato nel 1920 a New Haven, nel Connecticut. Si laureò nel 1942 all’Università di Yale, per poi arruolarsi nell’Aeronautica Militare Statunitense: proprio mentre prestava il Servizio Militare, pensò di scrivere un romanzo, il suo primo, Madam Will Not Dine Tonight nel 1947. Dopo aver pubblicato altri due romanzi senza particolare successo, nel 1949 volse la propria attenzione dal Mystery ad enigma – genere che aveva imperversato negli anni trenta e nei primissimi anni quaranta – al Mystery cosiddetto “Procedural”, cioè un romanzo in cui l’indagine è svolta da un corpo di polizia, seguendo piste, interrogatori, formulando ipotesi, abbandonandole, etc.. fino all’individuazione del colpevole. Il suo primo romanzo, del cambiamento, fu il folgorante Last Seen Wearing … che fu pubblicato nel 1952, seguito da molti altri. Per il genere di Mystery, crudo e realistico, il passaggio all’Hardboiled fu quasi naturale.
Waugh, nominato anche Grand Master da Mystery Writers of America, morì a 88 anni, cinque anni fa.
“Dormi bene, amore mio” titolo non proprio esatto (io avrei detto “Dormi a lungo, amore mio”, molto più macabro e sarcastico) è un romanzo nero, ma più nero che non si può.
Anche qui la caratteristica di Waugh emerge prepotentemente: un inizio del romanzo assolutamente spiazzante, così come i finali spiazzanti erano la caratteristica di Brown. Ma non sto parlando del Prologo, bensì proprio dell’inizio del romanzo.
Nel Prologo c’è il dialogo tra un uomo ed una donna, due amanti: lui è stanco di lei, lei invece lo assilla, lo supplica ed infine lo minaccia, con la storia che è incinta di lui. Una minaccia vecchia come il mondo, che per un uomo sposato che vive una relazione extraconiugale solo come divertimento carnale senza voler rompere con la prima moglie, diventa il movente per un assassinio.
Fin qui nulla di particolare. E’ l’inizio del romanzo invece che è spiazzante: Mr. Watly, dipendente di una società immobiliare che affitta case, trova rotto il vetro del suo ufficio. Sospetta un furto ma non trova nulla che sia stato sottratto, tranne…dei contratti di affitto dagli archivi?
Uno ruba dei soldi, delle azioni, dei titoli, se ci sono..dei gioielli, ma non si è mai sentito che si siano rubati dei contratti di affitto. Eppure è così. Mah.. Ma Fred Fellows, capo della polizia di Stockfords, non la pensa così. E comincia a scavare, ad analizzare tutti gli affitti e alla fine concentra l’attenzione sui contratti a breve scadenza. Restlin, il proprietario dell’agenzia immobiliare gli parla di un certo Campbell che aveva affittato una bella e grande casa per un mese, e che sarebbe stata disponibile a breve; solo che Watly vi aveva portato il giorno prima un acquirente, Brunnell, ma aveva trovato la casa disabitata e la porta chiusa.
Fellows e il suo sergente Sidney Wilks si recano con altri agenti, e subito sentono un odore strano che non riescono ad identificare. La casa è disabitata, pulita, messa in ordine. Nulla di strano, eccetto due valigie con due iniziali in oro “J.S.” proprio nell’ingresso, dimenticate quasi.
Stanze spoglie, bagni puliti tranne uno con della schiuma nel fondo della vasca, ed un freddo glaciale all’interno della casa. Si muore dal freddo, e già che si è a febbraio, il 26 di febbraio. Ma per di più il riscaldamento è spento. Restlin si lancia disperato in cantina dov’è la caldaia e da giù si sentono le sue grida: qualcuno ha lasciato la caldaia spegnersi non chiudendo il contatore dell’acqua e così i tubi si sono ghiacciati e sono scoppiati.
Fellows entra in tutte le stanze e non trova nulla, proprio nulla. Poi scende in cantina. Ma perché proprio in cantina? Già perché nelle cantine delle case abbandonate si celano i segreti. Mi ricordo che il buon Carr che se intendeva di letteratura gotica, in It Walks By Night, in un muro della cantina aveva fatto nascondere un corpo in decomposizione. No, qui di corpi in decomposizione nascosti in nicchie murate non ce ne sono. Ma c’è un baule. Altro topos dei romanzi neri. Quando si trova un baule, puoi stare certo che dentro ci sia sempre qualcosa di interessante: Agatha Christie fa scoprire un cadavere in decomposizione dentro un baule, da Poirot, in One, Two, Buckle My Shoe; Alfred Hitchcock ne cela uno dentro un baule e poi sopra vi imbandisce la tavola per un cocktail party, in Rope; Michael Gilbert nasconde un corpo in decomposizione anche lui in un baule nel suo capolavoro, Smallbone Deceased; persino il francese Pierre MacOrlan (uno degli pseudonimi del grande Pierre Dumarchey, autore del mai ricordato abbastanza Quai des Brumes, romanzo da cui Marcel Carné trasse l’omonimo film capolavoro con Jean Gabin eMichèle Morgan) in Le tueur numéro deux nasconde un cadavere in un baule; e perfino The Jackal nel romanzo di Forsyth, quando uccide il falsario di passaporti che gli vuole estorcere altri soldi con la minaccia di rivelare a chi li abbia forniti, lo nasconde in un baule.
Vuoi vedere che nel baule nella cantina della casa disabitata c’è un cadavere?
Inizialmente trovano abiti, scarpe ma poi..trovano un tronco di un corpo che dal freddo è stato parzialmente preservato dalla decomposizione, da cui mancano gli arti superiori ed inferiori e la testa. Dove mai li avrà nascosti l’assassino?
Siccome nella caldaia trovano una strana cenere, non di carbone, si suppone subito che siano i resti delle parti mancanti del corpo. Come si potrà mai identificare il cadavere?
Innanzitutto le indagini puntano a individuare chi ha spedito il baule, perché si sa che è il baule della donna morta, ma non si riesce a scoprire nulla di importante. Poi solo per la curiosità di Fellows che trova su un notes degli strani segni come prodotti da un foglietto strappato soprastante, riesce con un metodo empirico, a sapere un nome “Jane Sherman” e il suo indirizzo. Si convince che è la donna uccisa. Ma quando si reca a casa della donna, la trova davanti a lui viva e vegeta. E quindi dal dialogo che ne segue, quasi un interrogatorio, capisce che la Sherman è una donna insoddisfatta, mai guardata dagli uomini, che un giorno ha conosciuto un tale in un treno, nei confronti del quale ha provato una forte attrazione fisica, tanto da andare con lui in una casa e passare una notte con lui. Rivela che tutte le stanze erano aperte tranne una e solo dopo che Fellows glielo rivela capisce di essere stata ad un passo dallo scoprire un cadavere in essa e finire nello stesso modo. Dio mio! Un assassino uccide una donna e poi va in cerca di un’altra, la seduce, la porta nelle stessa casa e col cadavere ancora caldo in una stanza, ci fa l’amore in un’altra!
Fellows capisce di stare cercando un mostro, che è un uomo comune, tanto comune da essere imprendibile: perché John Campbell è un nome inventato.
Tutto viene sondato ma invano: si cerca qualcuno che possa essere venuto da qualche paese vicino, magari che abbia una doppia vita. Una vicina dice che questo tale viveva con una donna riservata, arrivava di pomeriggio e poi andava via di sera. Fellows si convince che l’assassino è un commesso viaggiatore, ma nonostante tutte le ricerche sono capaci solo di arrestare un innocente, un venditore di aspirapolveri con l’hobby delle avventure carnali con massaie insoddisfatte. Solo quando Fellows pensa di avvalersi dell’aiuto dei dentisti e domandare loro se abbiano pazienti con iniziali “J.S.” imbocca la strada giusta e riesce a capire chi sia la vittima.
E dopo un paziente e meticoloso lavoro di indagine…non approda ad alcun risultato degno di nota. Così, riparte da zero: dal furto dei contratti; dalla visita di Watly e Brunnell alla casa disabitata; dal tentativo di bruciare il corpo, a cui sono stati sottratti maldestramente e con imperizia degli organi, temendo la gravidanza della donna, prima nella caldaia e poi, quando essa si era spenta per negligenza, nel camino della casa: a ciò era dovuto l’odore strano e disturbante, dato dall’aver cercato di bruciare il corpo nel camino; dal fatto che il tronco non fosse stato fatto sparire, capisce che qualcuno deve aver disturbato l’assassino dal compimento del delitto perfetto.
Riuscirà ad inchiodare l’assassino solo con una idea, estrema nella sua concezione, solo facendo un ragionamento sottile e concependo una soluzione al limite dell’immaginabile, in un finale strepitoso.
Romanzo veramente straordinario, Sleep Long My Love è un Procedural serrato, avvincente, con una tensione sempre crescente, che trova i propri punti principali in una trama semplicemente perfetta: un assassino che non si trova, un’ombra nella notte; una vittima irriconoscibile; le armi, un trinciante ed un coltello da macellaio ritrovati bruciati nel camino; l’assenza di impronte, di firme, di tracce. E l’indagine meticolosa della polizia, che non tralascia nulla, che non arretra davanti a nulla, che prende false piste, arresta falsi omicidi, ma che poi riesce ad arrestare quello vero e quando è in dubbio se poter dimostrare l’omicidio premeditato, come pensa Fellows,  invece che l’omicidio colposo come suppone Wilks, solo un errore dell’assassino, che afferma di aver comprato le armi solo dopo che la morte della donna fosse accaduta, in un giorno che scopre Fellows essere stato non feriale ma festivo, consegnerà la verità e il romanzo finirà come era iniziato: con una attribuzione di omicidio premeditato all’assassino.
La tecnica seguita da Waugh,un autore la cui grandezza è ancora lontana dall’essere stata accettata e riconosciuta in Italia, e di cui rimangono tante tracce lontane, ma poche recenti (tra cui un altro romanzo magnifico, pubblicato l’anno scorso in uno Speciale del Giallo, Pure Poison), è quella di presentare gli indizi tutti insieme, non dando minimamente enfasi ad essi e tantomeno a quello specifico, in maniera che pur essendo molto corretto col lettore, nello stesso momento in cui presenta l’indizio ne nasconde gli effetti più velenosi derivanti da esso. Solo alla fine, vi farà riferimento, traendone la domanda su cui ruota tutta la vicenda: perché mai l’assassino ha interrotto la distruzione del cadavere, se nessuno nei paraggi aveva avvertito alcunché di strano e tantomeno annusato il fetore che si irradiava attorno?
Solo dando risposta a questo quesito si riuscirà a dare una svolta alla vicenda e acciuffare l’assassino.
Anch’io sono stato sviato come tutti, ma avvezzo alle tecniche dei romanzi e ai sotterfugi degli scrittori (essendo uno piccolo scrittore, fondamentalmente di racconti, anch’io) sono riuscito a sviluppare lo stesso ragionamento di Fellows e a inchiodare lo stesso assassino prima che venisse rivelato da Waugh.
L’assassino è la persona più insospettabile della vicenda e nel tempo stesso la più plausibile.
E richiama un celeberrimo romanzo di Agatha Christie per come l’assassino si presenta ai lettori.
Più di questo, è inutile dire.
La psicologia del romanzo è portata al suo massino, i ritratti delle persone coinvolte sono a tutto tondo; e vi è una certa sensibilità e una certa tristezza nel raccontare gli avvenimenti luttuosi, che allontanano il mystery dalle certezze asettiche degli enigmi degli anni trenta, affondandolo invece nelle brume e nel sangue della Crime Story. Per certi versi, anche qui la vittima è in fondo un carnefice e il carnefice una vittima: se la vittima non avesse minacciato l’assassino di rivelare la sua relazione alla moglie di lui, ella sarebbe ancora viva e lui non sarebbe diventato un assassino.
E a dominare la vicenda, di cui è unico vincitore, è il Fato, imperscrutabile: fà sì che la Simpson porti all’ estremo la sua minaccia; porta Campbell a premeditare la morte della donna, anzi la sua scomparsa (il fatto che essa non dica nulla alla convivente tranne che si è sposata, è indicatore della premeditazione dell’omicidio e di come la donna dovrebbe sparire nel nulla, perchè nessuno possa sospettare di Campbell-Lawrence-X), posto che Campbell-Lawrence-X stia distruggendo il corpo nel camino, cioè un pezzo alla volta (brr…), l’intervento di Watly e Brunnell sconvolgono i suoi piani, e quindi deve nascondere il tronco nel baule, pulire tutto quanto, distruggere o quasi le sue armi (ma non capisco per quale motivo non le abbia portate via con sè e buttate da qualche parte!) e andare via, ritornando alla sua identità celata e da tutti non conosciuta. E per di più fà sì che a occuparsi della vicenda sia Fellows che non è un semplice poliziotto, ma un erede della grande tradizione degli anni ’30, un Poirot, un Fell o anche meglio, un Appleby, l’unico che possa, facendo un certo ragionamento (ma lo può fare anche il lettore ultra-smaliziato), smascherare l’assassino. Rivelatore è anche il furto dei contratti, che peraltro non poteva non essere consumato.
Del resto l’assassino è lontano un miglio da quelli freddi o astuti o malvagi di Ellery Queen o di Carr o di Agatha Christie: qui è un uomo che solo in forza dell’aura di mimesi di cui si è dotato, riesce a credere di essere in salvo; ma che poi dimostra la sua fragilità, nei singhiozzi e nel pianto finale.
E c’è una squisita sensibilità nell’analizzare la provincia americana, e le malcelate tendenze depresse di uomini vittime della degradazione sociale e dalla mancanza di qualsiasi valore in cui credere, in un’altra faccia della società dominata dal mito del “Self Made Man” e di donne depresse nella loro mancanza di speranze in una vita migliore, stritolate dall’assenza di ruoli di comando loro riservati e rifugiate solo nella promozione sociale dell’essere sposate o comunque amate, anche solo per una sola notte. Così le due J.S. della vicenda, la Jean Sherman, ragazza di provincia, dedita al padre infermo, che in virtù della sua condizione non può godere della vicinanza di uomini, insomma una fanciulla virtuosa e la Joan Simpson che ha dato o crede di aver dato una svolta alla propria vita, ritrovando un amore giovanile, che la condurrà invece alla morte, se sono accomunate dalle iniziali, percorrono invece due sentieri paralleli ma profondamente diversi: sono andate a letto entrambe con l’assassino, ma mentre la prima si salva perché si accontenta della notte d’amore non avendo dubbi o avendone pochi che l’uomo si farà mai rivedere da lei, perché riprenderà a vivere la vita di ogni giorno al fianco del padre infermo (un esempio tutto sommato positivo) la seconda finisce assassinata e mutilata per la sua volontà opposta nel cercare di allungare all’infinito una storia che è già finita, nella sua volontà di non accontentarsi di quello che le viene offerto, cercando con le sue arti femminili di violentare una situazione more uxorio altrui sostituendola con la propria (un esempio negativo, nella sua mancanza di virtù).
Forse che il vecchio proverbio “Chi si accontenta, gode” è sempre valido?
Waugh ti sbandiera l’assassino sotto il naso più di una volta e intanto mena il can per l’aria.

E la domanda che ti fa, “Una sfida al lettore” implicita, cioè come mai l’assassino sapeva che sarebbe stato disturbato, è una mazzata: è come se fosse l’unica chance che lui offre al lettore per riuscire a capire l’enigma prima della soluzione finale. Tanto più che ti sfida a capire l’indizio dei contratti, che, visto nella sua interezza, è complementare a quanto detto prima.

Veramente un romanzo magnifico!

Pietro De Palma

venerdì 6 gennaio 2017

Ngaio Marsh: Il morto che ascoltava la radio (Death on the Air, 1938 o 39) contenuto in DELITTI DI NATALE, trad. Dario Pratesi, I Bassotti, Polillo, 2004



A 13 anni fa risale quella che io reputo una delle migliori raccolte di racconti in assoluto, proposte da Polillo: Delitti di Natale. Fu tale il successo di questa raccolta (7 edizioni) , che qualche anno dopo fu proposto un sequel dal titolo “Altri Delitti di Natale” che ebbe anche un discreto successo (3 edizioni).  E’ una riprova – se mai ce ne fosse bisogno – del fatto che  quando qualcuno ha le capacità e ha la voglia supportata dalla passione nel proporre qualcosa di valido, la fortuna e il supporto di chi riconosce le fatiche e anche gli investimenti, non mancano.
In questa raccolta furono raccolti molti celebri racconti: uno – Persons or Things Unknown di Carter Dickson, l’ho esaminato nel mio nuovo blog da poco aperto; un altro lo esamineremo ora. Si tratta di un  meraviglioso racconto di Ngaio Marsh, Death on the Air, tradotto in italiano col titolo inventato “Il morto che ascoltava la radio” (ma che fantasia che ha Marco Polillo!). 
Il racconto dà il titolo ad una raccolta – di cui fanno parte altri due racconti già pubblicati in America (I Can Find My Way Out, 1946; Chapter and Verse: The Little Copplestone Mystery ,1974); cinque brevi storie (The Hand in the Sand, The Cupid Mirror, A Fool about Money, Morepork, My Poor Boy, Moonshine, Evil Liver, sceneggiatura di un episodio della serie Crown Court registrata in Inghilterra nel 1975),e due saggi inediti: Roderick Alleyn e Portrait of Troy – pubblicata nel 1995 per la prima volta in Gran Bretagna: Death on the Air and Other Stories. La raccolta è stata poi allargata, comprendendo oltre che i contenuti originali, anche una breve storia recentemente scoperta, The Figure Quoted.
Dico subito che a mio parere, il titolo originario sarebbe stato ironicamente più efficace: morte nell’aria. Riferendosi alle onde elettromagnetiche che facevano sì che funzionasse la radio.
Il racconto curiosamente richiama altre opere : Into Thin Air di Winslow & Quirk, o Thin Air di Howard Browne, l’uno con un delitto Impossibile, l’altro che pur essendo un hard-boiled sembrerebbe ricorrere anche  in esso un delitto impossibile. Solo che qui delitto impossibile non vi è, semmai un delitto che nella forma quando viene scoperto sembra che sia almeno bizzarro: un morto stecchito, rigido come un baccalà, che sembra da morto che stia lì a sintonizzare la radio.
La magia del racconto non sta tanto nel fatto che il delitto avvenga la notte di Natale, ma che la vittima muoia mentre sta apprestandosi a cercare una stazione radio. La magia e l’evocazione di un oggetto oramai diventato un optional quasi senza valore oggi, ma che un tempo costava, eccome! Era il solo strumento che mettesse in comunicazione col mondo esterno, con l’estero anche, qualsiasi essere umano. Ora ci ridiamo sopra, ma un tempo la radio, e soprattutto la bella radio, quella da salotto, era un oggetto prezioso. Mi ricordo quella di mio nonno materno, con delle manopole color giallino di bachelite.
Beh, sono di bachelite anche le manopole che Settimius Tonks cerca di girare ogni volta che si appresta alla sua radio, uno strumento fatto su misura, e quindi costoso. E’ la sola passione oltre agli affari che gli riconoscono tutti.
Settimius Tonks è il padre-padrone di una famiglia benestante, che tiranneggia con violenza autoritaria. Tutti lo odiano per come ha ridotto i figli Guy e Arthur a degli smidollati, incapaci di prendere decisioni autonome sul loro futuro senza che il loro padre-padrone esprima il suo definitivo punto di vista; per come ha fatto della figlia, Phipps, un’altra vittima; e per come ha ridotto ad una larva, la moglie Isabel. Non manca persino il suo segretario privato, Hinslop, in questa teoria di vittime, giacchè il suo padrone gode a più non posso a umiliarlo, sicuro del fatto che il sottoposto non proverà a licenziarsi in quanto vedovo con due figli che da lui interamente dipendono. Insomma una casa padronale in cui la pace non regna,  a meno che qualcuno a turno non venga schiacciato e accetti di non ribellarsi. Persino il maggiordomo Chase, l’ultimo di una serie di domestici puntualmente licenziatisi, dopo solo due mesi, medita di licenziarsi, credendo completamente pazzo il suo principale.
E’ chiaro che in un ambiente del genere possa anche venire a qualcuno il pensierino dell’omicidio. Ma tra il dire ed il fare c’è di mezzo il mare, recita il proverbio.: infatti nessuno dei vari soggetti di quella casa sembra esserne capace.
La sera del 24 dicembre accade un altro putiferio: viene umiliato ancora una volta Hinslop, e subito dopo tra lui e la figlia del tiranno scocca il momento di riconoscere che ognuno è innamorato dell’altro: non si tratta di due persone affascinanti, ma proprio mediocri, ma che nella propria mediocrità, nella propria inutilità, si sentono finalmente non mediocri né tantomeno inutili. Ma vengono scoperti e all’ira che colpisce il segretario si aggiunge quella che colpisce la figlia; e poi ovviamente a farne le spese è la madre, che ha permesso che la figlia potesse avere un sentimento siffatto nei confronti di un segretario, di un dipendente di condizione assai modesta.
I due altri figli, Arthur e Guy sono andati via.
Il padre, ritornato nello studio, si chiude per sentire la sua radio.
L’indomani mattina, la mattina di Natale, la cameriera aprendo lo studio, sobbalza quando una voce augura Buon Natale: è quella proveniente dalla radio. Voltandosi vede che il suo padrone è lì che è piegato intendo ad armeggiare alle manopole; si avvicina, poi vede che ha ancora l’abito da sera e poi…capisce che è morto. In men che non si dica il trambusto attrae Chase che vedendo l’espressione orribile del padrone, capisce che è morto, e non certo di morte naturale. Fa chiamare il medico di casa, il dottor Meadow, il quale davanti al maggiordomo ammette che Settimius sembra essere morto per una scarica elettrica: ha infatti il pollice e indice e medio della mano destra anneriti e bruciacchiati. E davanti ai figli, che temono un’inchiesta e lo scandalo, afferma di non potersi esimere dal chiamare la polizia: e a chi vuoi che diano la patata bollente se non all’Ispettore Capo del CID Roderick Alleyn? Il quale si presenta assieme al suo braccio destro, l’Ispettore Fox, e a degli agenti. E si mette all’opera.
Scopre ben presto quale tana di odio sia quella casa, e quanto i figli, la moglie, il segretario e persino i domestici odiassero il vecchio e ne desiderassero in cuor loro la morte certa. Visto che i moventi abbondano, e che anche il suo fido aiutante sente, come lui, puzza di bruciato (una radio, testata per non causare scosse, è poco probabile che ne abbia generata una capace di uccidere e poi abbia continuato a funzionare), comincia a volerci vedere chiaro, dopo aver parlato col dottore e aver capito che lui, senza darvi eccessivo peso, ha capito benissimo che il morto è deceduto per una scarica elettrica causata dalla radio. Anche se non si riesce a capire come possa essere accaduto: infatti, ammesso che vi fosse stata una scossa, essa non sarebbe bastata da sola ad uccidere, ed anzi avrebbe causato solo un certo pizzicore.
Smontata la radio, Alleyn, la cui vista e perspicacia sono proverbiali nel mondo del mystery, si accorge che i pomoli del bastone della tenda sono estremamente simili a quelli di bachelite, tanto da potersi confondere, anche se sono di metallo. Sfilati, vi trova all’interno dei residui di carta assorbente, che trova anche intorno ai perni su cui le manopole di bachelite sono avvitate; inoltre, quasi nascosti dalle stesse manopole, sono stati praticati nel legno dei minuscoli fori senza che si capisca a cosa potessero servire. A quel punto un’idea peregrina si fa largo nella mente dei poliziotti: e se attraverso quei fori non fossero stati fatti passare dei fili elettrici che avessero messo in contatto le manopole di metallo con l’interruttore posto dietro la radio? Cioè cominciano a sospettare che qualcuno abbia sabotato la radio col fine di ucciderne il proprietario.
Dopo aver trovato nel quadro comandi, una valvola sostituita in un contatto che porta segni evidenti di un corto circuito; dopo aver saputo che ad una certa ora della sera prima la radio aveva cessato di funzionare e le stufette improvvisamente si erano spente, ma poi si era rimessa in funzione e così anche le stufette; e soprattutto dopo che il maggiordomo ha rivelato una cosa di fondamentale importanza, un gesto che compiva il padrone di casa, anche allo scopo di esasperare il suo segretario (ma che lo aveva reso molto più sensibile ad una scossa mortale), capisce come abbia fatto l’ingegnoso assassino ad uccidere, e dopo aver passato in rassegna i vari alibi, e aver capito che anche l’assassino oltre agli altri conosceva quel particolare, ne provoca la confessione, facendo leva sul rimorso e sulla sua “bontà d’animo” non potendo sopportare che un altro essere innocente venga impiccato al suo posto.
Il racconto finisce quindi con una nota assai malinconica che contrasta con la gioia del Natale, anche se nella notte precedente di Natale, non è detto che Babbo Natale non abbia portato il suo regalo in quella casa: la morte del tirannico despota. Tuttavia anche qui, come in altri casi, l’omicida non è un malvagio che uccide per il gusto di farlo o perché spinto da furore, avidità, interesse, odio personale, ma è un “buono” che ricorre all’omicidio per salvare il proprio e l’altrui amore. E’ il genere di assassino che talvolta i vari detectives di carta proteggono dandogli modo di scappare, che si tratti di Poirot, o Sherringham o anche Alleyn. Perché Alleyn permette che fugga all’impiccagione…uccidendosi col cianuro: anche quella è una fuga, o no?
Il racconto non si vorrebbe che finisse! E’ questa la sensazione che ho avuto: una splendida prova di finezza, gusto e una scrittura evocativa, dialoghi brillanti e la capacità di condensare magicamente in trenta pagine una storia che altrove lo sarebbe stata in trecento.  Io amo Ngaio Marsh. E per di più questa è un’opera della fine degli anni trenta, il massimo del fulgore della scrittrice neozelandese.
Roderick Alleyn, che è figlio di una aristocratica (infatti sarebbe Sir in effetti e tale sarà quando arriverà al grado di Commissario, cioè baronetto) riceverà il titolo non per ceto ma anche per prestazioni lavorative, e già questo lo rende al lettore un personaggio simpatico: non è certamente il detective snob alla Sherringham, né tantomeno un lord tipo il Wimsey della Sayers, ma è più vicino  alla borghesia cittadina, e come il Poirot della Christie o il Sergente Beef di Leo Bruce o il John Appleby di innes anche lui divenuto Sir col tempo per meriti di lavoro, coniuga nella stessa figura dell’investigatore anche quella del poliziotto (Poirot è un ex poliziotto belga). Ma se Poirot talora è antipatico in quel suo saper tutto, e nelle sue manie, Alleyn è garbato, signorile nei modi, così diverso dai rozzi poliziotti, ma affabile, educato e rispettoso come ogni lord che si rispetti ( e lui lo è anche se ha fatto di tutto per non vivere di rendita).
Lo stile è scorrevole e sontuoso, e la lettura è una piacevole, molto piacevole esperienza.

Perché la Marsh sapeva scrivere, senza mai tracimare, andare oltre. Che fosse racconto o romanzo, l'opera è come se fosse un quadro, perfetto nelle  sue dimensioni. E quindi bisognerebbe che si possedesse un senso artistico sviluppato.
Del resto, come diceva la stessa Marsh, You must be able to write. You must have a sense of form, of pattern, of design. You must have a respect for and a mastery over words.
La grandezza non si improvvisa, e tantomeno ci si può improvvisare nello scrivere.

Pietro De Palma



lunedì 2 gennaio 2017

Charlotte Armstrong : Un cadavere al giorno (Lay On, Mac Duff!, 1942) – trad. Simonetta Cattozzo – I Classici del Giallo N. 1308, Mondadori, 2012.



Il ciclo di MacDougal Duff cominciò nel 1942 e terminò nel 1945, dopo soli tre romanzi. Tanto bastò, tuttavia, per aprire a Charlotte Armstrong le porte del successo, e per farla apprezzare come una delle scrittici più fini e anche più ingegnose del panorama poliziesco statunitense.
Charlotte Armstrong era nata a Vulcan, in Michigan, nel 1905. Era figlia di un inventore. A Vulcan seguì gli studi medi, laureandosi nel 1925 all’Università del Wisconsin. Fece la centralinista, poi la giornalista. Infine si dette alla scrittura crativa.
Cominciò con lo scrivere poesie. Dopo aver scritto 2 commedie, provò a scrivere polizieschi.
 E fece il grande salto proprio con la sua opera prima, Lay On, Mac Duff!, 1942 (“Un cadavere al giorno”), un romanzo poliziesco che ebbe un’ottima accoglienza. Sulla base di ciò, decise di continuare a scrivere, ed un anno dopo bissò il successo con The Case of the Weird Sisters, 1943 (“Sosta pericolosa”), che la consacrò definitivamente. Dopo due anni, un altro successo ancora: The Innocent Flower, 1945 (“La morte tutta d’un fiato”).
Da allora, fu tutto un susseguirsi di successi, alcuni di grande impatto come The Unsuspected (1945/46), The Chocolate Cobweb (1948), Mischief (1951), A Dram of Poison (1956) Premio Edgar nel 1957. Undici anni dopo avrebbe potuto bissare l’Edgar con addirittura due romanzi nominati tra i cinque finali nell’edizione del 1968, Gift Shop e Lemon in the Basket, cosa che ad oggi, credo, è ancora un record. Non solo. Anche tre suoi racconti furono nominati per l’Edgar: And Already Lost, (1957), The Case for Miss Peacock (1965) and The Splintered Monday (1966).
Scrisse in tutto 29 romanzi, di cui parecchi furono pubblicati in Italia. Alcuni romanzi furono ridotti per il grande schermo, tra cui Merci pour le chocolat (da The Chocolate Cobweb) e “Le Rupture” (da The Balloon Man), entrambi girati da Claude Chabrol. La Armstrong sceneggiò inoltre alcuni racconti per telefilm di Alfred Hitchcock, tra cui si ricorda soprattutto Incident at the Corner, tratto dall’omonimo suo romanzo breve.
Charlotte Armstrong morì nel 1969, dopo aver pubblicato ben 29 romanzi e parecchi racconti.
Un Cadavere al giorno, che inaugurò il ciclo Mac Duff (comprendente solo altri due romanzi: Sosta pericolosa e La morte tutta d’un fiato), è un romanzo che vorrei definire, di sperimentazione: vi sono già parecchie idee che lei inserì nei romanzi successivi.
Una povera orfana, Bessie Gibbon, viene accolta nella dimora di un ricco zio, Charles Cathcart. Il vecchio, che è anche conosciuto come un rapace dell’alta finanza, ha tre soci, con cui spesso gioca: quando Bessie viene introdotta nella sua casa, trova lo zio che gioca a “Tavola Reale” assieme a Guy Maxon, Bertram Gaskell e Hudson Winberry. Lì è anche il segretario di Winberry, Hugh Miller. Nella sala si respira un’aria che non è gentile: Bessie  percepisce chiaramente una aura di malvagità, di odio represso.
Che si acuisce, allorquando suo zio perde (un’anomalia, giacchè vince sempre) e vincono i soci: per la rabbia, zio Charles butta, non visto, tre omini rossi, alcune delle pedine con cui si gioca a questo gioco, dalla finestra. Bessie lo osserva. Nonostante sia inizialmente disprezzata o almeno poco considerata dagli abitanti e frequentatori di Casa Cathcart, ben presto proprio Bessie diventa forse il protagonista assoluto della vicenda, rubando il posto principale proprio all’investigatore eroe del romanzo, nel finale convulso: chi elabora le accuse e porta a definizione il ragionamento logico che consente di intrappolare l’omicida, è MacDuff; ma chi gli fornisce le chiavi per capire la situazione è Bessie. Che quindi, assieme a MacDuff, forma la coppia ideale Holmes-Watson della vicenda.
Proprio quella notte, quando gli ospiti sono andati via tutti, Winberry viene ucciso, a casa sua, con un colpo di pistola; e presso il cadavere viene trovata una delle tre pedine rosse, che Charles aveva lanciato dalla finestra.
Perché sarebbe stato ucciso Winberry, e da chi?
La polizia si orienta da subito sul delitto maturato nel suo ambiente. Solo tre persone, quindi avrebbero potuto commetterlo e trarne vantaggio: i tre soci. Gli indizi diverrebbero quattro se si aggiungesse ai tre l’unico altro uomo presente quella sera a casa Cathcart: Hugh Miller, assistente di Winberry. Proprio Hugh Miller prima che il delitto si consumasse dice di aver perso la sua chiave dell’appartamento di Winberry: verrà ritrovata successivamente altrove.
Tuttavia ben presto le indagini si profilano difficili. Tutti dicono la loro, e non è possibile al momento scalfirne gli alibi: tutti e tre, anzi tutti e quattro avrebbero pututo commettere l’omicidio. Il fatto è che ben presto appare evidente che Miller pare non c’entrarci proprio col delitto: per quale motivo avrebbe ammazzato proprio il suo datore di lavoro? Non vi avrebbe ricavato nulla. Gli altri invece potrebbero ricavarvi qualcosa.
Il problema è che la vittima pare abbia esclamato che non aveva mai visto prima il proprio assassino: infatti quando è stato soccorso era ancora vivo. Cosa significa? Se fosse vero assolutamente, non potrebbe essere uno degli altri tre, anzi quattro, l’assassino, perché la vittima non avrebbe mai sussurrato, per di più in punto di morte, di non riconoscerlo.
Più si va avanti nelle indagini, più si conoscono altri particolari: il domestico, che ha soccorso il padrone, afferma che vi sono stati due entrate in casa, una successiva all’altra, e dopo poco che ha sentito, per la seconda volta, la porta di casa aprirsi, ha udito lo sparo. Vecchio com’è il servitore, nel momento in cui ha soccorso il padrone, l’assassino era già lontano.
Quello che tuttavia proprio non si riesce a capire è perché la vittima non si sia tolto il cappotto, se fosse arrivato prima. Questa del cappotto è un’altra delle caratteristiche peculiari di questo romanzo: si può dire che la Armstrong giochi con le sensazioni. Lo dirà più in là, all’apparire dell’investigatore dilettante Mac Duff, ex docente di Storia, che le sensazioni, le percezioni, gli stati d’animo sono spesso più interessanti degli indizi. Qui le sensazioni sono quelle inerenti il caldo e il freddo. Più volte ritorneranno nel corso del romanzo. Già in quell’occasione, questo insistere sull’opposizione di caldo e freddo si rende evidente due volte: non solo nel ragionamento concernente il cappotto ( e ce ne sarà un altro ancor più determinante alla fine del romanzo, su altro capo di altra persona, da cui emergerà indubitabilmente la colpevolezza dell’assassino), ma anche su quello che si appunta sugli occhiali. Già, perché qualcuno (Mac Duff, dopo essere stato assunto da Bessie e dal suo fidanzato, il giornalista Jones) riflettendo sul famoso cappotto, insinua che il padrone di casa potrebbe essere stato non il primo ad arrivare, ma il secondo: infatti, la cosa potrebbe essere messa in relazione al fatto che avesse gli occhiali, e che , come tutti sanno, quando si passa da un ambiente più freddo ad uno più caldo, gli occhiali si appannano. Ma perché non l’aveva mai visto? Bessie a questo punto rivela una cosa che MacDuff non poteva sapere: durante la famosa partita, Winberry, una persona cattiva come il peccato, aveva esclamato più volte la parola “mai”, non conferendole però il suo significato assoluto. Significa che nel nostro caso, avrebbe potuto significare, che “poteva non averlo visto”. Cosa che si accorda con l’ipotesi degli occhiali appannati.
Quindi l’assassino è stato il primo ad entrare, ha aspettato il padrone di casa e quando questi è apparso sulla soglia della camera, immediatamente ha fatto fuoco: l’altro a causa degli occhiali appannati non l’ha visto. Si rimette tutto in discussione: chiunque avrebbe, degli ospiti di casa Cathcart, averlo ucciso. Sì perché, nonostante questo, ed il successivo omicidio di Gaskell, avvengano nelle dimore delle vittime, tutto si è costruito nell’atmosfera di casa Cathcart. In definitiva, tutto quello che accade in questa casa, ha ripercussioni altrove.
Poi c’è il secondo omicidio: Gaskell viene pugnalato. Anche qui tutti sono imputabili, solo che il numero diminuisce. Vedremo quale importanza possa avere, stilisticamente parlando, questo avvenimento.
Principale indiziato è proprio Cathcart, anche sulla base della testimonianza di Hugh Miller, che afferma di aver tentato di avvisarlo telefonicamente a notte inoltrata, in quella dell’assassinio di Winberry, e di non averlo trovato in stanza (due volte, una a distanza di dieci minuti dall’altra). Sulla base di questo, e del fatto che Bessie poi lo veda quella notte, sulle scale, con le scarpe, non con le pantofole, a dimostrare che non stava riposando, Miller e Bessie, nella notte dell’assassinio di Gaskell, mettono delle cordicelle davanti alle porte del palazzo, così da sapere se effettivamente il padrone di casa esca di soppiatto oppure no. Inoltre quando lo fanno, Bessie si accorge che uno dei tre cappotti è sparito dall’attaccapanni. Ricomparirà, ed una cordicella si troverà caduta. Alla ricomparsa di questo cappotto, e alla nuova contrapposizione freddo-caldo, si legherà la deduzione finale che inchioderà l’assassino alle sue responsabilità.
Tuttavia, per questo secondo delitto, non è solo in questo caso che abbiamo una nuova contrapposizione termica: infatti, è soprattutto la questione dell’orologio del termostato del sistema di riscaldamento della casa a tenere banco. E’ stato trovato rotto, con il vetro e le lancette rotte e storte, per cui non si può sapere con certezza se l’ora indicata sia effettivamente quella della morte, connessa alla rottura dell’orologio, oppure se l’assassino abbia intenzionalmente spostato manualmente le lancette per far credere che il delitto sia stato commesso alle due di notte ed invece sia avvenuto a mezzanotte, tempo in cui i moventi dei sospettati non sono più inattaccabili. Come si vede, però, un nuovo duello freddo-caldo.
Questa continua contrapposizione fra due stadi termici contrapposti non è tuttavia solo una storia di sensazioni e percezioni; è soprattutto la chiave che porterà alla soluzione finale.
Prima tuttavia che questa avvenga, avverrà un terzo omicidio. E a quel punto ci sarà il duello-confronto tra i due soli possibili sospettabili. Ma in quel frangente si farà strada un terzo incomodo: Herbert Graves.
A questo fantomatico terzo personaggio è legato un particolare di cui non abbiamo parlato: all’atto dell’omicidio di ciascuno dei tre soci di Cathcart, vicino alla vittima, è stato rinvenuto un omino rosso. E tre omini rossi erano stati buttati giù dalla finestra, per stizza, da Charles dopo la perdita della partita. Questi omini rossi, si viene a sapere successivamente sono stranamente molto simili alle caramelle Peppinger, oramai ritirate dal mercato perché contenenti tracce di droghe: la loro formula era stata inventata da tale Herbert Graves che l’aveva venduta a Guy Maxon, Bertram Gaskell, Hudson Winberry e Charles Cathcart, che al loro volta l’avevano imposta sul mercato con la caratteristica forma di omino.
Dopo esser stato pagato, tuttavia Herbert Graves, a posteriori, essendosi ammalata la moglie ed avendo egli ritenuto di esser stato pagato troppo poco a confronto con la fortuna che i quattro avevano accumulato, aveva tentato di ottenere qualcos’altro che gli sarebbe servito per pagare le cure alla moglie, ma non aveva ottenuto nulla. E nel frattempo la moglie era morta. Dei quatto quello che aveva fatto maggior fortuna successivamente era stato Cathcart, l’unico che gli avesse promesso di dargli un aiuto, solo che gliel’aveva fornito troppo tardi, per cui la rabbia di Graves si era appuntata soprattutto nei suoi confronti. Come si vede, un eccellente movente per uccidere: la vendetta.
E Lina che parte ha? Ha cercato a sua volta di assumere Mac Duff per salvare il marito da una situazione disperata: è davvero estranea ai delitti o l’ha aiutato? Oppure ha assunto l’investigatore per togliere da sé il sospetto che abbia voluto congiurare contro il marito, che l’ha conquistata solo con la promessa che non avrebbe mandato in galera il padre di Lina?
La conclusione sarà sorprendente, perché la prova conclusiva, quella inoppugnabile, la fornirà Bessie. E sarà ancora una volta basata sulla contrapposizione tra freddo e caldo.
Cosa notiamo in questa opera prima di Charlotte Armstrong?
Innanzitutto, una tendenza alla narrativa di tensione, alla suspence. Non è un romanzo di suspence pura, ma vi sono grandi momenti in cui si respira una fortissima tensione, di cui si avvantaggia la lettura, che fila liscia e senza intoppi, come un treno veloce. Ma anche se vi sono parecchi momenti di tensione, in cui si respira l’aria del thriller, questo primo romanzo è fondamentalmente un romanzo d’atmosfera, un mystery che più classico non si può.
Abbiamo detto che in questo romanzo, le emozioni hanno una loro importanza. Mac Duff a pag. 60 dice: “..Le azioni dell’uomo dipendono dalle sue emozioni..L’omicidio di Winberry affonda le radici nelle emozioni di qualcuno..Qui troviamo delle emozioni lasciate libere di vagare nell’atmosfera di una stanza. Non prendiamole troppo alla leggera. Cerchiamo di scoprire con esattezza di che emozione si trattava e soprattutto a chi apparteneva..”
Cosa significa nei romanzi della Armstrong, che le percezioni e le sensazioni sono più importanti degli indizi? Che Charlotte Armstrong, partendo dal 1942, non si apparenta tanto alla detection inglese classica che parte dagli indizi come mezzo assoluto di indagine (Doyle e Freeman soprattutto), ma piuttosto a quella americana del decennio precedente: in  altre parole eredita la detection vandiniana. Come più volte aveva affermato Philo Vance nelle sue opere, gli indizi non sarebbero nulla se non seguisse la psicologia dei personaggi: se questa non apparisse, non si potrebbe capire il gioco intellettuale, il puzzle come mezzo per affermare la mente, il ragionamento deduttivo, che aveva trionfato nel periodo immediatamente precedente a quello di entrata in scena di Charlotte Armstrong. Del resto l’indagine di Sherlock Holmes è opposta a quella di Philo Vance, come concezione, perché mentre il primo si basa espressamente sulla metodologia puramente scientifica, il secondo rivaluta l’espressione umanistica dell’indagine, che si basa non solo sul ragionamento matematico-deduttivo, ma anche sull’esame dell’anima umana, dei sentimenti. Quindi, Charlotte Armstrong eredita Van Dine. Sì. Ma anche Rufus King, nell’uso sapiente di costruire la tensione nella storia. E persino Agatha Christie, quando si ha la rivelazione che un certo personaggio che appare nella storia, in realtà non è quello che appare, ma è altra persona sotto un nome falso, che non si pensava che fosse, e che aveva tutto il movente per uccidere.
Ora, qual è la caratteristica saliente del romanzo? E’ un mystery con una fortissima tensione, una tensione che in taluni momenti diventa spasmodica. A questo punto, voglio inquadrare quale sia la tensione di cui si serve Charlotte Armstrong, perché mi serve per inquadrare l’importanza della sua opera, non solo nel caso di questo romanzo, ma anche di altri.
La suspence negli scrittori a lei precedenti è direttamente connessa all’atmosfera. L’atmosfera, cioè l’insieme di quegli elementi che influiscono sull’animo dei soggetti (spavento, paura, gioia, emozione, etc..) è il più delle volte connessa a descrizioni d’ambiente: notti buie, la presenza della luna, rumori, etc.. Questa atmosfera, porta ad una tensione descrittiva, che è tipica degli autori degli anni ’20 (Connington in testa).
Poi vi è una tensione di tipo psicologico-descrittivo che secondo me la Armstrong può aver mutuato da Rufus King.
King – riprendendo un passo del mio saggio pubblicato sul Blog Mondadori due anni fa –  teneva molto alla descrizione dei personaggi e alle atmosfere; e concentrare l’azione in uno spazio chiuso (le navi per così dire sono degli ampliamenti di una Camera Chiusa), gli dava la possibilità di enfatizzare il dramma e l’angoscia mutevole delle situazioni e dei personaggi, dinanzi alla immobilità del mare, con un effetto di contrasto assai efficace..l’elemento liquido (che fosse il mare nei suoi vari stati: calmo, in tempesta, agitato; le nebbie pungenti; gli scosci di pioggia; le burrasche) veniva associato di volta in volta a determinati stati psicologici o processi mentali dei personaggi o a determinati passi dei romanzi, creando effetti drammatici di grande effetto”.Talora, Rufus King opera con la tecnica dell’insinuazione: aggiungendo o togliendo un qualche particolare al quadro, in maniera assolutamente geniale, quel quadro cambia continuamente, e questo genera una tensione emozionale.
Charlotte Armstrong a questo tipo di approccio emozionale di tipo psicologico-descrittivo, aggiunge qualcosa di suo, in termini puramente stilistici, che porta a risultati ancora più accentuati: quando il numero delle persone interessate alla trama, che possono essere anche indiziate (come in questo caso), è massimo, la tensione emotiva è minima; man mano che, invece, il numero progressivamente si assottiglia, la tensione aumenta. Questa raggiunge il massimo, quando arriva al climax, con l’eliminazione dell’innocente e l’individuazione del colpevole. In altre parole un max. numero di soggetti interessati ad un qualche avvenimento è inversamente proporzionale alla tensione generata: max numero di soggetti= tensione minima, minimo numero di soggetti= tensione massima.
Un’atmosfera del genere, costruita artificialmente sulla base di un procedimento letterario puramente stilistico, si arricchisce qui di una componente d’atmosfera pura: la claustrofobia, unita ad un’altra: il male. In pratica, tutto ciò che accade, avviene perché qualcosa aleggia nella casa, un sentimento d’odio represso, che si nutre di se stesso: finchè i personaggi della vicenda, si trovano rinchiusi nei vari ambienti della casa padronale, le percezioni di odio che Bessie ( personaggio estraneo alla casa, che viene dal di fuori, e quindi è più recettivo di chi invece in quell’ambiente vive già), percepisce, sono sempre molto forti; quando invece i personaggi escono da una stanza, ecco che la tensione diminuisce. Questa diminuzione è certamente da mettere anche in risalto dal raffronto tra le situazioni in cui governa il sentimento dell’odio represso espresso dall’assassino, che frequenta quell’ambiente da tempo, e la solarità e la luce di Lina Cathcart, giovane moglie di Charles Cathcart, che dissipano quell’atmosfera di odio.
La claustrofobia è una  modalità che accentua la tensione, che non si trova solo qui. Anzi, qui viene in un certo senso provata, ma la sua espressione massima, è nella messinscena delle tre sorelle (quasi le tre Parche) una cieca, una sorda, una monca, che sono rinchiuse nella vecchia casa in The Case of the Weird Sisters, il secondo romanzo del ciclo Mac Duff.
Normalmente, al buio, alla notte, viene connsessa una sensazione di insicurezza: nei romanzi polizieschi, e nella realtà, l’omicidio, la rapina, lo stupro avvengono quasi sempre di sera, di notte, al buio, in posti non frequentati, poco luminosi; alla luce sono legati invece degli stati relativi alla sicurezza e al bene. Nel caso del nostro romanzo, a questi due stati originari e visibili, è legata anche la contrapposizione di percezioni connesse alla temperatura, al freddo o al caldo. Queste rispondono alla logica di creare un’atmosfera supplementare, suggerendo che alcune cose accadono quando c’è una temperatura, altre quando ce n’è un’altra. Più precisamente, siccome i primi due  omicidi avvengono di notte, e di notte fa freddo, per sillogismo il male è associabile al freddo, perché avviene fuori dalla casa, dove invece tutto è sotto controllo, dove c’è il calore del focolare.
Quando al calore, reagisce il freddo pungente, ecco l’appannamento delle lenti ed il primo omicidio; quando nel secondo caso viene variato il timer del termostato all’interno della casa, è perché c’è stato il secondo omicidio. Il terzo si sottrarrà a questa concatenazione logica, perché avverrà non secondo la premeditazione ma secondo l’occasione che deve essere presa al volo, il carpe diem che sfugge ad ogni legge preordinata.
Ma Charlotte Armstrong individua in questo romanzo, nella contrapposizione freddo caldo, la radice emozionale del romanzo, perché, io credo, va alla fonte della sensazione percettiva di freddo-caldo: il freddo non solo è connesso alla morte perché è proprio della notte, ma anche perché man mano che ci si avvicina alla morte, si diventa sempre meno caldi; perché la morte è fredda. Quindi laddove vi è freddo, indipendentemente che ci sia giorno o notte, si finisce per morire, se non si è adeguatamente riparati.
Bessie troverà la prova conclusiva dell’identità dell’assassino, e lo scagionamento dell’innocente, proprio nella contrapposizione freddo-caldo: il cappotto se fosse stato usato di notte, sarebbe dovuto essere freddo; invece quello che lei ha accarezzato era caldo, cioè era rimasto nella casa, non era stato portato fuori, nella notte. E ancor più conseguentemente, quel cappotto non poteva esser stato usato dall’assassino.
Non a caso, si ricorderà di questo particolare, prima che l’assassino venga riconosciuto tale, quando assocerà il tepore del cappotto al tepore che lei aveva provato stringendosi al giornalista Jones, sentendo il calore della sua giacca, quando si era riparata adeguatamente fra le sue braccia.
In altre parole, è come se Charlotte Armstrong avesse detto che “solo l’amore può sconfiggere l’odio”.

Pietro De Palma