martedì 7 maggio 2019

Agatha Christie : E' un problema (The Crooked House, 1949) - trad. R.Buccianti - Oscar Mondadori, 2013


Sulla base di quello che lei disse durante la sua vita, due furono i soli romanzi suoi cui Agatha Christie fu veramente attaccata, non con Poirot o Miss Marple: E’ un problema e Le due verità. Oggi prenderemo in esame il primo.
Mai titolo italiano fu così sballato, in confronto a quello originale, che era anche fortemente allusivo: Crooked House, casa storta.
E diversamente da altri romanzi, fin da subito quasi, non solo la lavorazione del romanzo fu abbastanza veloce, compiendosi a quanto dice Curran nel suo Agatha Christie’s Complete Secret Notebooks in poco meno di due anni (fu serializzato alla fine del 1948 in USA mentre comparve per la prima volta in forma di libro in UK nel 1949), ma anche l’invenzione del titolo fu abbastanza veloce.
Anche per quanto riguarda invece l’assassino, la sua definizione fu quasi definitiva: una volta stabilito che dovesse essere quello che aveva pensato, quello fu. E siccome parve alquanto scioccante la scelta, nonostante Harper & Collins, la casa editrice britannica delle opere di Agatha Christie, le avesse chiesto di cambiarlo, Agatha rifiutò e fu irremovibile: evidentemente, fin da subito aveva pensato all’effetto finale del romanzo che altrimenti sarebbe venuto meno.
Verso la fine della seconda guerra mondiale, Charles Hayward  e Sophia Leonides, si innamorano al Cairo, dove lei lavora per il Foreign Office. Finita la guerra possono finalmente pensare a concretizzare la loro storia d’amore: lui è figlio del Vice-Commissario di Scotland Yard Sir Arthur Hayward, lei nipote di Aristide Leonides, un ricchissimo imprenditore greco nel settore della ristorazione. Ma purtroppo qualcuno pensa bene di rendere più arduo il loro sposalizio, uccidendo il nonno di 85 anni: infatti Sophia confessa al suo innamorato che non potrà sposarlo finchè la situazione non sarà chiarita, e anche lei sarà libera da sospetti. A Charles non rimane altro che improvvisarsi detective, per risolvere la faccenda e liberare dai sospetti l’amata, e nel tempo stesso aiutare Scotland Yard e il padre, diventando la longa manus dell’ispettore di S.Y. assegnato al caso, John  Taverner.
Leonides è stato ucciso da un infarto, ma le modalità hanno fatto pensare che fosse stato avvelenato: dopo l’inchiesta del coroner, è stato appurato che è stato avvelenato iniettandogli della eserina o fisostigmina, un alcaloide altamente tossico, usato per curare delle affezioni oftalmiche.
Charles appura subito dall’interrogatorio dei vari personaggi che abitano nella casa ( i due figli e fratelli Roger e Philip Leonides, le loro mogli, i due nipoti, loro figli, il loro precettore, e soprattutto la seconda moglie di Leonidas, la giovane e trentaquattrenne Brenda, e la tata Janet Rowe) che a praticargli l’iniezione fatale è stata Brenda, solo che lei l’ha fatto su insistenza del marito.
Il testamento , una volta morto il patriarca, darebbe a ciascuno dei figli un lascito più che sostanzioso e salutare per le reciproche necessità, mentre i domestici perderebbero il loro stipendio: quindi sono i soli a  non essere sospettati, mentre gli altri abitanti nella casa avrebbero avuto tutti validi moventi per ucciderlo, compresa Brenda.
Il fatto che sia stata lei a praticargli l’iniezione fa sì che gli altri suoi familiari acquisiti, non perdano tempo ad accusarla apertamente di aver ucciso il marito, per ereditare anche lei, tanto più che gira la voce che abbia una tresca con Laurence Brown, il tutore di Eustace e Josephine, i fratelli di Sophia. In realtà tutti gli altri familiari sono dei serpenti, pronti a sbranarsi e che avrebbero avuto più che validi motivi per far fuori il loro genitore. Innanzitutto il primogenito Roger, erede della società paterna che ha portato con una dissennata gestione quasi al fallimento, sposato con la scienziata Clemenza; poi il secondogenito Philip, marito di Magda, un’attrice teatrale, e padre di Sophia, Eustace e Judith, un fallito che si è ritirato nell’amore dei libri per fuggire alla rabbia di essergli stato preferito il fratello, con sua moglie Magda, attrice modesta che vorrebbe avere chances per emergere; Eustace è un adolescente bello e intelligente, minato dalla poliomelite, che l’ha reso sprezzante e caustico; la sorella Judith una dodicenne brutta, molto intelligente e maligna, ossessionata dalle trame poliziesche, che spia i suoi parenti, scrivendo le osservazioni su un taccuino segreto. E’ lei ad aver rivelato alla sua famiglia che il farmaco del nonno sarebbe stato tossico se impropriamente usato. Poi c’è Edith de Havilland, la zia dei figli di Leonides in quanto sua cognata, sorella della sua prima moglie Marcia de Haviland, una donna volitiva che risplende con la sua forza in un ambiente decadente.
Tuttavia le brame della famiglia si infrangono contro la volontà del vecchio Aristide tenute gelosamente nascoste e custodite dal suo legale di fiducia Gaitskill sotto forma di un altro testamento che annulla e sostituisce il precedente: in questo è Sophie a ereditare tutto.
A questo punto accadono  due eventi che sembrerebbero porre la parola fine alla vicenda:
uno, il tentativo di assassinare Judith, che si era vantata di conoscere l’identità dell’assassino;
due, l’arresto di Brenda e del suo amante, visto che Charles scopre una serie di lettere compromettenti che sembrano indicare la responsabilità diretta dei due nell’omicidio del vecchio patriarca e poi nelle vicende successive.
Tuttavia quando parrebbe esser giunti al capolinea, ecco che un nuovo evento riporta la tensione in casa:
la Tata, viene uccisa da una cioccolata cui è stato addizionato del digitale in quantità generosa (la cioccolata veniva sempre preparata per Judith, ma alla fine era la tata che la beveva, visto che la ragazzina la rifiutava quasi sempre). E’ evidente che l’assassino è ancora presente in casa, e che i due amanti sono innocenti.
Chi sarà mai ad aver cospirato?
Con una lettera inviata all’ispettore Taverner, la vecchia Edith, che aveva curato l’educazione dei due figli di Leonides, si accusa dell’omicidio del cognato e degli eventi successivi. E sceglie di uccidersi, lanciandosi con la sua auto nel vuoto: purtroppo aveva con lei la piccola Judith, che aspirava ad un gelato, e che muore assieme alla prozia. In realtà, neanche Edith si saprà essere l’assassino: infatti il suo estremo atto, sarà solo il tentativo di coprire qualcuno della famiglia, che non sarebbe dovuto essere scoperto e che invece lo viene.
Diciamo subito che il romanzo è quanto di più classico si possa trovare nel genere mistery: infatti il motivo di una personalità ingombrante e tirannica, ricorre in moltissimi esempi della detection deduttiva della Golden Age, da Van Dine , il primo in assoluto, quello che inventò la casistica con The Greene Murder Case a Christie, da Marsh a Heyer, da Van Dine a Ellery Queen o a Palmer per citare alcuni grandi autori. Ed è semplice nella sua struttura: una famiglia corrotta, e nessun altro estraneo. Una vicenda semplice, ma di grande presa: una famiglia i cui membri potrebbero dare una svolta alle proprie abitudini di vita solo se ereditassero. E se l’eredità arrivasse troppo tardi, quale miglior espediente che non affrettarla?
In questa atmosfera gravida di presagi e di cattiverie ammorbanti, tutti ma proprio tutti hanno la loro parte.
Del resto la casa storta, Crooked House, non è solo una casa concepita male architettonicamente: nella sua accezione nasconde un significato nascosto: storto in senso morale, corrotto. Così la casa corrotta, diventa la dimora di una famiglia corrotta. E crooked in inglese ne assume un altro ancora più incisivo, che ben si sposa agli eventi delittuosi: criminale.
Anche questo romanzo, come molti altri de “La regina del delitto”, si basa su una filastrocca infantile. Sappiamo benissimo quale importanza avessero per lei le filastrocche: collegarle a delitti, era come dire che anche nell’innocenza ci possa essere la corruzione del male. E del resto in almeno 8 altri romanzi sono presenti filastrocche (la filastrocca sarà presente anche in romanzi di Ellery Queen):
1) Dieci piccoli indiani: And Then There Were None anche nota come Ten Little Niggers
2) Poirot non sbaglia: One, Two, Buckle My Shoe.
3) Il ritratto di Elsa Greer: This Little Piggy.
4) Alla deriva: Little Boy Blue.
5) Polvere negli occhi: Sing a Song of Sixpence.
6) Poirot si annoia: Hickory Dickory Dock.
7) Sfida a Poirot: For Want of a Nail.
8) Sono un’assassina? : Rub-a-dub-dub e Pat-a-cake, pat-a-cake, baker’s man.
La filastrocca recita:
There was a crooked man, and he walked a crooked mile.
He found a crooked sixpence upon a crooked stile.
He bought a crooked cat, which caught a crooked mouse,
And they all lived together in a little crooked house.
Qui però la filastrocca, del 1842, che allude alla forzata convivenza nella stessa nazione di inglesi e scozzesi,  ha un significato molto più sottile da quello che si potrebbe evincere: the crooked house è in stretta relazione con the crooked man, ma non nel senso che la casa è disonesta perché disonesto è l’uomo (seppure Aristides non fosse uno stinco di santo) quanto per il fatto che l’uomo contorto costringendo i suoi familiari a vivere tutti insieme sotto la sua autorità, li ha privati della libertà e quindi della possibilità di crescere, di crearsi delle proprie alternative, in opposizione a quella che lui ha dato e ne ha fatti degli essere contorti, corrotti, e anche criminali.
Al di là di questo, il romanzo è molto originale: basti pensare al fatto che normalmente in una indagine, chi è legato ad un sospettato, non può indagare, perché sarebbe limitato dal non evidenziare piste che potessero portare all’incriminazione del soggetto a cui si è legati; qui invece, chi trova in questa prospettiva, è legittimato ad operare non solo dalla propria fidanzata ma anche dalla polizia, che per fare ogni passo dovrebbe seguire rigorosamente le procedure. E non finiscono qui le originalità del romanzo.
Infatti non è propriamente un romanzo deduttivo: l’individuazione dell’assassino, qui non è capibile attraverso una serie di indizi o di bugie o di cose non dette, ma sulla base puramente di una sensazione se vogliamo. Ma anche se riuscissimo ad indovinare chi fosse, poi rimarrebbe da spiegare il movente. E quello lo si conosce solo alla fine, senza che si fosse mai accennato ad essi.
Infine il terzo elemento, forse il più originale di tutti, è l’identità dell’assassino: un assassino come questo si è visto forse in almeno due romanzi (ce ne saranno sicuramente molti altri, ma nel 1949 esistevano solo questi due) famosi, uno di Ellery Queen, The Tragedy of Y, l'altro di Margery Allingham,The White Cottage Mystery. Dei due, quello della Allingham è il più vecchio risalendo al 1928, mentre  The Tragedy of Y è del 1932. Fra i due sicuramente il più scioccante è il primo, quello della Allingham, per il tema trattato, oggi molto in voga, ma allora assai poco : solo per aver alzato il velo, si può dire certamente che la Allingham fu molto coraggiosa. Ma quel tema non ricorre nel nostro caso. Perché qui il killer non ha una vita segnata già: è una persona che uccide anche per fuggire alla noia.
John Curran ne accenna nel suo Agatha Christie’s Complete Secret Notebooks. Ma non dice se è dato sapere che la Christie conoscesse i due romanzi. Questa sarebbe la cosa veramente interessante. In questi due altri romanzi, comunque solo il killer del romanzo queeniano condivide con questo di E’ un problema, la cattiveria pura: infatti l’assassino del romanzo di Allingham si può invece capire perché non uccide in base ad un piano delittuoso, ma sulla base della reazione ad una condotta disdicevole ed aberrante della vittima. Nel nostro caso l’omicida colpisce il vecchio Leonides perché non condivideva la sua passione e anche per creare qualcosa di diverso, e lo uccide sostituendo l’eserina all’insulina e preparando una siringa letale, sapendo che l’eserina inettata può provocare un attacco di cuore fatale; il tentato omicidio è pensato per distogliere l’attenzione; mentre il secondo omicidio è una vendetta nei confronti della tata per aver parlato male dell’omicida (avvelenando la cioccolata), essendo sicura del fatto che Judith non l’avrebbe bevuta: avvelenare la cioccolata, a vedere bene, è sintomo di una perfidia senza pari.
Anche l’omicida del romanzo queeniano usa il veleno. Di quelli usati qui, solo l’eserina o fitostigmina viene citato per la prima volta (sostituito all’insulina, nella siringa), mentre il digitale è un veleno usato altre volte in romanzi della Christie : per es. in Miss Marple ed i tredici problemi.
L’unico personaggio positivo, per certi versi è la vecchia Edith, la prozia, colei che ci è sostituita alla madre dei suoi nipoti allorchè sua sorella è morta: è positivo perché anche nell’assurdità del suo atto, cerca di salvare il buon nome della famiglia, preferendo uccidersi.

SPOILER

Assieme all’assassina.
Nel Notebook 14 Curran rivela come la Christie all’inizia fosse stata indecisa se ricamare il ruolo dell’assassino su Sophia, o Clemency o Judith, ma che una volta scelta la terza, fu estremamente decisa perché appunto riteneva che lo shock della rivelazione avrebbe reso memorabile il finale. Ma perché e come Edith aveva capito che l’assassina era Judith?
Aveva trovato e letto il famoso diario di Judith dove lei riportava tutto ciò che vedeva e sentiva nella casa, e aveva letto una frase scioccante:
"Today I killed grandfather".
La morte della tata è una vendetta: per averla definita "una stupida ragazzina". 
Quella che poi si dimostra essere alla fin fine.

Pietro De Palma

domenica 5 maggio 2019

Yokomizo Seishi : Il detective Kindaichi (Honjin Satsujin Jiken (本陣殺人事件), 1946) - trad.Francesco Vitucci - La memoria, 1133 - Sellerio Editore Palermo


Yokomizo Seishi, il primo grande romanziere giapponese, quello che con Edogawa Ranpo è considerato il fondatore del romanzo giallo giapponese all’occidentale, nacque nel 1902.
Per molti anni la sua famiglia coltivò la speranza che lui, laureandosi in farmacia, potesse portare avanti la farmacia di famiglia, mentre invece lui era maggiormente attratto dalla scrittura creativa, e in particolare da quella poliziesca.
Conosciuto Edogawa Ranpo, il maggiore scrittore degli anni ’20 e ’30, venne spronato da questo a scrivere, ma all’inizio il successo non arrivò. Quando si pensava che il primo vero successo, Ningyo Sashichi torimonocho, l’avesse lanciato, il Giappone entrò in Guerra e quindi le sue ambizioni subirono un arresto. Per di più malato di tubercolosi, dovette rifugiarsi con la famiglia in una zona impervia vievendo in condizioni misere. Con la fine della guerra, e il ritorno a casa, Seishi ritornò ascrivere e trovò il successo nel 1946, con i due romanzi Honjin Satsujin Jiken (本陣殺人事件) e Chōchō Satsujin Jinken (蝶々殺人事件).
Seguito da molti lettori e ritenuto uno dei massimi scrittori gialli di sempre nipponici, definito il Carr giapponese per le molte situazioni impossibili e soprannaturali o confinanti con l’orrore, raggiunse il massimo della fama dopo una ventina d’anni, quando pubblicò i romanzi sulla famiglia Inugami.
Morì nel 1981.
Il primo romanzo di Kindaichi Kosuke, Honjin Satsujin Jiken (本陣殺人事件) , tradotto nell’italiano Il detective Kindaichi, è stato pubblicato alla fine di marzo dalla Casa Editrice Sellerio di Palermo. In realtà il suo titolo, è L’omicidio Honjin.
La vicenda si svolge alla fine di novembre del 1937.
Un uomo si presenta nel villaggio di Yamanodani ad Okayama e chiede della residenza degli Ichiyanagi. Ben preso la notizia si sparge, perché quell’uomo, abbastanza trasandato ha la mano destra di sole tre dita. IL tempo di chiedere informazioni ed un bicchiere d’acqua e subito riparte: ha un aspetto inquietante per di più perché dalla bocca parte una ferita che corre per tutta la guancia, quasi che la bocca fosse stata aperta in due.
La visita strana fa il paio con la festa nuziale di Kenzo Ichiyanagi, figlio primogenito, con una ragazza di ben più modesti natali Katsuko, proveniente da una famiglia che si è arricchita col tempo, senza però avere la nobiltà degli Ichiyanagi.
La ragazza non è stata proprio molto accolta bene, ma Kenzo si è imposto. La madre di Kenzo che è quella che ha criticato di più la scelta del figlio, vorrebbe che la ragazza suonasse il Koto, lo strumento tradizionale giapponese, che la sposa suona durante la cerimonia di nozze come è nella tradizione degli Ichiyanagi. C’è un attimo di empasse, poi a prendersi l’onere è la sorellina di Kenzo, Sukuko.
Intanto è morto il gatto di Sukuko, che è stato seppellito il 25 novembre, per evitare la credenza che i gatti morti non seppelliti si trasformino in fantasmi. Seppellito il giorno delle nozze! C’è chi è inorridito per questo.
In quest’atmosfera strana, in cui una parte dei familiari sono schierati contro, soprattutto la madre di Kenzo, Itoko e Ryosuke, un cugino, con sua moglie Akiko, e altri sono indifferenti, come Saburo e Sukuko, i due gemelli e Takaji, il fratello medico, Kenzo si sposa con Katsuko. Alle nozze a rappresentare la sposa è lo zio paterno di lei, Ginzo. Ma la notte del matrimonio si sente suonare , ad una certa ora si sentono delle urla provenire dalla casa degli sposi, separata dal resto del complesso. E poi il suono del koto.
Ginzo si veste e con l’aiuto di Genshiki, un contadino, si recano alla casa, le cui persiane sono tutte chiuse, dal di dentro. Fuori nella neve, una spada sanguinante è conficcata nella neve, ma intorno non vi sono impronte.
I due battono nel silenzio sulle persiane, poi con un’ascia riescono ad entrare e trovano Katsuko morta e sopra di lei accasciato Kenzo, pure lui, morto. Nessun altro in casa.
In una casa serrata dall’interno, finestre comprese, eccetto una soprafinestra, ma troppo stretta perché un uomo o anche un bambino potesse passarvici.
Chiamano la polizia. L’ispettore Isokawa, incaricato del caso, sospetta di tutti ma non sa che pesci prendere. Il fatto che Takaji, l’unico a non partecipare alla  cerimonia di nozze perché in missione, sia appena arrivato, ma vi sia qualcosa che faccia ritenere a Ginzo la sua testimonianza sull’ora dell’arrivo falsa, fa sì che egli mandi un telegramma in cui si richieda la presenza alla casa degli Ichnayagi di Kindaichi Kosuke, un giovane che lui ha adottato, e che diventato un famoso investigatore privato, nonostante la giovanissima età ed una, è verso di lui riconoscente.
Vengono trovate una serie di impronte, impresse nella neve dalla parte della casa opposta a quella in cui si è consumata la tragedia. Come se l’assassino fosse entrato, avesse chiuso dietro di sé la porta, magari si fosse nascosto nel ripostiglio dover sono state trovate tracce di sangue fino al momento in cui i due sposi fossero rientrati per la prima notte di nozze e allora fosse uscito per ucciderli. Ma..da dove sarebbe passato se tutto risultava chiuso dall’interno?
Kindaichi dovrà subito scremare quelle che sono prove certe da quelle che lo sembrano e da quelle palesemente false: il suono famoso del koto, innanzitutto, attribuito al koto ma non del koto; un caratteristico rumore come quello di un mulino, sentito pressappoco all’ora della morte dei due sposi; i diari di Kenzo, da cui mancano delle pagine strappate; un misterioso nemico implacabile di Kenzo; l’uomo dalle tre dita: il fatto che impronte di tre dita insanguinate siano state ritrovate dappertutto nella dépendance degli sposi, ma dell’uomo non sia stata trovata traccia; la mancanza del ponticello del koto; un falcetto, infisso in un tronco intorno alla casa; la presenza nella camera di Saburo di una fornitissima biblioteca di romanzi polizieschi ad enigma, con numerosi esempi di Camere Chiuse, e la somiglianza del caso in questione con quello descritto ne La camera gialla di Gaston Leroux; la presenza di Sukuko, di notte, nei pressi della tomba del gatto, che verrà confermato essere stato seppellito in effetti, dopo una prima ricognizione, e che ad una successiva di Kosuke, verrà ritrovato nella “bara”  del gatto anche qualcos’altro, nascosto dopo la prima; delle impronte presenti nel lato della casa opposta a quella che ha ospitato il dramma.
Kosuke e Ginzo scopriranno in una carbonaia, i vestiti e le scarpe che qualcuno ha tentato di bruciare, e il cadavere dell’uomo con tre dita, anche lui ucciso da qualcosa di estremamente tagliente, seppellito sotto il pavimento di terra battuta.
Poi ci sarà anche il ferimento di Saburo, avvenuto con condizioni simili.
Alla luce di tutti questi indizi, e delle prove trovate, Kindaichi Kosuke, dimostrerà la veridicità della sua ipotesi accusatoria, risolvendo nel contempo la Camera Chiusa, e mettendo nei guai un membro della famiglia.
Il romanzo è un piccolo capolavoro.
Di stile armonioso e fluido, rapisce non solo per la ricchezza di indizi veri e fuorvianti, ma anche per l’atmosfera assurdamente bizzarra che inventa: un uomo sfregiato dalle tre dita, e le impronte insanguinate delle tre dita presenti in tutta la dépendance; un’uccisione terribile, doppia, nella notte delle nozze; una casa del tutto sbarrata; un gatto morto; una ragazza che soffre di sonnambulismo.
La Camera chiusa è del genere di trappola mortale, e il metodo per uccidere abbisogna di ciascuno degli indizi indicati: il mulino, il koto, il falcetto, persino delle canne di bambù, la presenza di una soprafinestra aperta. Ovviamente in una Camera chiusa spettacolare come questa, per l’estrema complessità dell’azione c’è bisogno di due persone che abbiano agito per la realizzazione del piano: uno è complice, e non partecipa in nessun modo all’azione vera e propria, ma crea un depistaggio di grande effetto, utilizzando il luogo e alcuni indizi per creare delle false piste, che disturbino l’individuazione del vero assassino e nel contempo la sua stessa azione disturbatrice; l’altro è l’assassino.
Nel romanzo ci sono i riferimenti ad alcune camere Chiuse celebri (La casa stregata di Carter Dickson e Il mistero della Camera Gialla di Gaston Leroux o anche Il Problema del Thor Bridge di Conan Doyle) perché il romanzo è in un certo senso un tributo a quel sottogenere di narrativa occidentale, attraverso le atmosfere e gli stilemi tipici giapponesi. E quindi deve pure fare riferimento a qualcosa.
Secondo me un certo punto di contatto c’è per es. con Ellery Queen: il fatto che il complice dell’assassino nasconda nella cassetta di mandarini, diventata la bara del gatto, un macabro pacchetto sotto il gatto, mi fa pensare immediatamente a The Greek Coffin Mystery, in cui l’assenza del testamento di Khalkis dopo il funerale, fa scattare l’esumazione del cadavere e nella bara trovano un altro cadavere, quello di Grimshaw, un falsario.
E ce ne sarebbero altri, indiretti, con altri romanzi, anche posteriori:
le impronte lasciate dall’assassino sulla neve che partono dalla parte della casa dove si è consumato il doppio delitto, non vengono trovate perché ha nevicato: ma perché vengono trovate le altre, se ha nevicato alla stessa maniera? Perché vi sono degli alberi e le chiome hanno protetto il terreno. Laddove invece esse vengono lasciate allo scoperto, finiscono per essere coperte dalla neve. Ora il piano dell’assassino prevedeva che non nevicasse, che le impronte partenti dalla casa fossero trovate e fosse trovata anche una persiana aperta, così che si pensasse che l’assassino era scappato. Ma la nevicata aveva reso impossibile chela persiana potesse aprirsi e quindi la Camera Chiusa era divenuta una necessità. In questo, cioè in un evento esterno che modifica lo stato delle cose rendendo possibile il crearsi delle condizioni per una Camera Chiusa, possiamo vedere un riferimento ad altri romanzi, per es. al posteriore La Mort vous invite di Halter in cui qualcosa accaduto alla finestra fa sì che si verifichino le condizioni per una Camera Chiusa. E la stessa spada conficcata nella neve e come essa vi sia finita, mi ricorda in qualcosa il metodo utilizzato in Killed on the Rocks di William De Andrea.

Comunque, al di là dei meri riferimenti, o dei punti di contatto, l’importanza di Honjin Satsujin Jiken è indiscussa, soprattutto in seno alla narrativa poliziesca giapponese di cui il romanzo di Yokomizoi Seishi è un caposaldo.
Infatti se Yokomizo prima della guerra scrisse storie poliziesche che attingevano al grottesco e all’horror e che in qualche modo recuperavano la tradizione americana ma in un’ottica fortemente e nazionalisticamente giapponese, dopo la guerra proprio col romanzo in oggetto si lascia alle spalle la narrativa grottesca e fonda la detective fiction giapponese che si riallaccia alla grande tradizione della Golden Age americana, da Van Dine a Ellery Queen, a Carr.
L’importanza del romanzo di Yokomizo è in relazione alla rifondazione del romanzo poliziesco giapponese. Nella tesi di Satomi Saito  sulla Japanese Detective Fiction -CULTURE AND AUTHENTICITY: THE DISCURSIVE SPACE OF JAPANESE DETECTIVE FICTION AND THE FORMATION OF THE NATIONAL IMAGINARY , leggiamo che : All of the postwar debates about authenticities in detective fiction eventually led to the postulation of Yokomizo Seishi’s Honjin satsujin jiken (1946) as the first authentic detective fiction written by a Japanese writer… In the devastation after World War II, however, Japanese writers returned to the general trend of the genre and produced puzzle stories of the Golden Age constituting what many critics call the first Golden Age of Japanese “authentic” detective fiction. Although the movement helped draw new talent to the genre, it soon reached a dead end and was substituted for the realistic crime novels of Matsumoto Seichō that were latercalled the “social school” (shakaiha) of detective fiction (pag. 167-168)… Yokomizo  first started his career, like Edogawa Ranpo, as a writer of modern “healthy” detective stories in his award winning “Osoroshiki shigatsu baka” (Dreadful April Fool, 1921) in Shinseinen. During his years as an editor of the publishing house Hakubunkan (1926-32), he introduced to Shinseinen what he called the “Shinseinen tastes”—multifaceted interests in things modern—as well as writing sophisticated stories of modern urban life such as “Kazarimado no naka no koibito” (His Lover in the Window, 1926), “Yamana Kōsaku no fushigina seikatsu” (The Strange Life of Yamana Kōsaku, 1927), and “Nekutai kidan” (A Strange Tale about A Necktie, 1927). When he became an independent writer in 1932, however, the bright urban style of his early writings was gradually overshadowed by the dark dreadful imagery full of grotesque tastes of kusazōshi pulp publication of the late Edo period. “Omokage zōshi” (The Story of Likeness, 1933) marks the transition with his effective use of the glamorous design of kusazōshi. The story recounts in the Osaka dialect the suspicion of
the protagonist about the secret of his birth in the settings of a rich merchant family, which is also Yokomizo’s “return” to his own childhood memory of growing up in Kōbe as the son of a pharmacist. “Onibi” is perhaps Yokomizo’s most famous piece before the war. It is a story of the lifelong hatred between two men, which is reminiscent of Tanizaki’s “Kin to gin” (Gold and Silver). A murder and an exchange of identity are decorated by the “grotesque horror” of an eerie mask one of the two wears after a fatal train accident. In “Kura no naka,” the masochistic relationships between a boy and his blind sister in the secluded cellar even outshines its surprise ending as a detective story. As Edogawa Ranpo indicates, it is not difficult to see in those stories the strong influence of crime stories by Tanizaki Jun’ichirō. After the war, however, Yokomizo went through an even more drastic transformation by enthusiastically writing so-called “authentic detective fiction” (honkaku tantei shōsetsu) and becoming the central figure in leading the authentic detective fiction movement. .Yokomizo’s conversion was even taken as a symbol of Japan’s postwar departure from an inward aestheticism conditioned by fascist ideology toward an outward modernization suitable for postwar democracy. (Pagg. 169 e seguenti).
Interessante è la struttura del romanzo.
C’è prima un Prologo in cui lo scrittore parla del caso in generale e perché lui l’abbia scelto come materia del suo romanzo, e le relazioni tra i romanzi della camera Chiusa già da lui letti; poi c’è la storia di investigazione divisa in due parti: la prima è la storia vera e propria, la seconda è la spiegazione di Kindaichi; poi infine vi è l’epilogo. E’ interessante perché anche in questo si vede come lo scrittore abbia davanti agli occhi i più eclatanti esempi di Mistery della Golden-Age. Infatti egli presenta il narratore come un elemento neutro, imparziale, che narra la storia adattando il resoconto del Dottor F che partecipò come osservatore alla vicenda. Un po’ come in Ellery Queen o in Van Dine. E ci tiene a esporre in fatti esattamente come vennero esaminati così da non cadere nel presupposto base del narratore direttamente coinvolto nel caso come “Injū” di Ranpo, o addirittura di quello che ha imbrogliato il lettore come in The Murder of Roger Ackroyd  di Agatha Christie.
Non è un caso che nel romanzo vengano ricordati vari esempi di Camere Chiuse, e addirittura il cap. 10 Tantei shōsetsu mondō” (The Dialogue about Detective Fiction) “Dialogo sui romanzi di investigazione” è un riferimento palese alla Locked Room Lecture di Carr in The Three Coffins.
Addirittura nel corso del romanzo, Kindaichi, afferma che è arrivato a capire la modalità di esecuzione dell’omicidio dopo aver visto su uno scaffale di Saburo, un famoso racconto di Conan Doyle (lui lo cita ma io no, altrimenti faccio capire come sia potuto accadere).
Nel Prologo, Yokomizo cita tutta una serie di scrittori, alcuni addirittura ancora non pubblicati in Italia, ma in Giappone noti: In the beginning, the narrator who the reader would be likely to associate with the author himself introduces the classic case of a “locked room mystery” he heard about during his stay in a country village. Referring to foreign locked room mysteries such as Le Mystère de la Chambre Jaune (1907) by Gaston Leroux (1868-1927), Les dents du tigre (1920) by Maurice Leblanc, The Canary Murder Case (1927) and The Kennel Murder Case (1931) by S. S. Van Dine (1888-1939), The Plague Court Murders (1934) by John Dickson Carr (1906-77), and Murder Among the Angells (1932) by Roger Scarlett, the narrator recounts that the “real” murder case is different from any of those “fictional” (and understandably “foreign”) cases.” Infatti se di Roger Scarlett è annunciato un titolo che sarebbe dovuto essere stato già pubblicato da Polillo e che comunque è in corso di pubblicazione, e quindi l’autore ancora da noi è inedito, in Giappone non era sconosciuto in quanto:  Roger Scarlett is a pen name of Evelyn Page(1902-1977) and Dorothy Blair(1903-1976?). This somehow forgotten piece in America is comparatively well-known in Japan thanks to Edogawa Ranpo’s famous top ten lists in Gen’eijo. Ranpo even adopted it later as Sankakukan
no kyōfu (The Horror of the Triangle Mansion, 1951)” (nota 362 a pag 173).
E conclude che proprio una tale abbondanza di testi di Camere Chiuse in una casa in cui era avvenuto proprio un delitto di camera Chiuse lo convinse che forse si trattava di un sofisticato piano architettato da una mente diabolica il cui canovaccio era stato ispirato proprio da quei romanzi (pag 107, ed. Sellerio).
Insomma, come si vede, un romanzo cardine della prima detective fiction della narrativa giapponese.

Pietro De Palma