mercoledì 21 dicembre 2016

TEMPO DI NATALE, TEMPO DI CONSUNTIVI

Natale è oramai alle porte, dicembre e l'anno si stanno per concludere e quindi è il caso di tirare le somme del 2016. Che, secondo me, dal punta di vista editoriale, l'editoria poliziesca, ha avuto delle note positive ma anche negative.
Intanto si è approssimata la decadenza del Giallo Mondadori: è un giudizio del tutto personale, ovviamente. Ci vorrebbe un miracolo per riportare la collana leggendaria ai fasti di una volta!
Una volta qualcuno  mi disse che "Il Giallo Mondadori da quando ha perso Gian Franco Orsi, è un cadavere in decomposizione". Allora pensavo fosse un'affermazione esagerata. Io lo paragonavo più che altro ad un malato grave: ma come si sa anche un malato grave può riuscire a risollevarsi dal letto e incamminarsi verso la guarigione. Io ci credevo. Ora molto molto meno. Pur non affermando trattarsi di una cadavere in putrefazione, come disse quella persona, a mio parere è un malato in coma irreversibile. Da un momento all'altro potrebbe arrivare la fine, e "nessuno si accorgerebbe domani, se il Giallo non uscisse più" mi ha detto qualche giorno fa un amico, profondo conoscitore dell'editoria poliziesca italiana. Opinione pienamente condivisibile.
Non avrei mai pensato anni fa, dopo che avevo rotto bruscamente il rapporto di amiciza che sembrava promettere bene con una persona, che un giorno avrei quasi condiviso il suo caustico giudizio. Del resto è cosa che ho già affermato in altri contesti,  anche sul Blog Mondadori, e non lo dico più, tanto vale sempre, ed è accaduto pure alcune volte che sia stato zittito da chi strombazzava e plaudeva alla rinascita  del Giallo: c'è chi lo fa ancora, ma in quel caso o è uno che è fuori dalla realtà (magari anche in buona fede) e non vede a due metri dal suo naso, oppure è...fuori dalla realtà. In altre parole: per vedere il buono in una barca che sta affondando e oramai è ad un pelo dall'acqua, bisogna essere veramente al di fuori della realtà oppure....al di fuori della realtà.
La faccenda dei diritti oramai è un dato di fatto. Sono tanti i romanzi che non vengono più pubblicati o ripubblicati e la ragione sono sempre i famosi diritti: l'avete capito che sono questi i nodi al pettine oppure no? Per quale motivo cinque se anni fa ancora pubblicavano romanzi di altre case editrici di un tempo (soprattutto Garzanti) col disclaimer "L'editore ha ricercato con ogni mezzo i titolari dei diritti di edizione e traduzione senza riuscire a reperirli: e' ovviamente a disposizione per l'assolvimento di quanto occorra nei loro confronti"  ed ora quel disclaimer non appare più?
Ve lo siete chiesti? Perchè togliere dal mercato romanzi già annunciati? Date voi la risposta, tanto probabilmente sarà quella vera. Mi ricordo un caso in particolare: venne annunciato in uscita e poi ritirato per non apparire più, un romanzo già pubblicato ne Il Giallo Mondadori con il numero 51 dell'ottobre 1948: Il proiettile è di scena, di Caryl Brahms & S. J. Simon (A Bullet in the Ballet). Me lo ricordo bene per via della copertina originale del romanzo (che possiedo, ovviamente)
In più, ho avuto notizia diretta del fatto che parecchi agenti chiedano parecchio in relazione a determinati titoli. Ora, mi chiedo, come mai in passato si sono acquistati centinaia di romanzi e altrettanti racconti, e questo discorso non si è mai fato ed ora vale? Perchè probabilmente nel passato si metteva su un piatto quanto si doveva pagare e su un altro quanto si sarebbe ricavato; ora questo discorso evidentemente non ha più senso. Perchè le vendite evidentemente non tirano come un tempo.
Per quale motivo?

Errori a monte, ed errori personali

Errori a monte
Qui entro nelle mie analisi.
Innanzitutto l' errore a monte: la scelta del direttore editoriale.
Da quando la Mondadori è passata nelle mani della famiglia Berlusconi, dopo la gestione Magagnoli (funzionario di fine cultura ma pur sempre esterno rispetto alla struttura interna della redazione), la direzione editoriale è stata affidata, in successione, a quattro personaggi tutti provenienti dall'esterno: il primo, Dazieri, proveniente dai Centri Sociali, aveva scritto dei Noir italiani; il secondo, Fiocca, era un traduttore; il terzo, Altieri, il più famoso, era uno sceneggiatore di successo in America, scrittore e traduttore; il quarto, l'ultimo, Forte, scrittore ed editor. Tutti provenienti da fuori , tutti all'oscuro della storia della collana e delle dinamiche editoriali connessevi pur essendo tuttavia operatori del settore, tutti con delle idee proprie. Che poi è la vera essenza dell'affidamento: coloro che vengono dal di fuori possono avere delle idee nuove che possono contribuire ad innalzare la qualità del comparto. Idea indubbiamente solleticante. Ma che porta con sè anche un altro tipo di realtà: chi non sa nulla della struttura e della storia del Giallo Mondadori, indubbiamente farà degli sbagli, portato ad innovare. Bisogna poi vedere se questi sbagli saranno corretti o meno. Quello che è sotto gli occhi di tutti è che gli sbagli fatti dai vari editor hanno pesato insieme molto più delle innovazioni apportate. Risultato? La collana ha perso sempre più una fetta del suo pubblico e oramai si può dire che sopravviva. Notizie che mi arrivano dalla Mondadori (la divisione periodici, e nella fattispecie i romanzi gialli, perchè di amici ne ho anch'io lì), mi parlano di una situazione  in fibrillazione continua. Insomma, non c'è più quell'euforia che regnava fino a qualche anno fa.
Sarebbe bastato solo affidare la collana a chi ne sapeva parecchio, tipo Giuseppe Lippi, oppure, giacchè ne era consulente già, dare a Mauro Boncompagni, la curatela della collana (quindi anche degli inediti e non solo dei classici) e la collana non avrebbe patito tutto quell'abbandono di consensi, da almeno dieci anni a questa parte.

Errori personali
Dopo l'esperienza di Altieri che aveva quasi portato alla fine della collana, ritornata in vita solo apportando tagli lineari e modifiche sostanziali (prima, eliminazione del Supergiallo, negli ultimi tempi di Altieri; poi, nella prima fase di Forte, riduzione drastica delle uscite, e uniformità di formato dei Gialli con quello dei Bestseller e Oscar Mondadori), la prima fase Forte aveva tamponato e avevamo registrato una certa tenuta: probabilmente si era ancora nella gestione dei titoli Altieri, ma cercando di invertire la tendenza all'inizio avevamo visto pubblicare tutta una serie di titoli attinenti al Giallo Classico che ci avevano portato ad avere false aspettative (due Berkeley, l'antologia radiofonica di Carr, alcuni Halter e Boileau, etc..).
Poi.... la discesa: sempre più romanzi annunciati che non venivano più pubblicati, gente che si chiedeva il perchè e lo chiedeva alla redazione sul Blog, autori sempre più anonimi e sconosciuti preferiti ai grandi del passato. Qui l'errore di Forte a mio parere, ovviamente: il preferire gli autori contemporanei a quelli del passato. Se gli autori contemporanei fossero autori tutti di grido come Cook, Lovesey, Colin Dexter, Bill Pronzini, Sallis, Crumley, Ellroy non direi nulla. Ma...Maureen Jennings, Rys Bowen, Tessa Harris...Ma chi sono costoro? Valgono i romanzi di Ngaio Marsh, Margery Allingham, Patricia Wentworth, Agatha Christie? Valgono quelli che non vedremo mai di Max Afford, Norman Berrow, Anthony Wynne, gli inediti di Philip MacDonald e Anthony Berkeley e J.J.Connington, Craig Rice? Io credo di no. Forte la pensa diversamente, questo è chiaro: altrimenti non vedremmo tutta questa roba e ne vedremmo invece dell'altra. Indubbiamente ci sono delle persone a cui queste autrici piacciono: sulla base di quello che hanno detto sul Blog Mondadori, gran parte del bacino lettori pare sia di sesso femminile. OK. E' sempre stato così. Ma non significa per forza che queste lettrici esigano queste scrittrici: quale sarebbe stata la risposta se invece di queste, fossero stati pubblicati i rimanenti romanzi di Margery Allimgham, Patricia Wentworth, Ngaio Marsh, o quelli del tutto ignoti di Gladys Mitchell o Marvis Doriel Hay? In altre parole, qual'è il precipuo compito di una casa editrice se non di indirizzare le lettrici/ i lettori, verso forme di intrattenimento che hanno nel tempo dimostrato di attrarre consensi?
Questa è la mia idea. Ma è certo che oramai una fetta di pubblico non si riconosce più nelle scelte editoriali.
E veniamo anche ad altri nodi: la gestione editoriale annuale e singoli interrogativi.
Nel gennaio scorso in un editoriale, Forte ha annunciato tutta la programmazione di tutte le collane: perchè? Io penso per togliere di mezzo tutte le diatribe che nascevano e tutte le domande, anche imbarazzanti, su cosa si sarebbe potuto pubblicare e non si era fatto, tagliando la testa al toro. In questo modo sicuramente si è eliminata una fonte di disturbo. Ma si è ottenuto in definitiva l'effetto opposto: non c'è più alcuna forma di dialogo, scontro o conversazione sul Blog, che è divenuto non un megafono nè tantomeno un'arena ma..un camposanto. Non ci va più nessuno.
Il secondo interrogativo, riguarda le uscite in edicola, e tra queste quelle che riguardano Sherlock Holmes.
Da due anni a questa parte ci stiamo sorbendo una serie infinita di apocrifi sherlockiani, uno al mese, che faranno sicuramente la gioia di quei 50-100 aficionados italiani; ma sì voglio essere buono: 500 aficionados: Di più non ci credo. Ma anche se fossero 1000, sarebbe sempre tuttavia una perdita. Perchè questi romanzi apocrifi di Sherlock Holmes, 20 fino ad ora o poco ci manca, non li vuole nessuno: non lo avete ancora capito miei cari creduloni? E' per questo che li pubblicano: perchè i diritti costano poco o nulla in confronto ai Daly King!
Per quale motivo  di The Curious Mr.Tarrant, la famosa raccolta di racconti con delitti impossibili di Daly King, di cui aveva ipotizzato l'uscita Mauro anni fa sul Blog, nessuno parla più? Perchè è un progetto abortito. Costa troppo. Del resto Mauro mi ha detto che anche Marco Polillo in passato aveva pensato di pubblicare un altro  racconto di di Mr Tarrant (in aggiunta ai due già pubblicati) ma non se n'è fatto più nulla perchè costava troppo.
Ora, posso capire che Polillo, che è purtuttavia un piccolo editore, arretri dinanzi ad una richiesta al di là delle sue possibilità; ma che arretri un colosso come Mondadori, che ha acquistato tempo fa persino Rizzoli, fa ridere. O piangere, fate voi. Significa che la situazione delle collane da edicola è drammatica.
Eppure ci stanno rifilando ancora apocrifi sherlockiani. Sicuramente perchè lì i diritti costano poco. Ma purtuttavia di costi per pubblicarli ce ne sono stati! Li hanno tradotti in italiano, o no? E i traduttori non certo perchè sono romanzi di autori sconosciuti, si può pensare che abbiano chiesto meno: ci sono delle tabelle, si fanno dei contratti, e il costo della traduzione non lo puoi svilire. E allora dico io: quanti romanzi di valore, di autori mooolto mooolto più conosciuti di quelli, si sarebbero potuti pubblicare, pagando magari di più in diritti? Cinque? Dieci? A parere mio sarebbero stati sempre meglio che venti romanzi di minor valore!
Non ci credete ancora?
Beh, signori e signore, anche il sottoscritto talvolta scrive racconti; un tempo ho scritto anche un romanzo che partecipò al Concorso Tedeschi e sfiorò la finale, e che non è detto che non possa pubblicare...altrove, non certo in Italia. Vabbè. Ma scrivo racconti. Talvolta anche su richiesta.
Tempo fa scrivevo e me li pubblicavano su Delos (da cui provengono Pachì e Forte).
L'anno scorso, due miei amici di oltreoceano, John Pugmire e Brian Skoupin, mi hanno chiesto un racconto, una Camera Chiusa, da pubblicare in una antologia di racconti di autori non statunitensi. John prima fu molto vago, per cui gli proposi un racconto che al tempo avevo pubblicato per Delos. Risposta: essendo un apocrifo queeniano, non si poteva fare, perchè in USA Queen è ancora protetto da diritti e apocrifi non se ne possono fare perchè non autorizzati dagli eredi. Proposi allora di cambiare ambientazione e personaggi, spostando l'azione da New York a Londra, e facendo interagire non i Queen ma S.Holmes e il Dr.Watson. Risposta: per i diritti non c'era nesun problema, ma...John mi scrisse dell'altro:
"Regarding the story set in London, change the names from Holmes and Watson to Italian ones and change the location to somewhere in Italy. People are getting really tired of Sherlock Holmes these days."
In altre parole mi propose di trasportare l'ambientazione in Italia e di sostituire a quelli dei personaggi italiani, perchè la gente è realmente stanca di Sherlock Holmes oggigiorno. Quando un editore e traduttore mi scrive questo, cos'altro può significare se non che i titoli con i personaggi sherlockiani non tirano più come prima (nel mondo anglo-sassone in cui lui opera)? (La risultante del tutto è che ne feci un altro ex novo di racconto, che è stato già da me tradotto in inglese, poi rivisto, che sarà pubblicato prossimamente in USA in una antologia.)



Note positive

Finora le note negative, ma, è bene dirlo, ve ne sono anche di positive, che sono per certi versi originate dall'atteggiamento posto in essere dalla direzione editoriale Mondadori e dai suoi effetti. Tali note positive riguardano soprattutto la ripresa dell'attività editoriale della Casa Editrice Polillo, basata oramai quasi esclusivamente sulla collana I Bassotti.
Francamente non ho ben capito se la ripresa delle pubblicazioni sia stata favorita da un superamento della criticità precedente, quindi da nuova liquidità unita alla sensazione di aver superato un periodo buio per l'editoria, oppure sia stata il riflesso della consapevolezza che l'editoria del comparto da edicola mondadoriano attraversasse un periodo di stanza e di introflessione e quindi si dovesse approfittare di tale debolezza. Questa situazione del resto si era già attuata in passato, quando, durante il periodo di indietreggiamento della produzione classica rispetto a quella di diverso genere in casa Mondadori (ai tempi della gestione Altieri), si era avuto nel contempo un innalzamento delle vendite in casa Polillo. Ora non so se la cosa si sia ripetuta o si stia ripetendo ora, ma è chiaro che quando da una parte vai via, se c'è qualcuno che fa le stesse cose meglio, finisci per cambiare casa.
Così dal dicembre del passato anno, sono stati messi in vendita già 15 romanzi.
Francamente non so se se l'iniziativa di Polillo sia destinata ad avere successo: io lo spero non fosse altro per la grande opportunità che avrebbero gli appassionati viscerali come il sottoscritto, di ampliare il parco dei propri titoli, tenuto conto che sicuramente molte cose che erano state promesse in casa Mondadori, non le vedremo più.

Altre note positive e negative

Oltre al ritorno de I Bassotti di Polillo nelle librerie,  di cose interessanti ve ne sono altre in giro, ma anche riguardo a ciò non so francamente se si tratti di tentativi estemporanei oppure di inizi di iniziative a lungo termine.
Luca Conti mi ha segnalato un mese fa che Bollati Boringhieri ha pubblicato un inedito di Margery Allingham. Tutto vero ! Il titolo è Il premio del traditore, un romanzo thriller scritto in tempo di guerra, una spy story.
Se tuttavia Bollati che è una antica casa editrice si prova a pubblicare gialli, si deve menzionare il fatto che anche altre blasonate case editrici si siano già cimentate in questo. E' il caso ad esempio di Castelvecchi Editore che ha pubblicato non solo i racconti di Ernest Bramah, ma anche due volumi antologici di romanzi di Richard Austin Freeman, uno contenente Il mistero di New Inn, L'Affare D'Arblay e Il mistero di Penrose, e l'altro, L'impronta scarlatta, Il diabolico terzetto e L'inquilino sospetto. Non paghi, hanno pubblicato un altro romanzo, già  nelle Palmine d'ante-guerra, il mitico La vittima sconosciuta di Jackson Gregory.
Come si vede, quindi, a differenza della Mondadori, altrove vi è un certo fermento.
Peccato che nel frattempo Stile Libero di Einaudi abbia segnato il passo e Giunti, dopo aver illuso con la pubblicazione di due grandi opere di Keigo Higashino, con una bella Camera di Jim Kelly, e due hardboiled accattivanti, uno di Gregg Hurwitz e l'altro di Chase, abbia seguito Einaudi a ruota. Un gran peccato, perchè questi titoli annunciavano un grande avvenire.
Invece Beat Edizioni continuano a pubblicare Rex Stout, anche se a me sembra che abbiano acquistato i diritti da Mondadori: i traduttori che di volta in volta si incontrano sono tutti stati di casa Mondadori. Però almeno qualcuno si prende la briga di pubblicare sistematicamente Stout, uno dei grandi scrittori americani del secolo scorso.


Ultime notizie 

Le ultime notizie parlano di un inedito di giallo classico annunciato per gennaio ( ma non è detto che non lo si veda prima) ne Il Giallo Mondadori: si tratta dell'unico inedito nella collana poliziesca di Georgette Heyer, Duplicate Death, che in Italia verrà proposto col titolo, Delitto con replica. Si tratta di un buon romanzo molto classico, e con lui si concluderebbe l'elenco dei romanzi della Heyer, se, rimarco "il se", non esistesse un altro romanzo, che ovviamente nella pagina wikipedia italiana non esiste (non fidatevi mai ciecamente di wikipedia!!!!), che alcuni critici americani ritengono addirittura il migliore di Heyer, The Talisman Ring, un romanzo del 1936, calato nell'era georgiana e quindi in sostanza un giallo storico. 
Lo vedremo? L'arrivo dell'inedito sarà l'inizio di un nuovo corso? 
Io non ci giurerei. 
Sarei il primo a battere sul tamburo se davvero dovessimo assistere ad un'inversione di tendenza.
Dei 53 anni che porto, 40 sono stati passati a leggere gialli (oltre altro) e a sentire musica classica: è chiaro che sono piuttosto sensibile a questi due argomenti. L'impressione del mio amico che ho citato è condivisa da molta gente che conosco: questo è il punto...purtroppo!
Quando posso, acquisto ancora le vecchie stagioni gialle Mondadori dove venivano pubblicati a cadenza racconti dei più vari generi e autori. Ogni volta mi meraviglio dei grandi autori, chi più chi meno, pubblicati un tempo, e quando trovo qualcosa che non avevo, faccio ancora i salti di gioria, come qualche giorno fa ho trovato un Leo Bruce, pubblicato nel Giallo Mondadori, nuovissimo, "Un caso non concluso", che non ero riuscito mai a trovare ( e leggere).
Un tempo davvero Il Giallo Mondadori ha fatto la storia del genere! Ora non so più a cosa pensare.

E intanto arriverà l'ennesimo apocrifo sherlockiano di altro (quasi) sconosciuto autore versato esclusivamente alla riscoperta di Sherlock Holmes.

Ai posteri l'ardua sentenza.
Su tutto.
 

P. De Palma

P.S.

Siccome sono corretto, segnalo, avendolo riscontrato io stesso a Feltrinelli di Bari, che il parco di Oscar Gialli Mondadori si è, dopo i primi titoli apparsi mesi fa (sto parlando della nuova serie ovviamente), notevolmente ampliato, presentando alcuni titoli di Ellery Queen. Questa, detto tra noi, è una grande notizia e lo sottolineo. Perchè solo avendo la possibilità di leggere tutti i romanzi dei due cugini, ci si può fare un'idea della loro opera. 
Finora sono solo quattro (Il mistero delle croci egizie, Delitto alla rovescia, Il gatto dalle molte code - tutti e tre già pubblicati non molti anni or sono, usciti di catalogo e ora reinseriti - e Il Mistero di Capo di Spagna, che dovrebbe essere una new entry, uno dei più cervellotici e anche estenuanti romanzi queeniani) ma io spero che vengano seguiti da altri a ruota (almeno Sorpresa a mezzogiorno, Ventimila hanno visto, Il Caso Khalkis - straordinario - e La casa delle Metamorfosi, La poltrona n.30, Un paio di scarpe, Il caso dei fratelli siamesi).
Solo così il lettore che volesse veramente addentrarsi nell'universo queeniano, potrebbe anche cercare nuovi stimoli nei saggi in inglese di Nevins. 
Una sola la nota stonata (ma è un mio giudizio personale): la copertina presenta un a sorta di finestra circolare (il foro di un proiettile?) a cui si affaccia l'immagine di una figura femminile, diversa per ognuno dei quattro romanzi. Non so a chi sia venuta l'idea, ma francamente a me sembra non molto azzeccata: cosa c'entra una donna per es. ne Il caso delle croci egizie, dove non ce n'è neanche una coivolta? O in Delitto alla rovescia? Sarebbe bastato inserire in quell'oblò un riferimento al romanzo: una Tau, uno scoglio, un laccio, una giacca alla rovescia. Così invece, booh....



domenica 18 dicembre 2016

Peter Lovesey : La vacanza del Cappellaio Matto (Mad Hatter's Holiday, 1973) - trad. Alda Carrer - Universale Sonzogno Avventura N.33 , Sonzogno, 1975



Un altro romanzo di Peter Lovesey. Il primo ad essere stato tradotto in Italia.
La vacanza del cappellaio matto, Mad Hatter's Holiday, fu pubblicato stranamente da Sonzogno nel 1975 nella sua collana Universale Sonzogno Avventura. Sottolineo “stranamente” perché questo libro uscì solitario, in mezzo ad altri esempi, tipo Le lettere di Scorpio, di Victor Canning, di romanzi di autori dimenticati o comunque poco conosciuti. Allora, nel 1975, Peter Lovesey lo era in Italia, in quanto nessuno dei suoi primi tre romanzi era stato pubblicato (ancor oggi Wobble to Death, The Detective Wore Silk Drawers, Abracadaver , della serie vittoriana con il Sergente Cribb e l’Agente Thackeray di Scotland Yard, sono inediti in Italia), e tale destino è ancora in essere per il quinto e il settimo della serie. Mentre per il sesto, Un fantasma per Cribb, già recensito da me, e per l’ottavo, La statua di cera, si dovette aspettare il 2002 per pubblicarli. Quindi bisogna riconoscere a chi lo scoprì nel lontano 1975, di aver avuto alquanto fiuto.
La vacanza del cappellaio matto è un romanzo delizioso.
Il tempo è quello della Regina Vittoria. Le prime sessanta pagine scorrono placide, anche un po’ troppo direi, tutte incentrate sulle manie vacanziere del Sig. Moscrop, un commerciante di strumenti ottici, soprattutto cannocchiali e binocoli, il quale passa le sue vacanze ad osservare la gente con un suo potente binocolo. Non gente qualunque, ma quella vacanziera che d’estate affolla la spiaggia di Brighton: una umanità fatta di dame con l’ombrellino per ripararsi dal sole, signori con la bombetta o la paglietta, bambini, bambinaie, venditori di pesce (anche quelli sulla spiaggia), villeggianti attratti dai bagni o dall’acquario con i famosi coccodrilli, e a fare corollario, soldati, domestiche, prostitute, clienti. Insomma un’ambientazione molto vivida, anche se sessanta pagine incentrate sulle manie di Moscrop, sarebbero un po’ troppe. E devo dire che quelle sessanta pagine sono difficili da leggere, proprio per la ricchezza delle descrizioni, ma anche perché non si riesce a capire cosa c’entrino queste manie con un romanzo giallo. Sembrerebbero inutili, se invece non fossero determinanti per la storia che da quel momento in poi si snoderà.
Moscrop tra le tante persone inquadrate, ha adocchiato una bella dama, Zena,  con un bambino molto piccolo, Jason, cui si accompagna un ragazzo di quindici-sedici anni, Guy, suo figliastro, e la bambinaia, Bridget. I quattro sono soliti stare sulla spiaggia: la bambinaia dovrebbe occuparsi del piccolo Jason, ma invece fa il bagno con Guy, svezzandolo sott’acqua con pratiche erotiche; in soccorso della nobildonna, che farebbe meglio ad occuparsi lei del bambino prima che lo stesso corra il rischio di cadere e farsi male, arriva lo stesso Moscrop, desideroso di rendersi utile e al tempo stesso desideroso di fare amicizia con qualcuno, giacchè è solo, nel suo mondo fatto di cannocchiali.
Attaccando bottone, si accorge che la donna è ben lungi da dargli un calcio nel sedere, cosa che qualsiasi donna di riguardo avrebbe riservato ad un impiccione, ma anzi è ben disposta ad aprirsi ad uno sconosciuto, visto e considerato che anch’ella è sola, nel suo mondo familiare. Non nasce una tresca ma una certa amicizia, fatta di passeggiate e chiacchierate, e così l’ottico viene a sapere che la donna è sposata col dottor Prothero, un medico, e che Guy, suo figlio, è lì, a Brighton, per curarsi e riposarsi, in vista di riprendere l’attività scolastica presso un istituto privato. E’ l’ultima moglie del dottore, che ne ha cambiate alcune. Questa strana condotta, e l’aver scoperto che a sua volta il dottore corteggia la bella rossa figlia del Colonnello Wittingham, una ragazza giovane, e che per avere possibilità maggiore di incontrarsi con la giovane, con la scusa di curare un preteso nervosismo della moglie, la cura propinandole una dose di sonnifero, convince Moscrop di stare all’erta. E chiede alla donna di fargli avere un campione del liquido che le viene propinato di sera, al fine di farlo analizzare.
Il giorno dopo, quando dovrebbe incontrarsi con la donna  per rivelarle se si tratti di veleno oppure no, gli si presenta dinanzi la bambinaia, che lo mette al corrente degli ultimi spostamenti del suo padrone e della rossa Wittingham, e anche dei suoi “corteggiamenti” alla signora Prothero. Una serva non certo solo licenziosa, ma anche furba.
E’ la sera dei fuochi artificiali, offerti alla cittadinanza per festeggiare l’arrivo in città di un reggimento dell’esercito.  Moscrop avrebbe detto alla dama che il liquido era una dose estremamente blanda di cloralio, un farmaco per addormentarla e farla rilassare.
Qualche giorno dopo, per un caso, un visitatore dell’acquario vede, al di là del cristallo della grotta dei coccodrilli, una mano femminile, mozzata all’altezza del polso. L’esistenza di residui di sabbia, convince la polizia a effettuare scavi sulla spiaggia al fine di ritrovare le parti mancanti di un corpo femminile al cui apparteneva la mano, per trovare alla fine, avvolti in pagine di giornale, i pezzi di un corpo femminile, al cui manca però la testa e qualche altro pezzo.
Il fatto di aver trovato anche una giacca di foca, posseduta dalla vittima, dalla quale un bottone saltato era stato ricucito in seguito, convince Scotland Yard, di cui son stati inviati sul posto il sergente Cribb e l’agente Thackeray, in seguito alle prime indagini svolte, che tutto giri intorno alla famiglia del dottor Prothero, e che i pezzi della donna ritrovati sotto 30 cm di sabbia, non siano appartenenti ad una prostituta fatta a pezzi con una mannaia, come suggerisce il buon giovane Guy, ma a persona conosciuta. E’ lo stesso Moscrop che si ricorda come un bottone era saltato durante una sua passeggiata assieme alla signora Prothero, dalla giacca di foca, e avendo ritrovato la polizia in un manica della giacca un foglietto con una ricevuta per analisi chimica di cloralio, è chiaro che il cadavere sia quello della signora Prothero.
Il sospettato numero uno diventa il marito, che ha però un alibi inattaccabile, avendo passato la notte del delitto assieme alla signorina Wittingham; e lo stesso Guy, che ha rivelato di aver passato la notte a casa della matrigna, ha l’alibi convalidato proprio da Moscrop; rimarrebbe la bambinaia, che secondo il marito della donna, avrebbe accompagnato sua moglie e Jason in città, ma ella non avrebbe avuto alcun movente per uccidere la padrona; a patto che non sia Moscrop, per un interesse oscuro. Moscrop avrebbe finto allora il suo aiuto a Scotland Yard. Ma…tutto cambia quando Moscrop, avendo osservato un contegno sospetto del dottor Prothero, convinto che quello nasconda qualcosa, lo segue fuori città, tanto per scoprire che si incontra con una donna, sua moglie. Che allora non è affatto morta.
Il dottore ha con sé uno zaino che ha passato a sua moglie e che poi viene sequestrato dalla polizia: contiene gli abiti di..Bridget. E’ lei la vittima. Tutto cambia allora!
Chi è l’omicida?
Il bello è che allorchè il sergente Cribb lo avrà inquadrato e starà per arrestarlo, l’omicida verrà a sua volta ucciso. E scoprire il secondo omicida sarà maledettamente difficile e soprattutto difficile da dimostrare che si sia trattato di omicidio, in quanto mascherato da crisi asmatica.
Bellissimo romanzo, lo diciamo subito. Affascinano le sue descrizioni di luoghi, tempi e persone appartenenti a tempi lontani. Lovesey ha una caratteristica, che è peculiare anche di Doherty: quando inserisce una storia in un contesto diverso da quello contemporaneo, ha la particolarità di renderlo familiare, tanto questo ambiente è ben descritto. E per togliere quella patina di vecchio, riesce a stemperare le varie atmosfere con una certa dissacralità, con battute e uno spirito tipicamente inglese. Se vi sono colonnelli e disciplina, ci saranno anche figlie che finiscono a letto con signori attempati, mogli che allegramente tradiscono i mariti e mariti che tradiscono le mogli, bambinaie e cameriere che invece di stare con bambini, finiscono per  farli, accompagnandosi a stallieri e autisti. Il tutto in un turbillon di situazioni e vicende che affascina e diverte. Come detto, le prime sessanta-settanta pagine sono invece piatte,  e anche difficili da leggere. Bisogna aspettare e avere pazienza: del resto lo stile rispetta anche il personaggio o i personaggi trattati. La prima parte del romanzo infatti è dominato da Moscrop che è un tipo ordinario, preciso, pignolo, e quindi anche la parte narrativa dominata da lui lo è; quando invece arrivano Cribb e Thackeray, due tipi frizzanti e per nulla ordinari, che anche coi modi contrastano palesemente con le convenzioni (Cribb che fa strage di bomboloni e che mangia mentre parla, opposto per esempio al dottor Prothero, l’immagine dell’educazione e della signorilità), ecco che comincia la seconda parte (non esiste una differenza tra parti nel romanzo, ma tra capitoli, eppure si nota fortissima e nettissima la cesura tra la prima e la seconda, proprio perché la prima parte che è quella in cui anche si consuma il delitto è volutamente più plumbea, mentre nella seconda, in cui il delitto è stato già consumato, si assiste ad un rilassamento dell’atmosfera che diventa talora anche ridanciana. Per esempio quando Cribb per agganciare Prothero che utilizza una sauna pubblica, arraffa il telo da bagno del primo sostenendo poi che sia il suo, e questo solo allo scopo di scusarsi successivamente e di avere l’occasione di offrirgli un pranzo per scusarsi, così da agganciare lui e il figlio, e interrogarli in modo informale.
Non sfuggirà a chi volesse procurarsi il romanzo, inserito anche in uno Speciale del Giallo di qualche anno fa, come Moscrop ricalchi l’atteggiamento dell’uomo in carrozzella che scruta i suoi vicini con un binocolo, protagonista del racconto di Cornell Woolrich, It Had to Be Murder, da cui fu tratto il film famoso di Alfred Hitchcock, “La finestra sul cortile”. L’atteggiamento dei due è molto simile: c’è la volontà proprio di impadronirsi della realtà altrui, di insinuarsi nella quotidianità attraverso il binocolo, una sorta di feticcio, più che scrutare dal buco della serratura. In Moscrop non c’è il piacere voyeuristico di guardare di nascosto una donna spogliarsi, ma guardare una donna con occhio interessato ma vigile, commentare e riflettere sul perché qualcuno inquadrato dal binocolo si comporti in un modo anziché in un altro. Ci si aspetterebbe ad un certo punto che fosse proprio lui a scoprire il cadavere; invece tocca lui osservare le evoluzioni amorose di un quindicenne e di una bambinaia ventenne, in costumi castigati primo novecento, nel mare, e chiedersi che ci faccia quel bambino lì vicino. E poi insinuarsi nella vicenda di una donna tradita dal marito e addormentata da lui ogni sera, allo scopo di procurarsi il tempo per adescare e corteggiare un’altra, così da carpirne l’amicizia. Lui e l’uomo sulla carrozzella sono uomini soli, prigionieri di una realtà che gioco forza  si è accettata, ma che nell’attimo in cui si osserva si riflette in quella degli altri. Ma sono anche degli imprestati detectives: non a caso Moscrop è il detective dilettante, imprestato, che domina con le sue osservazioni, la prima parte del romanzo; mentre nella seconda vi sono degli altri detectives professionisti, Cribb soprattutto, che risolveranno la faccenda.
Lovesey è attento al ritmo, e gli scombussolamenti si succedono senza sosta: quando ti aspetti che una cosa sia confermata ecco che poco tempo dopo un nuovo particolare la mostra sotto una luce diversa. E anche lo stesso omicidio e omicida diventano realtà mutevoli e fuggevoli .
Infine estremamente precisa tutta la esemplificazione sulle malattie asmatiche, sui rimedi e sulle varie pratiche atte a simularne gli effetti, conducendo a morte repentina.
Un libro che si legge con grande piacere.
E che nelle ultime quindici pagine si trasforma da un classico Mystery in un Thriller moto sostenuto, giacchè si deve scoprire prima quale sia il secondo omicida e poi come possa essere inchiodato alle sue responsabilità, visto che la causa di morte è il polline, di cui non si è trovata traccia, né tantomeno segni di iniezioni.
C’è pure un attimo di nostalgia a fine romanzo, quando Cribb si reca nel negozio di Moscrop per salutarlo, e poi si vede l’ottico che mette da parte in una scatola di legno un bel cannocchiale di ottone da inviare in regalo a Jason, il figlioletto di Zena Prothero, improvviso sole nella vita di grigiore quotidiano del povero Moscrop che non si è accorto come il fatto di rivolgersi a lui della Signora chiamandolo “tesoro” non era una simpatia personale, esclusiva, come lui ha pensato, ma un modo molto estroverso di rivolgersi a chicchessia.
Chi vive di speranze morirà disperato.  
E’ quello che ho pensato di Mr. Moscrop

Pietro De Palma

giovedì 15 dicembre 2016

Rufus King: Il Dramma del Florida (Murder By Latitude, 1930) – traduz. Enrico Piceni – I Classici del Giallo Mondadori N.1297 del 10 maggio 2012.


Immagino che parecchi abbiano capito che Rufus King è uno di quegli scrittori che mi piacciono molto. E non solo perché sapeva scrivere molto bene (era uno scrittore nato), ma anche perché è uno di quegli autori, che al suo tempo furono osannati, e poi altrettanto rapidamente, dimenticati. Ma se per altri autori, la cosa si può anche comprendere, nel caso suo, diventa un enigma: perché fu dimenticato?
Rufus King probabilmente io penso ( e l’ho anche scritto nel mio saggio pubblicato  anni fa sul Blog Mondadori) nei primi quindici anni della sua produzione, fu un autore altamente originale, tanto da essere copiato o almeno preso a modello, ma poi pagò il dazio ad altri autori nel frattempo saliti agli onori delle cronache librarie, mutando il tenore delle sue storie e conformando i suoi personaggi a caratteristiche altrui.
Siccome però sono tendenzialmente un romantico, amo ricordare chi è stato dimenticato, secondo me non a ragione: e quindi mi piace ricordare anche Rufus King.
Murder By Latitude, è ricordato da molti, come uno sei suoi romanzi più caratteristici ed emblematici: alcuni vi hanno ravvisato alcune caratteristiche, tipiche di un’opera gay. Su Rufus King, non si sa nulla perché era talmente riservato che, al suo confronto, Derek Smith, altro scrittore le cui notizie biografiche sono frammentarie, “era conosciutissimo”. Anche le sue foto sono poche.
La riservatezza che permea le sue informazioni biografiche probabilmente era una conseguenza della sua volontà di non lasciar trapelare nulla che potesse in qualche modo ammaccare la sua vita. Col tempo, degli articoli di critica in USA hanno contribuito a squarciare il velo che circondava la sua vita e la sua opera, rivelando come Rufus King dovesse essere gay. Infatti di indizi in tal senso ve ne sono a iosa e non  starò ad elencarli. Fatto sta che caratteristiche del genere (amicizie virili, ma non tanto) sono citate nel romanzo a più riprese per diversi personaggi maschili, anche se la più riconoscibile è quella tra Gans e Swithers (ma vi è quella accennata anche tra un personaggio e un marinaio di sala macchine).
Al di là di questo il romanzo ha quella caratteristica che è peculare di Rufus King: l’uso sapiente della tensione, che si insinua dapprima, poi diventa palpabile ed infine spasmodica, con finali sorprendenti e mai scontati. Anche qui, la suspence la fa da padrona.
Gans, il radiotelegrafista (il marconista del tempo avremmo detto) è trovato ucciso, a bordo del Piroscafo “Florida”: perché mai so dovrebbe uccidere un marconista? Per evitare che possa passare un dispaccio della massima importanza, al Tenente Valcour, della Polizia metropolitana di New York, a bordo anche lui, assieme ad altri passeggeri. Si è imbarcato perché, anche se non ne ha i connotati fisici, lui e altre autorità di polizia sanno che tra i passeggeri c’è l’assassino di Larry Lane, un riccone, ammazzato nella toilette di un locale notturno di New York e derubato. Il killer ha anche ferito gravemente l’amico di Lane, che però è sopravvissuto e ha contribuito a fare l’identikit e sottolineare i dati fisici del suo assalitore. Ora il killer è a bordo del Florida, perché vuole arrivare a Cassie Poole, ricca signora del bel mondo, precedentemente sposata in prime nozze proprio a Lane: Cassie dopo aver divorziato da Lane ( e da altri), si è risposata con Ted, un uomo molto più giovane di lei, conosciuto in spiaggia. Il killer vuole ucciderla? La ucciderà davvero? Ma perché?
Si scoprirà che Cassie ai tempi del suo primo marito, aveva adottato per breve tempo una bambina, Toody, che poi aveva, all’età di nove anni, ripudiato, assieme alla zia, pur versando un assegno annuale.
C’è un testamento che Cassie non avrebbe dovuto fare, a favore del suo nuovo marito, che impone al killer di renderla vedova, per rendere nullo l’ultimo testamento, ed invece re-invalidare il precedente. A Valcour spetta una delle indagini più difficili della sua carriera: scoprire l’assassino, in mezzo a falsi sospetti, a sparizioni strane di oggetti (un ditale d’argento, un lungo ago e delle forbicine da ricamo calamitate, della pece), a reticenze, tra contrabbandieri di gioielli e falsi personaggi identificati, mentre il piroscafo è abbandonato a se stesso, in mezzo al mare.
Il finale è veramente a sorpresa: per certi versi, è molto simile al finale catartico di Il Caso dei Fratelli Siamesi, di Ellery Queen, altro autore (due cugini) vandiniano, come Rufus King. Alcuni critici sostengono (io penso che possano aver ragione) che il nome Queen potrebbe essere la risposta a King (Rufus. Daly sarebbe venuto più in là). Del resto Rufus King non si sa nemmeno poi del tutto se abbia seguito di poco, con il suo primo personaggio, Reginald De Puyster, il Philo Vance di Van Dine, o se da questi sia stato copiato, tanto contemporaneamente i due uscirono nel 1926.
Nel romanzo dei Queen, Ellery ed il padre sono in una villa, dove si consuma un’oscura tragedia, che si trova in cima ad una sporgenza montuosa, mentre al di sotto le fiamme divorano i boschi e sono lì quasi per aggredire la casa; qui i personaggi sono su un piroscafo che si trova in mare, che è isolato in mare (perché il marconista è morto), e il cui timone è stato danneggiato e la cui strumentazione (la bussola) è stata volutamente alterata, in modo che vada alla deriva, sino a che non si infrangerà sugli scogli: qui il finale catartico è lo schianto sugli scogli (che consente al piroscafo di incagliarsi), mentre fino a quel momento ci si è interrogati (Valcour, il capitano Sohme e..il lettore) sul perchè il cielo che dovrebbe mostrare la rotta, non è quello solito: le stelle non sono quelle che il capitano ha visto tante altre volte; lì era la pioggia che salvava la villa dal fuoco, che per tutto il romanzo aveva fatto da sfondo sempre più presente, al dramma della villa. In entrambi i casi, i personaggi dei drammi si salvano; in entrambi i casi, gli assassini si suicidano.images?q=tbn:ANd9GcQFSNduXnj04ZvZocoorleAPMn6-yqYttjaw2HF7_pPFs2Jbj3lyg
Non si capisce chi possa essere l’assassino o l’assassina (è la grandezza dello scrittore), sino a pochi righi dalla fine, perché Rufus King, nasconde e dissimula a suo piacimento gli indizi, generando tensione, modificandola e accrescendola, attraverso svariati interventi: per esempio quando fa notare ad uno dei personaggi, come Dumarque insolitamente per la sua altezza, porti i tacchi alti. I capitoli sono volutamente assai brevi, così da fratturare a più riprese il discorso; vengono presentati volutamente dei falsi sospettati, così marchianamente da far più volte riflettere: ma perché lo fa? Se davvero lo sono, perché li fa già scoprire? E se non lo sono, perchè li evidenzia?
L’omicida è un grande attore, ha una volontà forte, generata dall’odio, dal risentimento e dall’avidità. E quindi il finale sarà tragico.
E vengono presentati degli oggetti trafugati, alcuni dei quali vediamo che hanno attinenza con uno degli assassini, ma altri no:  a cosa servono? Servono a generare tensione, perchè porteranno a degli imprevisti della trama, che agiranno da sfondo all’azione vera e propria.
Prima l’assassino è uomo, poi si sa che è donna, poi che potrebbe essere una donna travestita da uomo, poi altro; prima si dice che l’asssino quando era bambino era bambina e stava con una nutrice, poi che la nutrice era sua zia, poi che questa somiglia stranamente ad un certo personaggio della rosa dei sospettabili, poi.. insomma una serie di falsi sospettabili che generano scompiglio.
Mani affusolate maschili, mani e torsi villosi virili, amicizie etero e gay, uomini dal viso femmineo, donne dalle espressioni dure maschili, uomini che usano tacchi alti, come le donne: si potrebbe dire che questo romanzo, sia un classico dell’ambiguità.
Per certi versi, la nave isolata in mezzo al mare, su cui sono perpetrati due omicidi (il secondo, quello con l’ago, richiama di nuovo un Ellery Queen della serie di Drury Lane, solo che lì l’ago è intinto nel curaro mentre qui è inserito a forza nella nuca e spezzato dentro), prefigura una specie di Camera chiusa allargata; e gli elementi che si scatenano sul mare, se accelerano la tensione, servono anche a isolare l’azione a bordo della nave, e a impedire che l’assassino possa mettersi in salvo (assieme agli altri, s’intende). E la presenza di latitudini diverse, ognuna a intitolare un diverso capitolo, sta a significare che la nave pur muovendosi, è indiduabile solo a mezzo del calcolo della latitudine e non già attraverso altri mezzi, per cui propriamente è isolata in mezzo al mare. Il ricorso alle varie latitudini, serve anche a concentrare ancor più l’attenzione del lettore sugli eventi a bordo del piroscafo. Del resto il tiolo originale del romanzo è Murder By Latitude. Questa simbologia tuttavia, che nell’edizione delle Palmine , esisteva, successivamente è stata abbandonata, come spesso accaduto nel passaggio da I Libri Gialli a ristampe Mondadori posteriori; e anche nel romanzo in edicola in questi giorni (maggio 2012), manca, secondo me, in maniera inappropriata.
Per il resto…un capolavoro.

Pietro De Palma