mercoledì 5 dicembre 2018

Edward Dentiger Hoch : La stanza oblunga (The Oblong Room, 1967) – trad. Vittorio Curtoni – in “La ragione dei granchi” di M.Elder, I Capolavori Urania, n.992 del 1985


No, non è un errore.
Molti, apprestandosi a leggere questo articolo, potrebbero pensare ad un errore, vedendo l’immagine correlata all’articolo. E invece non è così, per strano che possa essere. Persino Mauro Boncompagni, qualche giorno fa, pur dichiarandosi non collezionista di Urania, era dubbioso che su un volumetto Urania si fosse potuto pubblicare un racconto di Hoch. D’altronde Hoch aveva anche scritto tre romanzi fantascientifici. Ma questo non è un racconto di tale genere. Eppure è vero che sia stato collocato su un volume Urania! Anch’io qualche tempo fa non ho creduto ai miei occhi, quando ho saputo che era contenuto nel numero 992 de I Capolavori Urania, dal titolo “La ragione dei granchi” di M.Elder. Anzi, per strano che possa essere, è stata l’unica edizione italiana di questo famosissimo racconto (non famosissimo in Italia anzi praticamente sconosciuto, ma famosissimo nei paesi anglosassoni).
Il racconto in questione, tradotto da Vittorio Curtoni, è “La stanza oblunga”. Il racconto originale, The Oblong Room, pubblicato non su EQMM, la rivista su cui furono pubblicati circa 450 racconti di Hoch per oltre trent’anni, ma su The Saint Mystery Magazine, nel luglio del 1967, vinse nell’edizione 1968 dell’Edgar Allan Poe Awards promossa come sempre dal MWA, il premio per The Best Short Story.  
Non è una storia fantascientifica, e quindi si potrebbe obbiettare sulla collocazione. Tuttavia, la soluzione trascende l’umanità, è una soluzione che direi metafisica, e forse per questo si pensò di pubblicare il racconto su un volumetto di Urania.
Fatto sta che il racconto di Hoch, diversamente da quello che a prima vista si potrebbe pensare, non tratta affatto una Camera Chiusa o un delitto impossibile, ma un delitto punto e basta; semmai è la soluzione che per quanto sbalorditiva possa essere, è l’unica vera.
Il Capitano Leopold accorre assieme al Sergente Fletcher, chiamato a risolvere il caso, in una università non meglio precisata: Tom McBern ha ucciso Ralph Rollings suo compagno di stanza. Frequentavano entrambi il secondo anno, e che andassero d’accordo è testimoniato dal fatto che avevano chiesto di continuare a condividere la stessa stanza. Perché allora Tom ha ucciso Ralph?
Perché che sia stato lui ad ucciderlo non c’è ombra di dubbio: la vittima è stata trovata uccisa da due pugnalate, nel suo letto, nella sua stanza, di forma strana, oblunga. Una camera spartana: due letti, due armadi, due comodini, due scrivanie, due sedie, tutto esattamente uguale, ed una grande finestra che si affaccia sul panorama: nient’altro. La stanza è stata trovata chiusa dall’interno, con Tom che è rimasto quasi un giorno intero, 22 ore, in compagnia del cadavere dell’amico, senza che dicesse nulla a nessuno. La circostanza dell’omicidio è stata scoperta solo per l’insistenza di un loro compagno di corso, tale Bill Smith che insospettito perché i due non si erano fatti vedere il giorno prima a lezione perché a dire di Tom erano febbricitanti, e neanche in quel giorno, aveva detto che avrebbe chiesto aiuto e solo allora Tom aveva aperto la porta, presentandogli la scena del delitto.
Rimane un mistero per quale motivo Tom abbia ucciso Ralph. Il Capitano Leopold, che conduce l’interrogatorio, pensa che i due possano essere venuti in contrasto per una ragazza. In effetti, messo alle strette, Bill confessa che una che usciva con ambedue c’è: è una tale Stella Blanting, di vent’anni, come lo è Tom e come lo era Ralph.
Interrogata, Stella rivela che era uscita dapprima con Ralph, ma poi, non volendo più trattarlo, era uscita qualche volta con Tom. Uscita assieme non significa che ci aveva fatto sesso. Significa che aveva voluto conoscerli. Stella rivela che era rimasta spaventata dal primo: emanava un’aria malvagia, malsana. Tom era diverso, ma era totalmente soggiogato dal primo.
Leopold vuole vederci chiaro.
Erano omosessuali? No.
Intrattenevano una sorta di relazione sadomasochista tipo schiavo-padrone? No.
E allora?
La verità uscirà dalle labbra di Tom, messo alle strette. Una verità sconvolgente: i due avevano un rapporto mistico, è come se Ralph avesse avuto una sorta di potere della mente e dello spirito su Tom, ne avesse soggiogato la volontà, essendo diventato l’altro il suo discepolo e lui il suo maestro, condividendo una specie di credo religioso.
Ma allora perché Tom ha ucciso Ralph?
La verità lascerà a bocca aperta, e spiegherà il perché dell’attesa e anche della forma della stanza.
A ben donde, Edward Dentiger Hoch vinse l’Edgar per questo racconto: è un vero capolavoro!
Innanzitutto l’incipit:
“Il caso fu competenza di Fletcher sin dall’inizio, ma quando arrivò la telefonata, il capitano Leopold uscì in auto con lui. Sembrava una storia già chiusa, con l’unico sospetto letteralmente trovato a vegliare la vittima, e, in una giornata noiosa, Leopold pensò che fare un salto all’università potesse essere piacevole.
Lì, lungo il fiume, gli alberi avevano già il colore dell’autunno, e nel parco, a tratti, il fumo che si alzava dalle foglie che bruciavano oscurava la strada. Per essere autunno, il giorno era caldo, assolato. Un giorno poco adatto a un omicidio
(pag.134).

Gli alberi che hanno il colore dell’autunno, già fanno presagire qualcosa: non si è in inverno, una stagione legata al buio e al freddo, ma in autunno, una stagione che è a metà, che morta l’estate, veglia l’arrivo dell’inverno. La veglia è il motivo del racconto; e del resto di veglia si parla chiaramente in questo incipit, quando si dice che il sospetto era stato trovato a vegliare la vittima.
Perché vegliarla?
E perché la stanza e la sua forma sono importanti? Perché? Lo dice Tom nella sua confessione al Capitano Leopold, a pag. 142, della traduzione italiana: “Avete mai riflettuto su questa stanza, sulla sua forma? Ralph diceva sempre che ricordava un racconto di Poe, La cassa oblunga. Lo conoscete? La cassa era su una nave, e ovviamente conteneva un corpo…”. “E questa stanza era la bara di Ralph?”. “Sì”.
La stanza oblunga, rifacendosi al racconto di Poe, ricorderebbe per Ralph una bara. Loro vivono e dormono in una bara. Quindi la veglia a cosa può alludere se riferita ad un rapporto mistico, o di esperienza religiosa?
Il racconto è un crogiuolo di trovate, di allusioni, di citazioni. Ed è triste. E nello stesso tempo è un altro riferimento ad una realtà, che in America molte volte ha prodotto le sue vittime: quella delle sette mistiche, in cui il sacerdote plagia i fedeli, già raccontata in altri romanzi polizieschi (ricordiamo “Morire d’estasi” di Ngaio Marsh).
L’incedere è lento, come quello di una processione. Solo che alla fine non c’è la statua del santo o della Vergine, ma un omicidio, non voluto ma richiesto: un omicidio, il sangue, il prezzo per qualcos’altro.
E se Ralph lo si vede come una specie di messia per Tom, a cosa mai potrà alludere la veglia accanto al cadavere dell’amico?
Se non avete capito, non vi resta che procurarvi il volumetto Urania (un’impresa!) e leggerlo. Ringrazio Mauro Catoni, mio caro amico e collezionista anche di fantascienza, per avermelo messo a disposizione.

Pietro De Palma

lunedì 3 dicembre 2018

Stefano Di Marino : Guida al Cinema di Spionaggio - 512 pgg - Odoya, 2018.

Natale è vicino!
Tre settimane ci separano dalla fatidica data, che non è solo religiosa, ma anche mondana, fatta di cene, di partite a carte interminabili, di incontri con parenti e amici, di bambini festanti, di dolciumi e leccornie. E tra l'altro, cosa ci ricorda il Natale, oltre ch ela gioia di stare al calduccio insieme a chi vogliamo e ci vuole bene? I regali !
Questo Blog non vi consiglierà patè o creme di bellezza o altro, ma libri, sani libri.
Tra quelli che voglio consigliare per il prossimo Natale, vi è un Dizionario firmato da Stefano Di Marino: "Guida al Cinema di Spionaggio".
Fresco di stampa, ecco che mi è arrivato questo "malloppone", come lo definirebbe Fabio Lotti: 512 pagine, numerose illustrazioni, recensioni dei singoli film ma anche una guida critica al genere. 
E chi meglio di Stefano Di Marino, forse l'autore più prolifico nostrano di Spy ed Action, l'icona vivente di Segretissimo, che ha sostituito nell'immaginario dei lettori nostrani, il suo Professionista a Nick Carter, SAS, OSS 117 e James Bond, può mettere mano ad una guida del genere spionaggio cinematografico ?
Scorrendo le pagine, si nota quella che è la caratteristica peculiare di questo Dizionario: se cercate, un volume con le classiche schede, ognuna per film, questo libro non fa per voi; questo è altresì una Guida, e come tale, associa una dotta trattazione del genere dalle origini ai tempi nostri, passando per i vari sottogeneri (cinema di spionaggio bellico, guerra fredda, scenari geopolitici diversi, cinema di spionaggio contemporaneo) e mischiandolo, meglio associandolo,a quei films che ne abbiano esaltato le caratteristiche, giungendo addirittura a fornire per i neofiti una guida essenziale formata di 10 films fondamentali e 10 libri fondamentali, che a detta dell'autore possano istradare il più riottoso e il più ignorante dei lettori, desideroso altresì di sondare terreni inesplorati.
Volete sapere chi sia Jason Bourne e quali films sono ad oggi ne costituiscano la resa cinematografica, e se vi siano dei spin off della serie? Beh qui trovate tutto, anche se non posso pensare che non ci sia appassionato di cinema che ignori chi sia Jason Bourne , associato a Matt Damon! 
E non posso assolutamente pensare che ci sia qualche tipo che non sappia chi sia James Bond e quali attori l'abbiano interpretato. Ma state sicuri che qui c'è tutto! C'è anche George Lazenby, e il suo Al Servizio di Sua Maestà (1969), l'unico 007 che il pubblico non ricorda mai, perchè al tempo fu un parziale flop, ma che valutato oggi, è forse uno dei migliori 007 in assoluto ed è l'unico che si riallacci in maniera stretta allo 007 di Craig, quello dei nostri tempi, per la morte dell'amata di 007 di cui nei film con Sean Connery, Roger Moore,  Timothy Dalton e Pierce Brosnan, non vi è proprio traccia. 
Non conoscete I cannoni di Navarone? O Funerale a Berlino ? o Il giorno dello sciacallo (non quello con Bruce Willis ma il primo, con Edward Fox)? I tre giorni del condor? o anche Il terzo uomo? Notorius ? L'uomo che sapeva troppo ? Non è possibile! 
C'è sempre tuttavia qualcuno che non abbia visto almeno qualcuno di questi films. Ebbene in questa trattazione, ognuno dei soggetti viene trattato, e se il film è tratto da un romanzo, si parla ovviamente prima dell'opera narrativa e poi della sua trasposizione filmica.
Insomma un ottimo Dizionario del genere, e quindi un ottimo regalo se per esempio lo si voglia regalare ad un appassionato di cinema che voglia allargare le proprie conoscenze. 
Ma anche semplicemente un modo per sapere di più.

Pietro De Palma

domenica 2 dicembre 2018

Rufus King – Il diamante perduto (Crime of Violence, 1938) – I Capolavori dei Gialli Mondadori N° 18 del 195518


Normalmente nei polizieschi impegnati, i domestici, il personale di servizio non è menzionato se non di straforo, come cornice della trama: servono a fare numero, tutt’al più servono per spettegolare e per fornire indizi che l’investigatore più scaltro, con “le cellule grigie” riuscirà a mettere a frutto. Ma niente di più. Il fatto è che i domestici, nei romanzi polizieschi degli anni ’30, non possono rivestire altro ruolo perchè, a meno che non si tratti di romanzi americani, non possono avere a che fare con delitti eccellenti, con trame che avvengono in ambienti esclusivi, con cui, loro, non c’entrano un fico secco. E’ del resto una delle caratteristiche più inderogabili del romanzo poliesco di marca anglosassone, quella che vieta che l’omicida sia il maggiordomo, anche perchè il giallo, come collocazione politica, come affermava giustamente Ernst Mandel, uno dei grandi teorici della Quarta Internazionale, trotzkista convinto, è un genere narrativo proprio non delle masse popolari ma delle classi di élite: negli anni ’30 , è una delle forme più diffuse attraverso cui la grande borghesia e il mondo della finanza riesce a trovare una visibilità letteraria.
Avevo detto che però questo discorso vale per romanzi polizieschi di marca anglosassone. Infatti in America, dove vale il discorso del “self made man”, se vogliamo un principio democratico per eccellenza (non vale l’origine della famiglia, non vale il ceto e il censo originari, ma solo la voglia di mettersi in gioco e di lavorare), il personale di servizio entra in parecchie trame: come non ricordare il cuoco privato che prepara succulenti manicaretti a Nero Wolfe e che si trova menzionato in tutti i suoi romanzi? Come non ricordare il maggiordomo filippino, che si trova menzionato in molti romanzi di Ellery Queen?
Beh, nel romanzo che mi accingo ad analizzare, di personale di servizio ce n’è ad ufo; anzi, si potrebbe dire che questo è il romanzo in cui i domestici non sono soggetti di cornice, ma hanno una propria valenza nella trama.
Il romanzo comincia quando Josephine Galt, la segretaria della Signora Violetta Pine ( una esponente della ricca borghesia che vive una vita dispendiosa, pur non avendo più cospicue sostanze che la possano legittimare), entrando della residenza di New York, trova seduto ad una panchina di marmo nell’atrio della casa, Horace Worthington, detentore di un grandissimo patrimonio, che è fidanzato della figlia di Violetta, Jane. Horace tuttavia, che sta seduto in una posa ben strana, con una mano infilata nella tasca della giacca ed un altra stretta alla panchina, come se fosse sul punto di alzarsi, è rigido come una statua: morto stecchito. Ai suoi piedi vi è una pistola, ed una ferita, come rivela del sangie raggrumato, è nel mento.
Pur essendo certa della morte del tipo, la segretaria và a cercare aiuto e lo trova in un medico, in quei paraggi, il dottor Selby, il quale dopo aver esaminato il cadavere, prima formula una ipotesi di morte avvenuta almeno sei ore prima, poi ne formulerà un’altra più sorprendente.
Fatto sta che, sulla base dei primi rilievi, lì Horace si è ucciso (ma perchè poi l’avrebbe fatto se non aveva problemi anzi era in procinto di convolare a nozze con uno dei partiti più antichi e blasonati della zona) oppure lo è stato; e questo, pone in rilievo gli alibi di coloro che avrebbero potuto utilizzare quella casa, quindi coloro che liberamente ne potevano disporre: Violetta Pine e i suoi familiari. Il bello è che apparentemente tutti sarebbero a parole esclusi dalle indagini della polizia, ma poi, in realtà, tutti ne sono, in un modo o nell’altro, interessati: il figlio Arthur, nullatenente ed ubriacone, non si sa cosa abbia fatto di mattina, tanto che maggiordomo Plymouth e madre gli intimano di deporre di essere stato sulle colline; Jane, sarebbe in qualche modo coperta dall’amica Selene Lane, di altra famiglia altolocata, perchè avrebbe dormito a casa sua e sarebbe stata sempre con lei: Violetta, sarebbe stata al suo parrucchiere (ma poi perchè sarebbe andata a New York, quando nella sua città vi è una succursale che questo grande centro di coiffure? E perchè per di più vi sarebbe andata da sola e con una macchinetta, quando poi normalmente non guida e lascia l’incombenza all’autista personale?). Tuttavia la signorina Galt, prima di andare a chiamare qualcuno, ha trovato, sulle scale che portano dall’atrio al primo piano, un piccolo diamante, sfuggito a qualcuno, e di cui non fa menzione alla polizia, consegnandolo poi alla sua padrona.
Tuttavia, qualcuno a casa Pine, non è convinto delle deposizioni fatte alla polizia. E’ il cameriere personale di Arthur, Spotwood, che ha trovato nelle tasche del suo padrone, più sbronzo che mai, una spilla d’oro su cui sono incastonati dei diamanti, anche se ne manca uno. Di chi sarà mai tale spilla? Spotwood vuole ricavarne qualcosa, in quanto è furbo e ha compreso che il giovane nasconde dei segreti che non vorrebbe fossero resi noti, e quindi pensa al ricatto. Ma poco tempo dopo, in una sera in cui ulula il vento, il mare si scontra sulla scogliera e piove furiosamente, convocato in un appuntamento sulla scogliera su cui si affaccia la dimora dei Pine, viene ucciso.
La casa piomba nel caos. Metà dei domestici si autolicenziano, e quelli che rimangono, per esempio la cameriera privata della padrona di casa, Ruth, si sentono male: Ruth rimane sotto shock e necessita delle cure mediche, presso la casa del padre, il farmacista di Oldhampton, la città dove avvengono questi luttuosi avvenimenti.
Oramai, il tenente Valcour è sicuro della colpevolezza di qualcuno in quella casa, e sia lui, che il sergente Stirling – che si occupa delle indagini sul posto, in quanto esse sono fuori della competenza territoriale di New York dove opera Valcour – pensano che per forza qualcuno della casa debba essere stato, e in particolar modo chi durante il giorno non lavora, a recarsi a New York e uccidere Horace.
Horace aveva fatto testamento ed aveva nominato la fidanzata sua erede universale, cosa che la rende la prima dei sospettati: potrebbe essere stata lei la proprietaria di quella spilla: Selene quindi la starebbe coprendo.
Anche Arthur è sospetto, perchè non sa o comunque non vuole dire, dove abbia passato la mattinata.
E infine la signora Pine, che è sospetta oltre che per il suo viaggetto segreto a New York: il dottor Selby, sulla base di numerosi libri di medicina presenti nella biblioteca della dimora, sospetta di lei: secondo lui, avrebbe potuto sapere della eventualità che il midollo allungato, leso irreparabilmente con una morte violenta, abbia determinato una rigidità cadaverica pronunciatissima, come quella che si verifica normalmente almeno sei ore dopo la morte, e che si è verificata nel caso di Worthington.
Il dottor Selby, innamorato di Jane e ricambiato, vorrebbe che la fidanza ta si barricasse in casa, tanto più che lei, imbeccata da lui, afferma di voler rifiutare l’eredità di Worthington, causando l’ostilità della madre che quei soldi li agogna eccome, e per essi ha consegnato la figlia al pretendente, solo per assicurare al figlio imbelle una vita di comodi.
Sarà Arthur il perno della vicenda e su di lui Valcour giocherà la sua partita, scoprendo i suoi segreti, e inchiodando alle sue responsabilità, in un drammatico finale, l’omicida , che il giovane inconsciamente ha coperto sino a quel momento. Dopo aver tentato di uccidere Valcour propinandogli del latte avvelenato, l’omicida per non finire sulla sedia elettrica, a sua volta si avvelenerà mortalmente .
Penultimo romanzo della serie incentrata sul tenente Valcour, cominciatata nel 1929 con Murder by the Clock, Crime of Violence (1938) rinuncia a quelle atmosfere rarefatte e marine cui alcuni suoi romanzi ci hanno abituato. E’ come se King seguisse due strade ben distinte: la prima è quella dei delitti in ambienti definiti, chiusi, che si svolgono in ambienti in cui si muovono esponenti della jet-society o della ricca borghesia; la seconda, quella delle sue ambientazioni marine, a bordo di velieri, yacht e quant’altro. Tuttavia non deve credersi che i filoni si approssimino a obiettivi diversi: il delitto è proprio sempre delle classi medio alte, e gli spazi in cui avvengono sono sempre estremamente delimitati. Anzi, nel caso dei casi a bordo di navi, qualcuno ha parlato persino di una comunanza di situazioni afferenti al sottogenere delle Camere Chiuse (anche se in termini stretti non lo sono) perchè la nave è circondata in ogni direzione dal mare: è come una casa circondata dalla neve: nessuno può scappare in mare senza che non lo si veda.
Tuttavia, se proprio vogliamo essere sinceri, non è che questo romanzo sia proprio lontano dal tema del mare: infatti la casa sorge sulla spiaggia e il mare è spesso citato della trama. Alcuni hanno posto in rilievo come questo romanzo anticipi i racconti scritti nell’estrema stagione creativa di King, ambientati sulle spiagge della Florida.
Caratterizzato dalla presenza, tra i personaggi di rilievo, di camerieri, maggiordomi, cameriere, ex governanti, il romanzo non tradisce le aspettative e presenta, come nella migliore tradizione del romanzo poliziesco (Rufus King segue pedissequamente le Regole di Van Dine), un assassino assolutamente fuori della norma e assolutamente inaspettato, che però è lì ed è presente fin dalle prime pagine: King non imbroglia mai il lettore e l’assassino è sempre presente, è uno dei personaggi della storia.
Mike Grost eccepisce sulla scelta dell’assassino da parte di Rufus King: per lui si tratta di “an implausible and poorly clued choice of killer”. Il giudizio di Mike, che è assolutamente legittimo, è tuttavia da mettere in relazione con l’ambientazione di solito utilizzata nei romanzi del tempo: egli non tiene conto di molti aspetti, tra cui soprattutto che questo è un romanzo limite, un romanzo unico, in cui tutti, ma proprio tutti, le persone che operano all’interno della casa sono sospettabili.
Anche qui, la tensione viene sviluppata, come in altri romanzi, con i vecchi procedimenti ed escamotages degli scrittori degli anni ’20, ossia gli eventi naturali: la bufera di pioggia, la notte, il vento che ulula; la differenza tra il il buio presente all’esterno della casa di sera, ed il buio procurato dal fatto che chissà perchè qualcuno ha manipolato le lampadine, etc. etc. E anche qui c’è il ricorso a quelle motivazioni, a quei moventi segreti di cui Agatha Christie ha fatto ampio ricorso nei suoi romanzi: matrimoni segreti, segreti inconfessabili, gravidanze nascoste, che nella società degli anni ’20 e ’30 costituivano uno scandalo, in quella odierna farebbero ridere (o quasi).
Devo dire in tutta sincerità che il romanzo mi è molto piaciuto, proprio per come Rufus King riesce con i tratti più evidenti della sua arte narrativa, ad instaurare il sospetto (questo il suo marchio di fabbrica più originale) tra tutti i personaggi o quasi, perchè scoprire il colpevole costituisce sempre uno shock, e qui lo è più degli altri: si può senz’altro attribuirgli la paternità del secondo omicidio, ma il perchè abbia ucciso Horace è spiegato solo nelle ultime pagine. E prima che l’ipotesi finale sia stata sciorinata, altre ipotesi altrettanto plausbili sono state concepite e rese evidenti, così da disorientare il lettore, anche il più attento. I sospetti sono tanti. Si arriva persino ad inserirvi il dottor Selby: per quale motivo si accanisce con pervicacia nei confronti di Violetta Pine, attribuendole la possibilità dell’omicidio di Horace, sulla base dell’esistenza in casa di testi di medicina che descrivono proprio quello che si è verificato nella realtà? Potrebbe farlo anche per togliersi lui dal novero dei sospetti: e se infatti si trovasse lì fuori dalla casa non per caso ma perchè ne era uscito poco prima? E se l’assassina è la governante che ha simulato di trovare la vittima ed invece l’ha assassinata (ma per quale motivo?) ? E se invece è stato Arthur ? E’ il solo di cui non si sappia cosa abbia fatto durante la mattinata. E se invece sono state Jane o Selene? Si sarebbero coperte a vicenda! E se invece è stato il maggiordomo Plymouth, erede delle tradizioni della casa? E se invece è stata Violette, di cui non ci si spiega la vacatio segreta a New York?
Fatto sta che i sospetti sono tutti, e questa volta riguardano anche il personale di servizio: si arriva persino a sospettare di Ruth (la cameriera personale di Violetta), di Belting (il cameriere di Casa Pine), di Plymouth, l’irreprensibile maggiordomo.
Ma il dubbio principale è uno solo.
Emerso inaspettatamente nelle prime pagine, rimarrà per tutta la durata del romanzo, e quando sarà stato risolto, si riuscirà a scorgere meglio l’uscita del tunnel: di chi è il brillante trovato sulle scale della casa?
La soluzione è totalmente spiazzante e risolve tutti gli interrogativi, e ci consegna un assassino assolutamente inaspettato, scaltro, che ha ucciso non premiditando l’azione, ma come extrema ratio, e comunque sia ha saputo raggirare i presenti e soprattutto Arthur, con abilità consumata.
Il romanzo possiede delle affinità con altri romanzi dello stesso autore. Pur non esistendo qui qualsiasi riferimento slavato a personaggi gay (più di uno, tra cui il sottoscritto, ipotizza che King fosse gay), tuttavia alcuni tratti possono farci intravedere tale caratteristica:
il modo come King descriva la decadenza di Arthur (attribuita anche a diversi altri personaggi in altri romanzi) anche attraverso la descrizione del suo abbigliamento e di come esso si discosti, da quello del periodo, usato prevalentemente dai rampolli delle famiglie della media borghesia americana;
il modo come egli descriva i personaggi maschili (per esempio il dottor Selby) palestrati e muscolosi, quasi fossero i perfetti esemplari maschili dei college americani.
Anche il subplot incentrato sulla causa di morte, pur essenso assolutamente originale, ha delle affinità con i subplots delle storie che King scriverà basandole sui casi medici del dottor Colin Star.
Infine un’altra affinità con altri romanzi è data dall’esistenza di hidden relationship (abbiamo detto caratteristica anche di altri romanzieri come Agatha Christie).
Un affascinante romanzo, in ultima analisi.

Pietro De Palma