sabato 24 novembre 2018

Hillary Waugh : A cena con il delitto (Madam Will Not Dine Tonight, 1947) - Trad. Lydia Lax – I gialli segreti, Nuova serie illustrata, n.51 del 1962


Di Hillary Waugh abbiamo già parlato in occasione dell’ottimo romanzo ripresentato da Polillo.
Waugh cominciò però, come abbiamo già detto, con tre romanzi della tradizione classica del Mystery – Enigma.  E il primo in assoluto fu Madam Will Not Dine Tonight, 1947.
Sheridan Wesley è stato invitato a casa di Valerie King per una cena. Niente di strano se Valerie King fosse di sua conoscenza, ma così non è. L’invito è tanto più strano perché a Sheridan, che è investigatore privato, è stata recapitata una busta con l’invito in cui c’era una banconota da cento dollari e anche la richiesta di portare con lui a cena un’accompagnatrice, nel caso suo, sua moglie.
L’invito, che è già strano di per sè, acquista ancora maggior valenza in tal senso quando i due arrivano a casa di Valerie e non la trovano ad aspettarli; trovano invece una strana compagnia di persone: Jimmy Burns, un giornalista scandalistico; Charley Cromwell, un playboy; James Godfrey, un avvocato; Gloria Van Ryne, una bella ragazza di buona famiglia; i coniugi Hammitt. Il gruppo di individui là convenuti è tanto più strano in quanto loro non si conoscono – e potrebbe anche accadere che ad una festa le persone non si conoscano – ma ancor più è strano quando appare chiaro a Wesley e a sua moglie, che alcuni di loro dicono di aver mai conosciuto prima la King: per esempio i coniugi Hammitt, Burns e Gloria Van Ryne.
Intanto tutti aspettano Valerie, ma la padrona di casa sembra far aspettare i suoi ospiti. Sheridan comincia a chiedere informazioni, a fare domande: i domestici, i coniugi Webb, dicono che è andata in città il giorno prima e che quando loro sono tornati, alle dieci di mattina, già non era in casa, ma aveva annunciato il giorno prima di preparare la casa per un ricevimento serale, quando sarebbero tornati. E loro avevano fatto quanto loro ordinato. Tuttavia, questa rivelazione pare essere in contrasto con quanto Wesley ha scoperto: cioè che l’auto di Diana è ancora in garage. Segno che sarebbe andata in città a piedi da una villa in aperta campagna. Wesley comincia a sentire puzza di bruciato: se in casa sembra non esserci, da qualche altra parte starà. Intorno alla villa c’è un boschetto: nonostante sia sera, faccia freddo e loro siano vestiti con abiti da sera, Wesley e Diana si incamminano, illuminando il terreno con una lampadina tascabile che lui porta sempre in auto. Fatto sta che dopo aver trovato su un tratto di terreno, delle impronte di tacchi femminili, e poi una scarpa femminile col tacco, trovano Valerie, nuda, accoltellata, e morta da un bel po’, almeno un giorno.
Ritornano in villa e chiamano la polizia.
Le indagini sono affidate al capitano Slocum, che inizialmente diffida di Wesley, pensando ad un depistaggio, per poi dargli credito (ma solo fino ad un certo punto) quando sa che Wesley e l’Ispettore in capo Bradley, della Squadra Omicidi della Polizia di New York, sono ottimi amici. Nonostante tutto lo fa pedinare. Questo provoca la reazione di Wesley che, invece di affiancare l’indagine, indaga per conto proprio: innanzitutto sottrae, all’apertura della cassaforte di Valerie King, dalle foto e documenti che gli porge Slocum, una vecchia foto; poi in sua assenza, perquisisce più a fondo lo studio, dove aveva trovato, comunicando per telefono alla polizia l’avvenuto decesso di Valerie, del tabacco sparso sul tappeto e due barattoli di sigarette (di color rosso e verde) con i tappi invertiti che aveva messo a posto: partendo dal presupposto che i coniugi Webber ed in particolare la donna aveva affermato di aver pulito a fondo la casa giovedì mattina prima di andare via, ne desume che il tabacco doveva essersi versato dopo, come per una lite, quando  i barattoli si erano aperti e le sigarette erano finite sul tappeto. Togliendo il tabacco, si accorge che ci sono dei punti sul tappeto appiattiti, come se per del tempo ci fosse stato appoggiato sopra qualcosa di pesante che ipotizza essere state le gambe dello scrittoio; spostandolo in modo da far arrivare su queste zone i piedini delle gambe, si accorge che le zone del tappeto ricoperte provvisoriamente dalla gambe presentano delle macchie, presumibilmente di sangue: capendo che è lì che si è consumato l’assassinio, bussa sulle pareti per cercare ipotetici cassetti segreti e trova invece, dietro una riproduzione di un Corot, il proiettile di una 38 conficcatovi dietro, che provvede a rimuovere e a prendere.
Dopo aver ripulito la stanza, va a consegnare il proiettile al suo amico della Omicidi per gli esami balistici, solo per sapere che proviene dalla pistola di un noto gangster finito tempo prima sulla sedia elettrica. Inoltre, facendo una ricerca sui giornali di anni prima, risale alle persone ritratte nella foto che ha sottratto: si tratta di due rapinatori, Lenny Myers e Joe Freeman: il primo, che aveva una sorella più piccola, Virginia Myers, è stato giustiziato sulla sedia elettrica, per l’omicidio di un benzinaio; il secondo, è evaso di prigione e non se ne è saputo più nulla; Virginia più tardi aveva cambiato il nome in Valerie King. Assieme ad altri indizi, tra cui carte e lettere conservate in quella cassaforte, esce fuori un altro ritratto di Valerie, non semplice moglie, tradita da un marito che si sollazza con quattro amanti, che vive con la cospicua rendita di azioni dell’ex marito, frutto del divorzio, ma ricattatrice patentata, che ricattava Cromwell, ex suo amante, ma anche probabilmente l’avvocato Godfrey, suo legale nella causa di divorzio; e probabilmente anche l’ex marito: possibile che ricattasse anche i coniugi Hammitt? Wesley si accorge che invecchiando la foro di Freeman, quella rispecchia l’attuale volto di Hammitt, l’industriale che ora lui sa essere un galeotto evaso, che poi ha fatto fortuna nell’industria. Chi sarà mai l’assassino? C’entra qualcosa il tentato suicidio del figlio dei Webb, innamorato anche lui di Valerie, che ricattava i suoi amanti e poi seduceva i giovani? Ha qualche valore la scoperta effettuata da Wesley, contestualmente alla scoperta delle macchie di sangue sul tappeto dello studio, di un frammento di lente diottrica?
Madam Will Not Dine Tonight, che fu scritto mentre Waugh era ancora sotto le armi, non ebbe molto successo. Per quale motivo questo primo suo romanzo non ottenne il successo voluto? Probabilmente perché non creava nulla di nuovo. Avrebbe affascinato, se non avesse ripetuto alcuni elementi propri di romanzi usciti precedentemente al suo: è questo il limite del romanzo. E’ un prodotto onesto, scritto assai abilmente, che mischia l’Hard Boiled (i pedinamenti; l’aggressione nel night-club con scazzottamento, che fa il verso a tante altre analoghe, in particolare ad una contenuta in Headed for a Hearse, di Jonathan Latimer; la donna fatale, contrapposta alla moglie, che vuole con il sesso ottenere il risultato prefissatosi e quando non l’ottiene si produce in un effluvio di oscenità da scaricatore di porto) con il Mystery deduttivo (il sangue sul tappeto, che fa il verso ad un romanzo di Ellery Queen, The Egyptian Cross Mystery; la lente diottrica rotta e lo scambio delle scatole di sigarette, indizi connessi al daltonismo, che fà il verso ad altro romanzo di Ellery Queen, The Greek Coffin Mystery; e sempre a tale romanzo di Ellery Queen potrebbe rifarsi questo di Waugh, per quanto riguarda la vena artistica di Godfrey, giacchè come nel romanzo di Queen c’è il pittore falsario Grimshaw, qui c’è l’avvocato Godfrey che è anche un artista provetto in quanto realizza delle stampe; il ricatto, tema già approfondito in tantissimi altri romanzi; e pure in parecchi romanzi precedenti, c’è l’indizio della falsa impronta per depistare le indagini) secondo un percorso già indicato proprio da Jonathan Latimer o da Craig Rice.
Al tutto aggiunge dei temi assai personali, che si ricavano se si associ ancora una volta, come accade spessissimo nei primissimi romanzi di un determinato autore, la vicenda personale a quella del suo eroe. Non a caso per esempio la moglie di Wesley, sia chiama Diana, come la moglie di Hillary Waugh, e l’avvocato Godfrey si diletta in stampe essendo un provetto disegnatore, come disegnatore lo era lo stesso Hillary, dedicatosi oltre che alla scrittura anche al fumetto.
Un romanzo comunque che si legge tutto d’un fiato, sorretto da ottimi dialoghi. Tuttavia  anche se la prova determinante è data da un ragionamento che dà i risultati voluti e che sfugge per sottigliezza al lettore, il colpevole può essere facilmente individuato sulla base del proiettile analizzato, parecchio tempo prima.
In pratica,  non vi è nessun effetto sorpresa nel finale (parliamo ovviamente del romanzo letto da lettori incalliti), in quanto il colpevole non può essere che essere una sola persona!


Pietro De Palma

domenica 21 ottobre 2018

Patrizia Calamia: Sola nell'auto. Bertoni Editore, 405 pagine, 2018.


 
 Attenzione : Spoilers !
 
Non avevo letto nulla di Patrizia Calamia, anzi non sapevo neanche chi fosse. Poi un bel giorno, non mi ricordo come sia cominciato, o forse stavo commentando qualcosa con Stefano Di Marino sulla sua pagina, fatto sta che si è inserita lei, e dopo qualche battuta, così si è presentata. Conoscenza nata e destinata a far parte delle tante di Facebook? Ma neanche per nulla. Qualche giorno dopo mi contatta: Stefano Di Marino le aveva suggerito di mandarmi il suo ultimo libro e di chiedermi di recensirlo sul mio blog. Io non mi sottraggo mai, tanto a me basta leggere. Però stavolta il libro era di quei…come li chiamava Fabio Lotti? Mallopponi. 400 pagine. Non sono abituato a ingoiarmi 400 pagine, e quindi l’ho avvisata che se mi avesse contattato prima che prendessi servizio a scuola dopo le vacanze estive, avrei potuto terminarlo prima e quindi anche recensirlo in tempi più stretti. Patrizia è stata amabile e mi ha lasciato libero di governare il mio tempo come volessi.

I protagonisti principali di Sola nell’auto, è una donna, una poliziotta. Una criminologa, e ispettrice di polizia. E l’omicida: inafferrabile, spietato. E’ una lotta a due, anche se potrebbe sembrare che anche altri sono gli attori: il commissario Cavallero, il Questore Verdani, l’agente Lia Van, il sospettato principale del delitto da cui parte l’indagine: Donati. Ma in realtà sempre tra loro due si gioca la partita a scacchi ideale: l’assassino che vuole continuare ad uccidere, la criminologa che vuole fermarlo prima che un’altra vittima ne vada di mezzo. E qui le vittime sono adolescenti, ragazzine. E gli indiziati, sono i padri.

Ma cominciamo per ordine.

Già l’inizio è un po’ spiazzante. C’è un prologo, in cui si assapora già quale sarà il tema del romanzo, anzi uno dei temi: una ragazzina adolescente viene strangolata e viene lasciata in un’auto.

Anni dopo.. incomincia il romanzo vero e proprio, con un altro delitto, uguale nelle modalità al precedente: Firenze…una ragazzina strangolata, messa in un’auto. Nessun apparente segno di violenza carnale. Ma inequivocabile, la firma dell’assassino, di quello che sembra un appagamento sessuale post mortem: liquido seminale sul sedile posteriore e persino sui vestiti e sulle gambe della vittima, come se l’assassino si fosse masturbato.

Un’eventualità orrenda perché significherebbe necrofilia.

Se l’ipotesi è già orrenda di suo, essa acquista una valenza ancora peggiore quando, esaminando gli alibi delle persone della cerchia della ragazza, si appura che lo sperma e l’auto in cui il cadavere è stato messo, sono del padre della ragazza, un certo Donati, separato dalla moglie: la vittima sarebbe dovuta andare da lui, e lui non ha alcun alibi per il periodo in cui il medico legale ha ipotizzato che sia morta la ragazza. Per cui, viene arrestato. Un caso semplice, semplice. Il padre si professa innocente, e del resto non si capisce il motivo per cui l’avrebbe uccisa. Il genitore non fa alcun tentativo per nascondere le prove, anzi mette a disposizione degli inquirenti, tutti i suoi effetti personali, e tutti i suoi strumenti di lavoro, anche informatici. In essi la polizia non trova nulla che possa incriminare l’uomo, tranne una conoscenza “sessuale” recente con la figlia del presidente della banca di cui lui è funzionario: una ragazza giovane, che ha un marito giovane, ma che abbisogna dell’esperienza sessuale di un uomo più grande di lei. Tra le cose che appurano dall’interrogatorio di questa donna, è che recentemente aveva avuto, nella macchina usata come provvisoria bara, un rapporto orale con lui, e questo potrebbe aver spiegato la presenza di seme, che però non sarebbe stato presente sulla ragazza, a meno di non ipotizzare che lui e lei avessero avuto un rapporto orale davanti al cadavere della ragazzina. Un’ipotesi ancor più devastante. Cosa che non si accorda per nulla con la vita e la personalità del padre, ma anche della ragazza quanto mai furba ma solo desiderosa di non far sapere nulla a suo marito delle sue scappatelle.

Devo dire che questa vicenda viene sviscerata abbondantemente, finchè Monica Quanti,  cioè l’Ispettrice criminologa a cui è stata affidata l’indagine perché elabori anche il profilo criminale del killer, riesce a convincere il suo superiore, il Commissario Cavallero, a riaprire mentalmente il caso, non tenendo presente quella che è la prova schiacciante: lo sperma maschile trovato sul luogo del delitto, ammesso e non concesso che sia quello e che invece la vittima non vi sia stata portata in un secondo tempo. Il tutto sulla base di un analogo fratto di sangue, accaduto a Roma, anni prima: anche lì stesse modalità di esecuzione del caso Donati. Monica si reca a Rebibbia per conoscere qualcosa che avvalori la sua ipotesi, ma si trova un uomo distrutto mentalmente e fisicamente, provato da un tumore di cui è affetto, che ha perso ogni aspirazione di vita. Pochissime le occasioni in cui poteva aver avuto rapporti sessuali prima della morte della figlia, e comunque non attinenti anche nel tempo, a quell’omicidio. Ma la Quanti non si arrende. E comincia a prendere corpo nella sua mente un’ipotesi assurda: un killer seriale, che uccida spinto dall’impulso sessuale e che si sia procurato, non si sa come, il seme del padre delle sue vittime. Che tra loro non hanno nessun tipo di legame.

Così, tanto per provare, e seguendo il proprio istinto, viene esaminato, grazie ad un programma informatico del Ministero, tutto lo schedario italiano di fatti di sangue che abbiano caratteristiche simili a quello esaminato fino a quel momento, e trova l’impensabile: sette casi in tutto che hanno stesse modalità: una ragazzina uccisa, lasciata nell’auto di suo padre; sul corpo della vittima, strangolata, e vicino ad essa. Tracce di liquido seminale; il padre, di solito separato, non ha alibi; ma nemmeno movente. Eppure è inchiodato dalla prova definitiva: il suo seme, di cui ognuno degli accusati non sa come sia arrivato sulla scena del crimine.

Ora però, la presenza sistematica di uno stesso modus operandi, in sette casi diversi, in varie città d’Italia, fa sì che l’ipotesi fantasiosa di un Killer seriale prenda sempre più corpo, e anche se non si riesce  a capire come il liquido seminale di ognuno dei genitori sia potuto arrivare sulla scena del crimine, la Quanti conduce una indagine sempre più serrata. Anche se commette un fatale errore: Donati, era una sua conoscenza e come tale si lascia scappare con lui, la notizia che vi sono vari casi già apparentemente risolti, che hanno modalità esattamente identiche a quello per cui è stato accusato lui. Ovviamente la notizxia rimbalza sui giornali, la Quanti è messa sotto accusa, Cavallero è furibondo, e ancor più il Questore Verdani, che se all’inizio non è ancora del tutto persuaso dell’innocenza di Donati, se ne convince piano piano successivamente quando il killer, allarmato dalle notizie dei giornali, uccide uno dei padri in carcere, agendo per mezzo di una infermiera, pagata da lui evidentemente; e tenta di ucciderne un altro, il cui alibi, altrimenti assente come negli altri casi, aveva beneficiato di una eventualità remota: un cambio nella disponibilità di un turno di notte, per cui il padre in questo caso chirurgo si era salvato dall’accusa di aver ucciso la figlia, da un’operazione chirurgica che aveva condotto nelle ore in cui lei veniva uccisa.



Accadono altre cose, tra cui la scoperta di un possibile sospettato, e cade l’ipotesi che fosse una serie di delitti provocati da un insano desiderio sessuale, affermandosi quello reale: una vendetta. Ma contro chi? Cosa hanno fatto quei padri, tutti diversi e non legati da un qualsivoglia legame?

Ma la Quanti tra le cose rinvenute in questo luogo, trova anche una foto che le sembra in qualche modo familiare finchè ne mette a fuoco il significato:la sua famiglia è in pericolo.

Finale sconvolgente e imprevisto.



Patrizia Calamia si impone nel vasto mercato italiano del genere con uno straordinario romanzo, a tutto tondo. Mi spiego.

Non è un romanzo giallo, tout court, ma è un romanzo di riflessione. Vorrei dire un romanzo poliziesco sociale. Un romanzo che quando finisce fa male. Un po’ come il romanzo di Bernardo Cicchetti che recensii tempo fa, Il rifugio dell’orco: due romanzi simili nella concezione, perché entrambi parlano di infanzia negata, di pedofilia. Sofferta dall’omicida per la sofferenza del figlio, nel primo; sofferta dall’omicida in prima persona, nel secondo. Non Noir ma gialli classici, anche se legati e venati da strutture narrative che afferiscono più al noir che al mystery. Ma di mystery si tratta.

Un Mystery, in cui il detective è una poliziotta. Le indagini sono quelle di routine di una struttura di indagine, e quindi ci troviamo dinanzi ad un Procedural. Condotto con estrema intelligenza.

Patrizia Calamia si manifesta scrittrice a tutto tondo. Le piace scrivere, le piace narrare. Non si ferma alla storia in se per sé, ma per rendere simpatici i personaggi, crea tante storie parallele, anche di personaggi comprimari. Tra i tanti, quella del Commissario Cavallero, caduto nel tranello della gemella monozigote di un agente scelto della sua squadra, Lia Van, senza che lui sappia nulla delle due gemelle identiche, che solo in un secondo tempo capisce che quella con cui è andato a letto è la sorella, mentre il suo agente scelto è quello invece con cui è andato ad eventi culturali. Tra i due nasce qualcosa, che nel romanzo è accennato, per cui è come se Patrizia avesse pensato ad un sequel, che io sono sicuro che ci sarà. Il finale è troppo brutto e troppo irrisolto perché la storia finisca così, solo col dolore di una madre, dell’amore di una madre di cui l’assassino non aveva mai goduto.

Il romanzo si manifesta per di più come un romanzo dei falliti, degli sconfitti: il killer che è stato molestato quando era giovane e che non ha mai avuto una madre, ma solo due padri indegni, viene fermato per sempre; ognuno dei padri accusati dell’omicidio della figlia è debole di per sé; Monica è fallita perché rivela il disegno dell’omicida condannando a morte sua figlia, pur non sapendolo, e anche perché viene tradita da suo marito; suo marito è fallito perchè attratto nella rete dell’assassino in maniera puerile; e sconfitti sono tutti quelli che lì sul luogo, per non colpire omicida e vittima, hanno indugiato troppo e si son trovati poi una ragazza esanime.

Il dolore di una madre deve distruggere il male prodotto da dei padri indegni. Il dolore di una madre che non solo distrugge una sequenza di morte, ma distrugge anche il male dell’omicida, trasformandolo nel rimorso per aver fatto piangere una madre  non avuta.

Il romanzo è lungo (400 pagine) e corposo.  Dopo un inizio scoppiettante, si adagia per 200 pagine sull’omicidio di Donati, per poi ritrovare lena e ritmo appena si scopre la sequenza di omicidi simili, e diventare molto fluido appena si capisce il fine ultimo dell’assassino e il tentativo della madre di impedirlo.

Romanzo scritto da una donna, molto delicato in determinati frangenti, per tutti. Non solo per lettura evasiva, ma per pensare. In certi momenti mi è sembrato più un tentativo di dire qualcosa, di trasmettere un messaggio, che non quello di scrivere solo un romanzo giallo. Non so..come lo può essere Dopo lunga e penosa malattia di Andrea Vitali.

Più che un romanzo giallo, un anti romanzo.  

Devo dire che la genialata dell'espediente dello sperma e la sua soluzione mi hanno messo nel sacco. Ed è raro che uno scrittore ci riesca. I miei lettori lo sanno. Solo i grandi riescono a farlo. E chi ha una grande fantasia. Patty ha una grande fantasia, che è un vanatggio enorme per chi scrive mystery. Altrimenti sono piatti e ovvi. 
E questo non lo è.
Da leggere assolutamente



Pietro De Palma

giovedì 23 agosto 2018

Philip Wylie: Delitto in una notte di tormenta (The Blizzard Murder Case, 1937) - trad. Marcella Dallatorre - in Ellery Queen presenta "Inverno Giallo '75/'76"

Philip Wylie nacque nel 1902 a Beverly in Massachusetts..
Figlio di un pastore presbiteriano e di una scrittrice che lo lasciò orfano in tenera età, Wylie frequentò poi l’Università di Princeton e successivamente cominciò a scrivere romanzi e racconti. Spaziò dalla critica sociale, alla fantascienza, alla crime fiction per cui mise a punto non romanzi veri e propri ma racconti e romanzi brevi. Da alcuni suoi romanzi furono tratti due soggetti di enorme popolarità: da Gladiator, fu tratto il soggetto di Superman, da The Gentleman Savage fu tratto quello di Doc Savage. Fu anche consigliere della presidenza USA per l’energia atomica, e scrisse romanzi sullo scenario apocalittico nucleare. Morì nel 1971 sempre a Beverly.
Negli anni ’30 e ’40, Wylie scrisse dei racconti apparsi su varie testate tra cui anche Ellery Queen Mystery Magazine ma non solo :
The Battling Butler, Gennaio 1935
The Blizzard Murder Case (1964) , pubblicato prima come “Puzzle in the Snow” nel Giugno 1937
Death Whispers, 1945
In a Hole, luglio 1931 ; anche come “Perkins Finds $3,400,000”.
Invitation to Murder (1968) pubblicato prima come “Murderers Welcome” nel settembre 1936
It Couldn’t Be Murder, Aprile 1939
Mad House, Marzo 1933
Murder at Galleon Key (1955) pubblicato prima come  “The Mystery of Galleon Key” nel marzo 1935
Not Easy to Kill (1965) pubblicato prima come “The Trial of Mark Adams”, nel settembre 1935
The Paradise Canyon Mystery, luglio 1936
The Paradise Crater, ottobre 1945; anche come “A Question of Survival”.
Pearls, ottobre 1929
Perkins Takes the Case, 1945 pubblicato prima come Perkins’ Second “First Case” nell’ aprile 1931
Ten Thousand Blunt Instruments, febbraio 1944
Di questi alcuni furono ripresi sulle stagioni mondadoriane:
Un tesoro per Perkins (Perkins Finds $ 3.400.000) – Estate Gialla 1970
Il più grande investigatore degli Stati Uniti (Perkins’ First Case) – Inverno Giallo 1972
Delitto in una notte di tormenta (The Blizzard Murder Case) – Inverno Giallo 1975/76
Il Mistero di Paradise Canyon (The Paradise Canyon Mystery) – Autunno Giallo 1976
Non è facile uccidere (Not easy to Kill) – Primavera Gialla 1977
Invito al delitto (Invitation to murder) – Estate Gialla 1977
Delitto in una notte di tormenta è un bel romanzo breve, con finale a sorpresa.
Tony Andrews, David Cole e Les Boyd gestiscono un’agenzia di finanziamenti, che va piuttosto bene. Una sera Leslie Boyd, dopo essere andato a trovare Tony per cercare un accordo in merito al finanziamento di una miniera del Sud America al quale Tony si oppone, e poi dopo esserre andatoa trovare David Cole, telefona a Tony agitatissimo e gli annuncia che il loro socio è morto.
Tony va a casa di David, situata nel piani alto di un palazzo della Nona Strada, e nonostante nevichi sente che dentro il palazzo è bello caldo segno che il calorifero pompa bene. Tuttavia nota con disappunto che Leslie non gli ha lasciato socchiuso il portone di casa come si sarebbe aspettato, e quindi fa uso delle sue chiavi. Sale i quattro piani di scale e suona al campanello aspettando che Leslie apra. Ma di Leslie neanche l’ombra. Apre la porta sempre con la copia delle sue chiavi e trova effettivamente Dave morto per terra, con un coltello nella schiena, nello spazio fra due divani con le braccia protese verso il caminetto, in una posizione che gli fa ipotizzare che stesse facendo delle flessioni. Gira per la casa, ma non trova nulla. La casa è illuminata a giorno, tutta ordinata salvo delle salviette umide buttate per terra nel bagno, e nella camera da letto con nonchalance aperta una scatola con dei bottoncini da camicia e da polsino del valore di duemila dollari e vicino 585 dollari in banconote di diverso taglio. Segno che evidentemente Dave non è stato ucciso in seguito ad una rapina. E Leslie è scomparso. Incomincia a farsi strada un terribile sospetto, che poi diventa realtà quando, dopo aver trovato il cavo del telefono reciso, Tony cerca di uscire dall’appartamento per andare a chiamare la polizia; ma la porta non si apre. Qualcuno l’ha chiuso dentro. L’assassino lo stava aspettando, ha aspettato che entrasse e poi l’ha chiuso dentro.
Tony ritorna a vagare per la casa. Trova la Colt 45 dell’amico e la intasca, ritorna laddove c’è il cadavere del socio e solo allora si accorge di un profumo persistente, un profumo femminile nei pressi del divano, macchiato di sangue sullo schienale, i cuscini e il tratto di moquette fino al cadavere. Poi trova tra i cuscini dell’altro, il fazzoletto della sua fidanzata Loretta. Insomma quella sera due donne sono state a trovare Dave. Distrugge il fazzoletto nel fuoco del camino, e rivolge la sua attenzione al coltello piantato nella schiena. Gli ricorda il suo coltello da caccia. Un orribile sospetto gli balza alla mente. E se? Decide di vagliarlo e così lo estrae dalla ferita accorgendosi di avere ragione: quel coltello ha la punta spezzata. E’ il suo. Qualcuno gliel’ha sottratto e lo ha usato per uccidere Dave, evidentemente volendo far cadere la colpa su di lui. Rimette il coltello nella ferita. In tempo per sentire aprirsi la porta ed entrare una folata di freddo, assieme ad una bella ragazza: Wanda Jones, la sua segretaria. Che giustifica la sua presenza e il possesso delle chiavi, con la richiesta fattagli dal morto di presentarsi alle 21,30 a casa sua, perché la signora Alavo, moglie del proprietario della miniera, dopo una lite che Dave e Tony avevano avuto in merito al finanziamento della miniera, aveva telefonato a Dave dicendogli che sarebbe passata a casa sua e Dave aveva paura che la signora potesse usare nei suoi confronti delle armi di seduzione non troppo ortodosse per giungere allo scopo, e quindi aveva chiesto alla ragazza di essere presente quando lui e la signora si fossero parlati.
La ragazza convince Tony a non avvisare la polizia e vanno via chiudendo la porta, non immaginando che per tutto il tempo in cui sono stati in casa, sul balcone, al freddo, in mezzo alla neve, due uomini li hanno osservati, e ora sogghignano: sono due poliziotti, che evidentemente sono stati avvisati dall’assassino di qualcuno che sarebbe arrivato.
Tony la conduce da Raymond, il legale della loro ditta, padre di Loretta, e gli espone quanto accaduto, e gli confida il suo sospetto: che cioè sia stato Leslie ad uccidere il socio usando il suo coltello al fine di addossargli la colpa, chiudendolo addirittura un primo tempo in casa. Raymond gli consiglia cosa fare, e quando torna a casa riceve la visita di Loretta, che gli confessa di essere andato a casa di Dave per farsi avere le lettere che lei gli aveva spedito quando pensava di fidanzarsi con lui, non per amore ma per togliere il padre da una situazione finanziaria pesantemente compromessa, ora che invece si era fidanzata con lui, Tony.
La polizia lo trova e vorrebbe arrestarlo, ma lui li mette davanti all’accusa che ad assassinare l’amico sia stato Leslie. La polizia volendo evitare grane per un arresto ingiustificato, pur avendo visto nell’appartamento Tony e avendolo visto perfino sfilare il coltello e rimetterlo a posto, lo lascia libero per il momento. Il giorno dopo si viene a sapere della fuga di Les Boyd, partito in treno, inopinatamente, per Montreal, senza che nessuno sapesse nulla.
Dopo che Tony ha ricevuto i coniugi Alavo, fortemente tesi, il marito perché ha saputo che la moglie aveva contattato Dave senza che lui sapesse nulla (sospettando che volesse tradirlo) e la moglie perché in effetti gli confessa di essere andata da lui ed essersi trattenuta qualche minuto per tornare poi in albergo alle 21,30, prima di quando era stato fissato l’appuntamento, Tony riceve la visita della polizia, questa volta con un mandato di arresto, e viene fermato.
Mentre è in prigione, riceve prima la visita del suo legale Raymond a cui esterna la sua preoccupazione che il movente della morte di Dave possa trovarsi nei libri contabili della società (Les avrebbe sottratto soldi) e poi di Wanda a cui detta degli ordini: deve scoprire dove effettivamente sia andato Leslie, perché il viaggio a Montreal gli pare una presa per i fondelli: nessuno lo ha visto partire, e pure il controllore che gli ha vidimato il biglietto afferma di non averlo visto materialmente ma solo il biglietto allungato da dietro la tendina dello scompartimento. Grazie alla ragazza si scopre che dall’appartamento di Leslie non mancano attrezzature e indumenti invernali, bensì estivi, segno che dove sarebbe voluto andare non era certo Montreal.
Leslie non si trova e Tony dispera già di riuscire a dimostrare la sua innocenza, quando accade l’inaspettato:  davanti alla casa estiva di Dave sui Monti Adirondack, è stato trovato il cadavere di Leslie: si è sparato una fucilata. Il cadavere è stato trovato nella neve, congelato.
Tony viene scarcerato con le scuse della polizia. Ma c’è qualcosa che non gli quadra: per quale motivo, con indumenti estivi sarebbe andato ad uccidersi tra le montagne dell’Adirondack, tra la neve? E per quale motivo avrebbe distrutto un semplice rapporto di lavoro, nel camino? Forse qualcuno aveva bruciato quelle innocenti carte per far pensare che il movente per l’uccisione di Dave dovesse rimanere sconosciuto.
Ritorna con la ragazza nell’appartamento dell’amico grazie al permesso del capo della polizia che gli è grato di non aver fatto causa alla polizia per l’arresto ingiustificato. Ripercorre mentalmente tutto quello che era successo, fino all’arrivo della ragazza. E poi riflette su una cosa strana: quado era arrivata Wanda Jones, la sera dell’assassinio, aveva il cappotto sporco di neve. Segno che non si era sciolta a causa del calore presente nel palazzo; eppure a lui era accaduto. Perché c’era tutto quel freddo?
Sulla base di questo indizio formula la sua teoria che spiega l’omicidio di Leslie Boyd, il perché sul divano ci sia tutto quel sangue, e poi con un trucco, grazie all’ausilio di un falso bottone e di un libretto di assegni sottratti da lui all’assassino, lo inchioda alle sue responsabilità. Dopo un tentativo dell’assassino di evitare l’arresto, lo stesso è messo con le spalle al muro dalla presenza della polizia e pertanto non gli resta che spararsi.
Cominciamo col dire che Wylie non è un clone di Van Dine, in un periodo in cui tutti o quasi che scrivevano romanzi gialli in America seguivano le tracce di quello: Tony non è un investigatore dilettante, non lo è mai stato. Investiga solo per salvare la sua pelle. Wylie è uno di quegli scrittori che scrivono non seguendo un determinato filone, ma diversi: proprio l’aspetto del congelamento e le sue complicazioni, lo mettono in relazione con quel genere di scrittori che non scrivevano solo crime fiction ma anche Sci-fi: Asimov, Russell Fearn, Lewis Padgett (pseudonimo di C.L. Moore e& H.Kuttner). E con altri romanzieri.
Con Latimer, direi, innanzitutto, per il soggetto condannato per un delitto che non ha commesso e che dal carcere suggerisce cosa fare per trovare prove che lo scagionino; e con Freeman, come suggerisce Mike Grost, sulla base dell’espediente alla base della morte di Leslie Boyd e della conservazione del suo cadavere post mortem: il congelamento. Una volta che un corpo è congelato, nessuno può dire con certezza che esso sia in quelle condizioni da un giorno, o da due o da dieci: il congelamento preserva l’organismo morto da una serie  di modificazioni fisiologiche che altrimenti sarebbero sopravvenute. In questo Wylie si apparenta proprio con Freeman, scrittore nei cui romanzi spesso si trovano esposti principi di medicina legale, e situazioni spiegabili con la scienza. Ma anche Anthony Weymouth aveva scritto prima dell’uscita di questo lungo racconto, il suo esordio: Frozen Death, romanzo in cui si dibatte della morte di un nobile, il cui corpo congelato viene ritrovato su un prato.
L’uso di un principio quale il congelamento, per spiegare una morte, per spiegare il freddo nel palazzo, per spiegare una sequenza logica di morte che non è quella seguita dalla polizia, e lo stesso ragionamento che sta alla base della presenza del sangue sul divano, che rivela come Les Boyd fosse stato anche lui ucciso lì, e come la fucilata fosse stata inferta post mortem per dissimulare un accoltellamento, rivelano un finissimo ingegno. Soprattutto il ragionamento spiazzante, si appunta sulla vera sequenzialità delle morti: posto che il primo ad essere ucciso è effettivamente Dave e poi Leslie, quello che viene sovvertito dal ragionamento di Tony è il momento della morte di Leslie: non giorni dopo, ma subito dopo la morte di Dave.
I dialoghi e lo stile di scrittura sono molto alti e rivelano una scrittura molto elegante e molto fine (si apprezza soprattutto nei dialoghi tra Tony e le due donne, Loretta e Wanda, in cui viene molto sottilmente sottolineato il rapporto uomo donna, con una penna molto efficace e per nulla sbrigativa: in certi momenti sembra che si stia leggendo un romanzo d’amore).
Vien voglia di leggere altri racconti di Wylie.
Cosa che faremo e analizzeremo.

Pietro De Palma

P.S.
In USA la raccolta integrale dei racconti e romanzi brevi di Phiip Wylie è pubblicata da Crippen & Landru (Douglas G. Greene)