domenica 16 aprile 2017

Agatha Christie: Sento i pollici che prudono (By the Pricking of My Thumbs, 1968) – traduz. Alex R. Falzon, Oscar Gialli Mondadori N.98 (1543) del luglio 1982.



Agatha Christie non finiva mai di stupire.
Se è diventata una vera e propria icona della Letteratura Poliziesca, guadagnandosi il posto assieme a Ellery Queen e John Dickson Carr in una ipotetica trinità del giallo, un motivo deve pur esserci! Accanto a tutte le ragioni che si possono desumere leggendo i suoi meravigliosi romanzi, c’è anche quella, non indifferente di aver saputo mutare le proprie trame in ragione del passare del tempo, senza perdere in freschezza, e cambiando semmai la forma della sua scrittura, passando cioè dal puro giallo ad enigma, al suspence, al thriller, e facendo anche delle puntate nel genere spy e avventura: insomma un po’ di tutto.
Tra i personaggi fissi, Tommy e Tuppence Beresford, sono tra i meno conosciuti, ma anche tra i più amati, tanto che, nonostante Agatha Christie li avesse inseriti solo in due romanzi (Avversario segreto, 1922; e Quinta colonna, 1941) e in una serie di racconti, nel 1968 si decise a dare loro una terza chance, buttando giù il romanzo “Sento i pollici che prudono”, By the Pricking of My Thumbs.
E’ uno dei romanzi meno conosciuti in assoluto, questo, ma Agatha amava i suoi due coniugi Tommy & Tuppence, al pari dei tanti fans che continuavano a chiederle loro notizie; e così decise di scrivere un altro romanzo ancora, Postern of Fate, “Le porte di Damasco”, che venne pubblicato nel 1973. Non è un romanzo quale un fan di Poirot o di Miss Marple sarebbe lecito che aspettasse; no, è un romanzo ibrido: un romanzo giallo nella prima parte (indagini, deduzioni) che evolve in un romanzo thriller nella seconda, con un finale in crescendo per quanto riguardo l’azione anche se la verità è stata già capita.
Qui c’è un po’ di tutto: bambini uccisi, refurtiva di gioielli, una misteriosa villa, una vecchia signora che scompare da una casa di cura, il tutto affrontato con inimitabile estro.
Da questo romanzo nel 2005 è stato tratto un bel film per la regia di Pascal Thomas, interpretato principalmente da Catherine Frot e André Dussollier, e con la partecipazione significativa di Laurent Terzieff, che commenteremo confrontandolo col romanzo originale.

Due per un Delitto, Mon petit doigt m’a dit …, di Pascal Thomas, con Catherine Frot e André Dussollier, 2005, 103 minuti (tratto dal romanzo “Sento i pollici che prudono” di Agatha Christie).

 Innanzitutto, il film riporta grosso modo la trama del romanzo: Belisaire e Prudence Beresford, coniugi col pallino dell’investigazione, pur anzianotti non dimenticano gli antichi ardori: lui è un alto membro dei Servizi d’Informazione, mentre lei si occupa della casa. Un bel giorno vanno a trovare la vecchia zia Ada che è ricoverata in una elegante casa di cura: rispetto al romanzo, i due in macchina, intonano un’aria che avrà la sua importanza nella trama: si tratta dell’Aria di Nadir, dal 1° Atto de “I Pescatori di Perle” di Georges Bizet: “Je crois entendre encore, Caché sous les palmiers, Sa voix tendre et sonore, Comme un chant de ramier! O nuit enchanteresse! Divin ravissement! O souvenir charmant! Folle ivresse! doux rêve! Aux clartés des étoiles, Je crois encore la voir, Entr’ouvrir ses longs voiles Aux vents tièdes du soir! O nuit enchanteresse! Divin ravissement! O souvenir charmant! Folle ivresse! doux rêve! Charmant souvenir!”.
Arrivano alla casa di cura (un castello ristrutturato) ed ecco che i due esclamano:
-Ah, che tranquillità! Che armonia! Da un profondo senso di pace – dice Tommy
-Che bella vita quieta e serena! – dice Tuppence
E intanto la cinepresa si fissa su una delle finestre semi aperte del castello, nella cui stanza qualcuno sta iniettando qualcosa in una bottiglia del latte( ma dev’essere qualcosa di non buono, perché altrimenti per quale motivo la persona indossa dei guanti?)
-Senti che qui non ti può accadere nulla di brutto – dice Tommy
-E’ come una tomba – dice Tuppence.
Il dialogo, nel romanzo non c’è. E ovviamente laddove nel film la casa di cura è un castello, nel romanzo è una dimora vittoriana. Insomma, il film è romanzato, ha delle cose che mancano nel romanzo (per es. dopo la visita dalla zia, nel film vengono a trovarli la figlia il genero e i due nipoti gemelli), e i nomi di alcuni personaggi sono cambiati: per es. la signora Lancaster (che è una tizia strana che parla con Prudence al castello e le accenna ad una bambina dietro un camino), che aveva regalato alla zia di Tommy & Tuppence (poi deceduta) un quadro con ritratta una villa ( che a Prudence risveglia un ricordo), nel film si chiama invece Rose Evangelista.
Fatto sta che Tuppence investigando, scopre che l’indicazione sull’altra casa di cura è fallace; e allora riparte dal quadro che ritrae una vecchia casa tra due filari vicino ad un canale. E prendendo il treno, da un finestrino la scorge. Allora scende e comincia ad investigare e finalmente riesce con una scusa ad entrare in quella casa, stranamente divisa in due: in una delle due parti vivono i coniugi Perry. Dopo una conversazione, mentre lei sta andando via, ecco che dalla cappa del camino cade una bambola: cosa ci farà mai in un camino?
Prende dimora in un villaggio vicino, e qui conosce il curato (un pastore nel romanzo) e la sua perpetua e comincia a fare domande: viene a sapere che il quadro era stato dipinto da un certo Boscovan, un pittore che aveva dipinto parecchio in passato. Ma capisce anche che non tutti dicono la verità, e viene a sapere che in quei paraggi tempo prima dei bambini erano stati uccisi. E soprattutto capisce che c’è un mistero intorno alle morte di una bambina: mentre cerca la sua lapide nel cimitero del paesino, qualcuno le rifila un colpo alla nuca. E Tuppence, ricoverata, perde la memoria per una commozione cerebrale.
Intanto Tommy ricostruisce la vicenda della bambina: era morta alla figlia della Signora Carrington, una signora che abitava in passato nel villino raffigurato nel quadro; la figlia era andata a Londra per fare la ballerina ma poi aveva conosciuto un tipo equivoco; era poi nata la bambina che era morta, e la signora e la figlia per evitare uno scandalo erano andate via: possibile che la figlia della signora Carrington fosse la signora Lancaster?
Fatto sta che a questo punto se non intervenisse la telefonata della figlia Deborah che comunica al padre di aver saputo dell’aggressione compiuta ai danni della madre e che Tuppence è ricoverata in un piccolo ospedale della contea, Tommy non saprebbe dove andare.
A questo punto interviene una cosa che nel romanzo non c’è e nel film invece sì e che è collegato alla famosa aria di Bizet di cui abbiamo parlato prima: nel film, Tuppence, che ha perso la memoria, la riacquista nell’attimo in cui sente canticchiata quell’Aria da un muratore che sta effettuando un aggiusto lì vicino ed è lei che fa chiamare Tommy; nel romanzo invece, dell’aria non c’è traccia e Tuppence viene aiutata a ricordare tutto dal marito che arriva lì, avvisato dalla figlia. Comunque sia, la nota dell’aria del film, mi pare abbastanza indovinata: almeno dona una vena struggente che fa da leit-motiv per tutta la durata del film.
I due insieme fanno il punto e mentre lei fa vedere al marito la bambola, da essa cadono dei sassolini, che Tommy, dopo averli strofinati, capisce che son diamanti. E allora ricollega il tutto a quello che gli ha detto un suo amico poliziotto: un celebre furto di gioielli molti anni prima, di cui molto poco recuperato, era stato orchestrato da un certo avvocato di nome Eccles; la figlia della sig.ra Carrington si era invaghita di uno dei banditi ed aveva avuto una bambina, nella cui bambola avevano nascosto i diamanti. Poi, lei era andata via e anche i banditi, dopo che erano stati fatti evadere avevano fatto perdere le tracce.
Non dico come va a finire, non sarebbe giusto. Ma.. il finale è notevole, e rivela una cattiveria inaspettata, una malvagità che è figlia della pazzia.
Il grande scrittore britannico Anthony Berkeley Cox, che con l’altro suo pseudonimo famoso, Francis Iles, firmava anche articoli di critica, sul Guardian del 13 Dicembre 1968, così commentava l’uscita del romanzo della Christie: This is a thriller, not a detective story, and needless to say an ingenious and exciting one; but anyone can write a thriller (well, almost anyone), whereas a genuine Agatha Christie could be written by one person only”.
Che somigli più ad un thriller che ad un romanzo giallo, l’abbiamo già notato; certo, se il romanzo vien letto da chi abbia già immagazzinato dentro di sé tutti i Poirot e i Marple, e i romanzi senza personaggio fisso, forse un po’ di delusione può provarla. Ma se invece, affronta la lettura, scevro da ogni riserva, apprezzerà la grandezza di una donna che di lì a cinque anni sarebbe passata a miglior vita e pure anziana, sapeva riservare emozioni mai sopite.
Quanta grandezza possiamo trovare, se la cerchiamo, nelle persone anziane! Che sembrano provate, indifese anche, ma che anche sanno tanto della vita!
Per quanto riguarda il film, l’unica variazione di un certo peso, e che ha sicuramente un certo effetto dal punto di vista cinematografico, è che Eccles ha un fratello gemello, mentre nel romanzo non è così.
Al di là di questo, consiglio chi non avesse letto il romanzo, perché ne vale la pena ; e poi di vedere il film: si trova anche nelle edicole.
Sia la Frot che Dussolier sono irresistibili, e anche Terzieff è molto bravo: direi che se mi sarei aspettato una parte drammatica per Terzieff, che interpreta i due fratelli gemelli,  sono rimasto invece molto colpito dalla bravura e versatilità interpretativa di Dussolier che tanti anni fa avevo notato nel film drammatico di Claude Sautet, “Un cuore in inverno” assieme alla Béart e ad Auteil, e poi qualche anno fa avevo di nuovo ammirato nel capolavoro poliziesco di Olivier Marchal, con Gerard Depardieu e Daniel Auteil, 36 Quai des Orfèvres: è un attore completo che sa affrontare con naturalezza sia parti da commedia brillante, sia da polizieschi anche d’azione, sia da film drammatico.
Un’ultima cosa: il titolo in originale del romanzo della Christie, è tratto da un passo del Macbeth di William Shakespeare, Atto IV Scena 1:
By the pricking of my thumbs,
Something wicked this way comes
che significa:  
Sento i pollici che prudono: certo arriva qualche infame.

Pietro De Palma

P.S.
Per chi voglia sentire l’Aria di Nadir da “I Pescatori di Perle” di Bizet, che dona una nota struggente al film (e può anche esser stata inserita, in quanto parecchio melanconica, in riferimento alla vicenda straziante di bambini uccisi, dico io), rimando all’interpretazione di Alfredo Kraus, anche su Youtube.

venerdì 14 aprile 2017

Fredric Brown – Tutto in una notte (Night of the Jabberwock, 1951) – trad. Andrea Ogumbisi – Il Giallo Mondadori N.2233 del 1991.


Fredric Brown è famoso per le trame originali e bizzarri e i finali inconsueti, e ho conosciuto alcune persone che lo amano. Mauro Boncompagni per esempio, si è sempre detto entusiasta di Brown.
Ora, è lampante che le sue trame non siano convenzionali, anzi molto originali, leggendo le sue opere: direi che fosse una cosa anche normale, visto che l’autore era un famoso autore di fantascienza, e che quindi il fantastico futuribile era per lui un modo di vedere le cose di ogni giorno sotto una luce diversa. Tuttavia, al di là che fosse o meno, un autore essenzialmente di fantascienza imprestato alla letteratura poliziesca o un autore di letteratura poliziesca imprestato a quella fantascientifica o tutte e due assieme, Brown cercava sempre di stupire a meno che non fosse una caratteristica così connaturata in sé che non vi potesse rinunciare. Talora la sorpresa è legata all’uso di strumentazioni strane o a fatti che ricalcano la fantascienza (per es. è il caso di Uno strano cliente, romanzo che abbiamo recensito tempo fa), talaltra a situazioni veramente strane. E’ questo il caso del romanzo di oggi.
Tutto in una notte ( Night of the Jabberwock, nell’edizione americana) è un romanzo del 1951.
E’ la storia di un piccolo editore di provincia, che risiede in un piccolo paese dell’Illinois, Carmel City, dove non accade mai nulla. Ciò lo costringe ad accanirsi su quello che avrebbe potuto essere se fosse vissuto altrove, e a procacciarsi purtroppo le notizie più strane nel novero di quelle dozzinali, che possono accadere in un paese dove mai nulla accade di originale, tanto che la gente possa acquistare il giornale che le riveli. Così, tanto per dire qualcosa di nuovo, è riuscito persino a mettersi contro la polizia locale, il cui sceriffo non gli ha perdonato gli attacchi contro di lui. Infatti Doc Stoeger desidererebbe un bel delitto, non per gli scopi per i quali lo desiderava il Gervase Fen di Crispin, cioè come sfida intellettuale, ma per avere materiale per un bell’articolo. Anzi, la cosa che vorrebbe fare, è pubblicare un bel numero, un ultimo numero, in cui potesse scrivere tutto quello che ha sempre voluto, e poi chiudere. Perché si è scocciato (di non vendere nulla) e quindi vorrebbe cessare la pubblicazione della rivista.
Doc ha qualcuno a cui lui potrebbe rivenderlo, ma intanto vorrebbe pubblicare almeno un numero che avesse successo; tanto da chiudere almeno in bellezza.
Ma a Carmel City non accade mai nulla.
Doc ha due amici veri: Carl Trenholm, avvocato; e il barista Smiley Wheeler, e con loro passa gran parte del suo tempo: con il primo riflette, con il secondo beve (è quali alcoolista). Un terzo suo conoscente è Al Grainger, un giovanotto le cui entrate nessuno sa quali siano, ma che conduce di per sé una vita spensierata, e che impegna Doc in estenuanti partite di scacchi.
Un bel giorno accade tutto quello che non gli è accaduto per anni: una serie di fatti talmente fuori dell’ordinario (sempre avendo come riferimento la vita troppo routinaria di Carmel City) che anche uno solo sarebbe bastato a coprire il buco nell’impaginazione, che sta facendo arrovellare Doc.
In sostanza, assiste a quello che sembrerebbe un furto in banca, ma penetratovi attraverso una finestra (si tratta di una banca di provincia, del 1951, non di una dei giorni nostri, dove se hai anche una chiave addosso il metal detector all’ingresso non ti fa passare!) stende in men che non si dica il ladro maldestro, per poi accorgersi che si tratta del figlio adolescente di un suo conoscente, il banchiere Clyde Andrews; viene a sapere che il marito della sua donna delle pulizie, ha avuto un incidente nel reparto delle Candele Romane, di una fabbrica di fuochi artificiali, ustionandosi una mano; si accorge che in città girano dei brutti ceffi : due gangsters, di cui uno ricercato, famosi per la loro ferocia, che per poco non lo gonfiano di botte, solo perché lui per strada, ha tirato dritto senza rispondere su quale città fosse quella in cui stavano transitando, e che ritrova successivamente da Smiley: anche Smiley li ha riconosciuti, anche se solo a lui scappa, ma in loro presenza nel locale, chi siano: si salveranno da morte certa solo per la prontezza di Smiley che approfitterà di un momento di incertezza dei due gangsters per averne la meglio, sparando con la pistola che Doc porta per caso in tasca; un pazzo scappa dal manicomio, e la polizia organizza posti di blocco per acciuffarlo; Ralph Bonney, ricco industriale proprietario della fabbrica di fuochi pirotecnici, e Miles harrison, vicesceriffo, che lo sta scortando per via delle paghe dei lavoratori, da una banca in altra città, scompaiono nel nulla; e infine un ultimo incredibile avvenimento accade davanti agli occhi dell’incredulo Doc che non riesce a credere che tanti accidenti quanti mai sono capitati in quella oscura cittadina in cui lui vive, gli siano passati davanti agli occhi, a distanza di poco tempo. Ma la cosa a cui di più non può credere e di cui non si capacita proprio, è che di nessuna di queste cose per lui straordinarie, lui possa scrivere un pezzo, perché per una ragione o per l’altra, le persone ivi implicate accettano che lui scriva un pezzo sui fatto o su loro stessi.
Tuttavia sono tutte cose che Doc non ha propriamente vissuto, tranne l’avventura assieme a Smiley contro i due gangsters, in cui però ha fatto tutto il barista. Quello che gli accade ora ha invece dell’incredibile.
In un intervallo tra una cosa e l’altra, gli si presenta alla porta non il suo amico Grainger, con cui lui intrattiene sfide scacchistiche, bensì uno strano ometto, che si qualifica come un certo  Yehudi Smith, biglietto da visita alla mano, che lo intrattiene sulle sue conoscenze di Lewis Carroll e di Alice nel Paese delle Meraviglie: pochi lo sanno che lui anni prima ha scritto uno studio proprio su quest’opera visionaria e che ne è un discreto studioso. Ben presto Doc mette a fuoco che quello strano tipo è affascinante per lui, come gli si manifesta, per via delle sue conoscenze dell’opera di Carroll, anche di saggi assai poco conosciuti riguardanti la matematica: così i due familiarizzano e tra un bicchierino e l’altro, drinks e quant’altro, Doc viene da Yehudi invitato ad una riunione di una certa setta in una casa abbandonata e stregata, dove avverrà un rito che dovrà capacitare gli astanti sull’esistenza vera del  mondo fantastico di Alice, in un’altra dimensione.
Doc ne è rapito. Vanno assieme, penetrano in una soffitta, trovano il tavolino con una chiave e una bottiglietta con una etichetta con la scritta "Bevimi" (come in Alice nel paese delle Meraviglie), Yehudi beve dalla bottiglietta e…stramazza avvelenato e stecchito.
Doc fugge dalla casa, si reca al posto di polizia dove denuncia tutto allo sceriffo il quale non gli crede, ma manda il suo secondo vice alla casa, dove non trova alcunché; tuttavia dal bagagliaio dell’auto di Doc cola qualcosa che viene accertato potrebbe essere sangue: con la chiave Yale che Doc ha trovato sul tavolino in soffitta, essi aprono il bagagliaio dell’auto (ne è la chiave) e trovano l’industriale e il vice sceriffo scomparsi, morti, massacrati con calcio di una vecchia pistola.
Doc dev’essere stato!E’ chiaro: è impazzito, e tutto per colpa di tutto il liquore che ingurgita!
Lo sceriffo Kates che lo odia, sta per ucciderlo, quando lui riesce a scappare e a nascondersi nel bar di Smiley: nei fumi dell’alcool, vede seduto ad un tavolo Yehudi che gli parla e che risponde alle sue domande. Non c’è nulla si soprannaturale: è Doc che mette in bocca ad un’ estensione del suo subconscio, le risposte che cerca, e finalmente capisce come il tutto possa essere accaduto, chi possa essere stato a organizzare quel complotto contro di lui, e per quale motivo abbia ucciso tre persone:  E con l’informazione avuta da Smiley, circa una fobia di cui soffrirebbe il presunto assassino, la pirofobia (la paura del fuoco), riesce a costringerlo a rendere piena confessione.
Accade altro in questo romanzo e il finale è quantomai estroso, anche se senza sconvolgimenti dell’ultimo rigo.
Innanzitutto il romanzo, come tanti altri nella produzione di Brown, è un ibrido: mischia ambientazioni e situazioni hardboiled, con un enigma di tipo deduttivo. Potremmo dire che è molto vicino alle atmosfere di Jonathan Latimer o di Craig Rice: gangster e cazzotti, alcool e pistole; ma anche atmosfere fantastiche alla Carroll, un avvelenamento, un cadavere che scompare, e due che appaiono nel bagagliaio dell’auto, una chiave che dovrebbe aprire una porticina ed invece apre un bagagliaio, e un piano cervellotico per accusare un innocente e nello stesso tempo ereditare una fortuna.
In sostanza ci troviamo dinanzi ad un Pout-pourri, ad un minestrone di situazioni spassose e ironiche, bizzarre e sconclusionate, ma anche drammatiche e tese e soprattutto ad una serie di circostanze assolutamente paradossali:
una situazione paradossale, un soggetto paradossale, un’ambientazione paradossale, un avvelenamento paradossale, una scomparsa ed una ricomparsa paradossali, e soprattutto un assassino paradossale ed un movente paradossale. Quasi potremmo dire che se il romanzo non l’avesse scritto Brown e non l’avesse confezionato in tale maniera, fintamente arrangiata ma stilisticamente assai ricercata, potremmo attribuirla alle fantasie pazzoidi di uno scrittore alcolizzato.
Il fatto è che movente e assassino, spuntano fuori come un cavolo a merenda: perché mai proprio quella persona dovrebbe essere l’assassino e  come mai Doc riesce a capire quale possa essere il movente? Semmai immagina quale possa essere, ma…senza l’ombra di una prova.
Sembra quasi che i drinks, i cocktails, rimettano in moto le sue cellule nervose. Doc è alcolizzato e come tutti gli alcolizzati ha bisogno di bere per riuscire a stare meglio: nel nostro caso usa i drink per riuscire a capire come sia stato ordito il disegno, perché e da chi. E il delirium tremens gli procura la soluzione sdoppiando la sua identità in due diverse: lui e Yehudi. Yehudi, oramai morto, appare come un alter ego di Doc, il suo subconscio. Questo colloquio assurdo, onirico e irreale tra la parte cosciente di Doc (Doc stesso) e il suo subconscio (Yehudi) non incarna altro che la ricerca della verità in se stessi, la maieutica socratica: come Socrate attraverso il dialogo trovava la verità (Metodo di indagine filosofica altrimenti detto metodo socratico), così Doc, attraverso il dialogo con una parte di se stesso a cui pone delle domande, coglie il nesso. In altre parole,  Γνθι σεαυτόν.
Il bello è che tutto questo viene incarnato in Doc, un uomo che per riflettere ha bisogno di “bere”.
Ma il “bere” oltre che essere la molla per conoscere, fa sì che Doc arrivi alla verità in un modo assai strano: cioè supponendo, senza avere indizi; sulla base di un teorema assurdo, per cui se tutto quello che è accaduto in quella notte è assurdo, anche la verità deve esserlo.
Voleva forse dire Brown che la verità non sempre la si raggiunge con metodi assolutamente razionali e che talora anche il caso e la fortuna hanno importanza negli avvenimenti umani? O forse che alla verità, per davvero vera che sia, talora ci si possa arrivare anche senza prove certe, basandosi su assurdi costrutti mentali?
Ecco allora che il finale di Brown, per me  il vero pugno nello stomaco: sulla base di quale indizio o ancor meglio, sulla base di quale prova, Doc inchioda il suo nemico, l’assassino? Nessuna.
La rivelazione avviene attraverso la tortura: ponendo davanti alla minaccia di essere arso, l’omicida rivela tutto quello che già Doc ha pensato. E non potrebbe essere avvenuto che l’omicida non fosse quello vero e che ha ammesso di esserlo solo perché vittima di una tortura psicologica (che per lui è anche reale)?
Perché non pensare che Doc per salvarsi, abbia inventato un finale di comodo, creando anche lui un colpevole ideale, che lo decolpevolizzi a sua volta? E che il finale abbia rappresentato per Brown un Je t’accuse della tortura ?
Che lo si veda per i suoi significati nascosti o perché sia un omaggio affascinante ad Alice nel Paese delle Meraviglie (ogni capitolo è introdotto da una strofa del libro di Carroll), questo è uno delle opere migliori, forse, di Fredric Brown, per me.

Pietro De Palma

mercoledì 12 aprile 2017

Marion Mainwaring : Delitto a bordo (Murder in Pastiche o anche Nine Detectives All at Sea, 1954), traduz. Sem Schlumper – I Classici Del Giallo Mondadori N.1272 del 26 maggio 2011.


Premetto che tutto ciò che viene creato mettendo insieme più generi, non è che incontri la mia approvazione incondizionata, perché molto difficilmente vien su un’opera intelligente e creativa. Mi vien da pensare, a questo proposito, a tutte quelle Melanges o Fantasie o Pot Pourri musicali, in cui i musicisti “à la page” del primo ottocento, mettevano di tutto: dagli inni nazionali alle melodie e canzoni più in voga a quel tempo, dai temi delle opere liriche più gettonate a quelli delle opere dei musicisti più noti. Potevano beninteso essere anche delle composizioni piacevoli e alcune avere l’estro del genio, ma tutte avevano un unico denominatore: riutilizzavano temi di altri o preesistenti, secondo i propri stilemi.
Tutto ciò talora è stato applicato anche alla Letteratura di genere: pur in misura molto minore, anche qui, i Pastiches quando son stati creati, hanno utilizzato ambientazioni di altri o temi preesistenti: sovente, alcuni scrittori hanno utilizzato per esempio le ambientazioni “alla Christie” e il suo modo peculiare di risolvere i delitti, per propri romanzi; altri hanno preso a prestito singoli detectives, inventando delle parodie (es. “Un caso per tre detectives”, di Leo Bruce); e si sono creati anche dei pastiches originali, affidando un capitolo o paragrafo ad un diverso autore, così da creare dei collages in cui ciascun capitolo per stile e prospettiva, fosse diverso dagli altri (es. i romanzi del Detection Club).
Le Parodie e i Pastiches furono scritti soprattutto tra i due conflitti mondiali: i migliori sono quelli di Anthony Berkeley (il grande autore inventore del detective Roger Sherringham), che prese in giro Gaudy Night della sua amica Dorothy Sayers nel suo Greedy Night, e le sconosciute Margaret Rivers Larminie and Jane Langslow che sempre dallo stesso romanzo della Sayers trassero il loro Gory Knight. Nel novero delle migliori opere, è poi ricordata una piccola parodia, scritta dal fratello di Monsignor Ronald Knox, E.V. Knox ,The Murder at the Towers”. E poi, proprio il romanzo che questo mese Mondadori ci propone nella sua collana storica da edicola de I Classici del Giallo Mondadori : “Murder in Pastiche Or Nine Detectives All at Sea”, di Marion Mainwaring.
Il titolo originariamente fu pubblicato nella mitica serie Garzanti de “Le tre scimmiette” col numero di serie 105, nel 1957: la serie Garzanti al tempo raccoglieva alcune delle opere migliori in circolazione, molte delle quali sono poi riapparse in Mondadori (alcuni Ellery Queen, Boileau & Narcejac,  Frederic Brown, etc..), e le traduzioni erano molto buone.
Questo romanzo poliziesco della Mainwaring (il secondo, dopo Murder at Midyears  del 1953), scrittrice famosa soprattutto per aver completato il romanzo The Buccaneers di Edith Wharton, è uno splendido esempio di Pastiche, anzi, tra tutti quelli letti, è forse il migliore.
Parla di una traversata in mare a bordo del Florabunda una splendida nave da crociera. Oltre molti altri passeggeri, per un caso vi si trovano radunati alcuni dei migliori detectives in circolazione. E neanche a farlo apposta, vengono coinvolti ovviamente, quando a bordo viene assassinato un cronista, tale Paul Price, ucciso con un mortale colpo di sfollagente alla testa: particolarità rilevante è che sotto al cadavere, viene trovata una sciarpa gialla e rossa ed una pipa; nella sua cabina un assegno firmato da altro passeggero; e poi possibili ricatti dello stesso assassinato ad altri personaggi, tra cui la nobildonna Lady Chip-Ebberly; e ancora altri possibili indiziati, tra cui la nipote del cronista, il commissario di bordo, il capitano della nave (un pazzoide), il primo ufficiale Waggish, il medico di bordo (che compone e declama improbabili versi), un’attrice di costumi alquanto facili.
Due vecchiette credono di aver sentito intorno alla mezzanotte ed un quarto, il rumore come di qualcosa che veniva trascinato (probabilmente il corpo): sono queste le prime testimonianze. Poi sono trovati degli appunti che fanno pensare a del contrabbando di armi nucleari, salvo poi accorgersi che si trattava solo di giochi riservati ai bambini.
Intanto c’è gente che cade per le scale, gente che scivola, gente che incespica; l’assegno di quindicimila dollari firmati da Anderson, un uomo d’affari americano, viene da questi buttato controvento in mare, per venire poi ributtato sulla nave; la sciarpa, trovata, viene rubata.
Ai nove detectives il compito di fare chiarezza, ma..come? Ecco allora la trovata della Mainwaring: non solo ogni detective si vedrà riservato un capitolo, e condurrà le indagini a modo suo, scovando col proprio metodo d’indagine, ciò che gli altri hanno tralasciato, ma di ognuno di essi cioè Trajan Beare, Spike Bludgeon, Mallory King, Sir John Nappleby, Jerry Pason, Atlas Poireau, Lord Simon Quinsley, Miss Fan Sliver, Broderick Tournier, sarà imitato alla perfezione lo stile letterario, utilizzato dai rispettivi autori; così la immedesimazione dei personaggi parodistici è totale: essi parlano, si muovono e investigano, utilizzando la stessa padronanza lessicale e gli stessi procedimenti deduttivi delle copie da cui prendono le mosse.
Una mimesi stilistica in cui emergono prepotentemente le figure, argutamente tratteggiate, di Miss Fan Sliver che come Miss Silver della Wentworth, sferruzza a maglia; di Atlas Poireau che riserva alle sue cellule grigie il compito di fare ordine nel caos, come il Poirot di Agatha Christie; di Sir John Nappleby che come l’Appleby di Michael Innes, è versato ad una cultura non di maniera, citando a piene mani scrittori e poeti; fino al Mallory King, che come il suo originario Ellery Queen (King-Queen), vede l’indagine come una concatenazione di indizi, spesso segreti, magari legati da una filastrocca. Accanto a questi vi sono gli altri: efficacissimo è lo stile con cui Mainwaring, imitando lo stile Hard Boiled, descrive Spike Bludgeon (che come il suo Spike Hammer vorrebbe sistemare tutte le cose solo con la propria pistola e i suoi cazzotti), e il mondo che lo circonda (“la nebbia era simile ad un sudore grigio..l’oceano ad una brodaglia unta..che danno alla Bowery con lo spezzatino da due soldi”, pag. 156); le verità e mezze verità che solo un grande avvocato come Jerry Pason (ovviamente deriva dal Perry Mason di Gardner) riesce a distillare; o anche il rigore con cui i fatti vengono esposti e riassunti dal mastodontico Trajan Beare che come l’originario Nero Wolfe ( Bear= Orso, Wolf=Lupo) di Rex Stout, è allergico al movimento fisico e neanche parteciperebbe alle indagini se Ernie Woodbin (Archie Goodwin) non gli ricordasse che se il delitto non potesse essere risolto la stessa nave verrebbe messa in quarantena e quindi non potrebbe attraccare allo scalo.
Molto efficaci anche gli stili con cui vengono tratteggiati Broderick Tournier (dal Roderick Alleyn di Ngaio Marsh) e Lord Simon Quinsley (dal Lord Peter Wimsey di Dorothy Sayers). Anzi sarà proprio quest’ultimo a riunire le esperienze deduttive maturate dagli altri: la sciarpa di lana gialla e rossa era stata fatta a mano ed era di proprietà di un giovane cameriere che poi, persala e vistala sotto il cadavere, per timore di essere collegato alla vicenda l’aveva rubata; la sciarpa era stata trovata dall’assassino e posta sotto il cadavere perché potesse ispirare qualcuno dei detectives (la vittima era stata paragonata ad un topo, e allora viene alla mente il Pifferaio di Hamrin che col suo piffero uccideva i topi buttandoli in mare: egli aveva una sciarpa gialla e rossa con attaccata ad una estremità una pipa; su un articolo che viene attribuito alla stessa vittima, c’è un pezzo apocrifo che fa riferimento a Gib, un tale criminale che Price avrebbe scoperto a bordo, che poi si scopre essere un modo per dire Gatto. Il gatto mangia i topi, cioè Price. C’è un tentativo di contrabbandare dei diamanti ed anche questo Price aveva scoperto e stava utilizzando per altro ricatto: il tentativo viene rivelato grazie ad un gomitolo di lana grigia, etc etc.
Lord Quinsley individuerà l’assassino, il meno individuabile ( dopo aver sentito declamare il medico di bordo, ma non è lui), che riuscirà a scappare e rifugiarsi su un’isola fuori delle rotte e nota solo a lui, grazie ad una scialuppa di salvataggio.
Il romanzo è assai godibile, e come detto, godibile è soprattutto la maniera con cui la Mainwaring imita lo stile che gli scrittori originari hanno usato per rappresentare le storie dei propri eroi.
Direi però, ai lettori che si accingessero a leggere il romanzo, di non leggerlo in una botta sola, ma capitolo per capitolo: perché solo così possono godere della mimesi stilistica di ciascuno dei personaggi originari, immergendosi e gustando, vorrei dire centellinando, l’atmosfera artificiosa ma splendidamente ricreata da Marion Mainwaring.
E anche per un altro motivo, molto più legato alla lettura: il continuo salto di stile da capitolo a capitolo può tendere a far perdere il filo logico del ragionamento, che non è mai uno, ma molteplice. Quindi secondo me, in un romanzo quale questo, andare piano e leggere con attenzione, magari facendo il punto ogni volta che si passa di palo in frasca, è quantomeno utile. In questo modo, il finale, che sembra cadere dal cielo (Quinsley individua delle cose che solo lui vede, mentre il povero lettore può solo accettare la soluzione così come viene prospettaa, senza tentare minimamente di batterlo sul tempo), non coglierà del tutto impreparati.   

Pietro De Palma