giovedì 6 aprile 2017

Andrew Garve: Un alibi di troppo (Frame-Up, 1964) – trad. Paola Garini -I Classici del Giallo Mondadori N.1271 del maggio 2011



L’autore del romanzo la cui copertina è indicata, Andrew Garve,  non si chiamava così in origine, giacchè esso era solo uno pseudonimo, al pari di Roger Bax e Peter Somers: il suo nominativo vero era invece Paul Winterton, ed era un giornalista specializzato in economia. Al suo attivo parecchi romanzi anche di spionaggio, e vari di essi incentrati sulla Russia, di cui era un discreto conoscitore, favorito anche dalla conoscenza di varie lingue straniere.
Mondadori ne pubblicò alcuni di romanzi: questo, “Un Alibi di troppo”, Frame-Up, è del 1964, pubblicato in Italia solo due anni dopo, l’11 settembre del 1966, nella collana Il Giallo Mondadori, col numero 919.
Il romanzo snocciola la storia del pittore John Edward Lumsden, ricco e felice ma complessato, che viene ritrovato morto, strangolato, a casa sua. Dopo il suo assassinio, spunta un testamento in base al quale a contendersi la bella cifra di 200.000 sterline, 100.000 procapite, sono il nipote Michael Ransley, dipendente del Foreign Office, e l’amico e protetto George Otway, che con l’aiuto di Lumsden ed anche il suo sostegno economico ha avviato un’attività di mercante d’arte. Nessun altro parrebbe ricavarci nulla dal suo assassinio; neanche la bella Kathie Bowen, governante di casa Lumsden, e segreta fidanzata di Lumsden, che proprio con lui si sarebbe dovuta sposare di lì a 15 giorni.
E’ evidente quindi che l’attività investigativa concerne esclusivamente i beneficiari dell’eredità, e già in questo notiamo una certa limitazione del numero dei sospettati, due al momento, che ovviamente ha una ricaduta sulle stesse aspettative del lettore: una cosa è leggere un romanzo in cui i sospettabili sono un certo numero, e altra cosa è leggerne un altro in cui sono solo due, almeno all’inizio.
L’indagine, condotta dall’ Ispettore Capo di Scotland Yard, Charles Blair, e dal suo sergente maggiore, Harry Dawson, ben presto sbatte contro i due alibi prodotti dai due beneficiari: uno, quello di Otway, si basa sulla testimonianza del suo dipendente James Whybrow, che assicura di aver telefonato al suo datore di lavoro a casa sua, dal Northern Hotel di Edimburgo, addebitandogli il costo della chiamata, per comunicargli l’esito di un’asta (testimonianza confermata da altre persone presenti nell’Hotel, e dalla centralinista, che ha sentito distintamente il dialogo telefonico tra due persone, il trasmittente ed il ricevente); l’altro si basa su una certa telefonata che Michael Ransley dice di aver ricevuto, proveniente da un ospedale in cui egli è donatore di sangue, che lo allertava in merito ad una emergenza, visto che lui è portatore di un gruppo sanguigno raro: ma, una volta recatosi in quel posto, nessuno del personale medico, infermieristico e delle suore afferma di averlo chiamato: uno scherzo di pessimo gusto o…altro?
In realtà dei due alibi, questo è il meno potente, tanto più che Michel Ransley avrebbe potuto avere dei motivi di rancore nei confronti dello zio, visto che quest’ultimo non accettava per il nipote l’unione con la giovane e bella tedesca, Irma Felding, figlia di un giudice, con un passato nazista; e l’Ispettore cerca in tutti i modi di scalfirlo, non riuscendoci. In più accade una cosa che sembra destabilizzare l’indagine: tra i vetri rotti di un portaritratti trovati vicino al cadavere, si trova un’impronta di Otway: tuttavia la circostanza che dovrebbe incriminarlo, finisce per farne una vittima, quando si scopre che i frammenti di vetro insieme formano un lato che è incompatibile con quelli del portaritratti. Insomma qualcuno vuol far incolpare Otway dell’assassinio dell’amico: Ransley? Tuttavia c’è anche da mettere a fuoco il fatto che qualcuno ha chiamato con l’inganno Ransley all’ospedale: una messinscena oppure c’è qualcuno che vuol fargli del male, per es. Otway?
Insomma, Blair deve cercare di smontare i due alibi, ma non vi riesce; e a quel punto è portato persino a considerare che i due abbiano potuto commettere l’assassinio assieme, o almeno coprendosi e inquinando le prove e creandone altre false, vicendevolmente.
Ma proprio in questo momento ecco un nuovo accadimento che rivoluziona il tutto: l’Ispettore viene a sapere dalla sorella di Kathie Bowen, che il futuro marito di Kathie, poi assassinato, avrebbe intestato alla futura moglie i propri soldi, sostituendo il precedente testamento da un altro, olografo, nascosto nel cassetto segreto di un mobile: in questo modo, ai due sospettati viene ad aggiungersi anche la bella Kathie, che avrebbe potuto anche desiderare di sbarazzarsi del futuro marito, acquisendone l’eredità senza doverlo sposare; ed il tutto viene messo in discussione.
A questo punto però finiscono le novità ed il romanzo prende una china obbligata che si concluderà con l’individuazione dell’omicida.
Il romanzo è fresco, anzi in talune sezioni è addirittura frizzante, e così pure molto fluido lo stile: Garve per accendere l’interesse del lettore e mantenere uno stato costante di tensione, individua un modus agendi interessante: innanzitutto, inquadrando in un capitolo troppo lungo, una causa dell’appiattimento dell’interesse del lettore, crea delle sezioni molto corte, anche solo di due pagine, in cui molto spesso scrive l’essenziale; inoltre, nel momento in cui crea questi capitoli così succinti, li collega non da un filo consequenziale, ma secondo piani di azione diversa, che si intersecano, divergono e si toccano, creando così fratture sia temporali che di ritmo, e nello stesso tempo accelerandolo dal cambio di registro. E’ sicuramente un tipo di narrativa di origine prettamente giornalistica, basata su una presentazione dei fatti che rimanda immediatamente alla realizzazione di un articolo su giornale.
Tuttavia, mi pare di inquadrare anche delle pecche, più di natura squisitamente narrativa. Infatti Garve, crea un classico romanzo alla Crofts, basato sull’analisi minuziosa degli alibi al fine di smontarli: nell’azione investigativa, il segugio, non è un investigatore che si trovi opposto all’azione della polizia, bensì proprio un poliziotto. Il lettore pertanto vede dall’inizio, lo svolgimento delle indagini, passo dopo passo, le congetture e le contro-congetture, in quello che mi pare quasi un procedural, direi un procedural annacquato. Comunque che sia un procedural annacquato o altro, al romanzo manca un elemento di tensione nella mancata contrapposizione dell’azione investigativa della polizia rispetto a quella dell’investigatore principe: qui invece, l’indagine scorre su un binario unico. Inoltre, l’indizio del vetro rotto, ad un lettore smaliziato può parere subito quello che verrà svelato alla fine.
Ma, la cosa che, secondo me, toglie qualcosa di importante all’atmosfera del romanzo, è il fatto che non venga creato nessun colpo di scena finale: in altro modo, ciò significa che l’individuazione del colpevole avviene circa trenta pagine prima della parola fine all’ultima pagina, e nelle successive trenta pagine, se ancora qualcuno potrebbe sperare che avvenisse un qualche accidenti che potesse riaprire i termini della questione accendendo l’interesse a favore di un finale pirotecnico, deve amaramente ricredersi, giacchè nelle restanti trenta pagine, viene solo spiegato come il muro dell’alibi sia stato spezzato.
In altre parole, è come se qualcosa ad un certo punto si fosse inceppato, dico io, nella costruzione fantasiosa del romanzo: certo, però, basarne uno solo su due possibili assassini è alquanto rischioso, e così ad un certo punto l’autore deve necessariamente aver pensato a rimpolpare il parco dei possibili assassini, anche con la bella Kathie Bowen, prima fidanzata inconsolabile e poi fredda.
Nonostante ciò, il finale, così si presenta piuttosto appiattito. Anche perchè, pensandoci sopra, aver scritto un romanzo basandolo sull’analisi degli alibi di due soli sospettati, se da una parte fa sì che l’indagine investigativa analizzi tutte le possibili soluzioni al fine di confermare o smontare gli alibi, dall’altra restringe notevolmente il campo dell’indagine, e quindi in sostanza riduce le possibili alternative anche sensazionali.
E la trovata, legata al telefono, oggi ci sembra alquanto risibile, visto che l’espediente usato è alquanto noto, anche se sempre in certo modo suggestivo (io c’ero arrivato parecchio prima che Blair lo rivelasse nel corso del suo ragionamento).
Al di là di ciò, è comunque un romanzo che vale l’acquisto.

Pietro De Palma

P.S.
Il titolo “Un alibi di troppo” individua anche un romanzo di C.Daly King.

martedì 4 aprile 2017

John Bingham – Mi chiamo Michael Sibley (My Name Is Michael Sibley, 1952) – trad. Vittoria Comucci – Classici de Il Giallo Mondadori N° 1295 del 12 aprile 2012



John Michael Ward Bingham non dice alcunché in Italia, eppure è un autore molto conosciuto in Inghilterra.
Di origine nobile (fu il settimo Barone Clanmorris of Newbrook), nacque nel 1908. Fu educato nelle migliori scuole e poi durante il secondo conflitto mondiale, volle arruolarsi come volontario, ma fu scartato per un difetto alla vista. Tuttavia fu arruolato nel MI5, Il Controspionaggio militare britannico, nel quale servì non solo durante la guerra, ma anche per parecchio tempo dopo, fino agli anni sessanta inoltrati.
La sua figura fu presa ad esempio da John LeCarrè per il personaggio di George Smiley.
Scrisse parecchi thrillers, gialli classici e storie di spionaggio.
In Italia è stato parecchio tradotto nei primi anni ’50 (Romanzi de Il Corriere della Sera), poi è seguito un periodo di oblio, dal quale è riemerso con la pubblicazione per Mondadori, proprio del suo primo romanzo. Alcuni suoi lavori sono stati adattati per il piccolo schermo da Alfred Hitchcock. E’ morto nel 1988.
My Name Is Michael Sibley, 1952 è una storia in prima persona.
Michael Sibley è un giornalista che è fidanzato con Kate Marsden. E’ stato amico di John Prosset, sin dai tempi dalla scuola. Strana amicizia quella con John! Più che amicizia, dovremmo chiamarla una sorta di vassallaggio, un riconoscimento della propria debolezza spirituale ed un riconoscimento della forza altrui. John gli è stato amico ma anche nemico: insomma un’amicizia strana in cui amicizia e odio hanno formato un connubio strano ma duraturo, almeno sino a quando Michael si è allontanato dall’ambiente di casa. Ma Prosset si ì rifatto vivo per caso, più tardi: i due si rivedono per caso e l’occasione fa sì che i due ricomincino a frequentarsi. Michael fa lo sbaglio di presentargli la fidanzata e allora il falso amico, per scherzo, uno scherzo di pessimo gusto, insomma per ridere alle sue spalle, gli insidia la fidanzata, non perché voglia conquistarla ma solo per il gusto di rompere le scatole all’amico. Insomma, l’amicizia o quel che sembrava, presto cede il passo al vero e proprio astio, all’odio di Michael per John e i due hanno un violento alterco.
Michael va via. L’indomani viene a sapere che John è morto in seguito all’incendio della sua villetta. Fin qui nulla di anormale, e la cosa sembra destinata ad essere archiviata come un incidente, fin quando qualcuno comincia a sospettare che l’incendio abbia coperto un assassinio.
Michael era stato dall’amico poco prima che questi morisse, e allora inspiegabilmente, per una irragionevole paura, ai funzionari di Scotland Jard, Ispettore e Sergente, recatisi da lui per interrogarlo in merito alla sua passata amicizia con Prosset, Sibley comincia a mentire. E man mano che dice delle bugie, deve inventarne altre che rendano plausibili quelle precedenti. Questo incastro traballante, lo porta anche a chiedere alla sua compagna di sostenere le sue bugie, nate anche in seguito a una sua superficialità nel lasciarsi alle sue spalle tutta una serie di azioni che lo rendono se non colpevole almeno fortemente sospettabile.
Per cui cerca a questo punto di sapere cosa possa una sua passata fidanzata Cynthia Harrison aver detto alla Polizia e ne ricava la certezza che quella ha raccontato alla Polizia delle cose che possono metterlo in cattiva luce; per di più egli inspiegabilmente ha avuto con sé da parecchio tempo un tirapugni ed ora ritiene che il possesso di quell’oggetto potrebbe arrecargli dei fastidi; infine, un altro trascurabile fatto lo fa assurgere a colpevole perfetto agli occhi di Scotland Yard: pensando che lui sia l’assassino di Prosset, la polizia pensa che di frugare tra le sue cose e così viene a sapere dalla domestica di Joh  che i suoi abiti completi non sono più 5 ma 4: quello mancante può spiegarsi con la sua distruzione perché sporco del sangue di Prosset? Scotland Yard pensa di sì, ma non sa che Michael ha regalato uno dei suoi cinque abiti, il più liso, ad un  reduce di guerra che gli ha ispirato sentimento di carità. Fatto sta che tutte queste circostanze unite alle bugie colossali che ha inventato, fanno sì che egli sia arrestato per l’omicidio dell’amico.
Sulla base di uno specifico odore, egli pensa che il socio in affari di John , che egli immagina poco puliti e legati al contrabbando, sia il vero assassino dell’amico ma non ha nulla per dimostrarlo.
Intanto si celebra il processo per omicidio a suo danno. Il dibattimento prende una piega ostile e a suo danno, e quando Sibley si dà oramai per spacciato e ritenuto di omicidio di Joh  Prosset, ecco che l’avvocato difensore di Sibley, mettendo in seria difficoltà una testimone a carico dell’accusa, la cui testimonianza era ritenuta decisiva per l’incriminazione del suo assistito, causa l’assoluzione di Sibley, la sua libertà, e il successivo sposalizio con Kate rallegrato dalla nascita di due figli.
Strano ma affascinante romanzo.
Innanzitutto il debutto di Bingham non è un classico romanzo di detection ma qualcosa di innovativo, anche per l’epoca in cui fu scritto: prende le distanze da tutti i romanzi che fino a quel momento erano stati scritti, e non propone affatto una storia in cui il fine sia l’acciuffamento del colpevole, ma invece la sua liberazione. Non è importante cioè che la polizia arresti l’assassino quanto che non becchi una cantonata arrestando e facendo condannare un innocente. Questi, da par suo però fa di tutto perché la polizia pensi che lui davvero sia il colpevole, comportandosi in un modo che dire superficiale è dire assai poco.
Sibley è uno qualunque, neanche poi uno stinco di santo (se davvero fa la corte alla prima sua “fiamma” non per trasporto emotivo ma per ben altro), ma è comunque un innocente, travolto dal peso degli eventi, che comincia a comportarsi in maniera irrazionale in quanto non ha la benché minima considerazione o fiducia della polizia. Al tempo il romanzo fece sensazione perché descriveva il modo non sempre leale delle polizia di svolgere un’indagine.
La cosa interessante della storia è che essa alla gfine non è altro che una singolar tenzone, un duello che combattono Sibley e i due poliziotti che lo braccano: lui nel dire panzane sempre più grosse e i poliziotti nel metterne in luce le grossolane velleità. Ma anche..un duello tra comportamenti: quello di Sibley di nascondere la verità, quello della polizia nel non rendere manifeste le proprie vere intenzioni. Sullo sfondo c’è un vero assassino che non viene mai sfiorato dall’inchiesta, e neanche quando Sibley scampa alla condanna che lui ritiene certa, la polizia ritiene di avviare indagini serie che portino all’individuazione dell’omicida.
Il romanzo è un devastante ritratto psicologico di quello che noi diremmo “un borghese piccolo piccolo” parafrasando un celebre film di Monicelli interpretato da Alberto Sordi, l’uomo comune che sospettato, pur essendo innocente, proprio perché sospettato finisce per costruire la rete in cui alla fine incappa: per paura di essere sospettato, finisce per esserlo davvero.
La struttura del romanzo si basa su due piani temporali che si incastrano vicendevolmente: il presente, in cui avviene l’omicidio e la relativa indagine che poi si indirizza nei confronti di Sibley; il passato, presente in forma di un flash-back prolungato, cui induge Sibley per spiegare il sentimento di vassallaggio, quasi un rapporto masochistico suo nei confronti di Prosset; e le sue donne.  Ogni volta che lui mente alla Polizia e ritiene di aver finalmente dissolto i dubbi, la trappola si stringe; e ogni volta che la tenaglia parrebbe riaprirsi, ad una nuova bugia, si stringe ancor di più. Ed è il suo inconscio a guidare le azioni dei due poliziotti: è come se Sibley cercasse inconsciamente di essere incolpato per pagare il fio delle proprie azioni, per essersi comportato in maniera indegna con Cynthia che ha trattato sino a quando la sua compagnia non si è trasformata in un qualcosa di veramente serio (per lei).
Capolavoro di introspezione psicologica, il romanzo è narrato in prima persona: proprio la mancanza di un’azione narrante impersonale in terza persona, conferisce al discorso la qualità di una riflessione profonda, intima, quella che chiunque di noi potrebbe avvalorare trovandosi nella stessa situazione di sospetto: il ritmo serrato, e privo di pause, l’attesa di nuove bugie, che puntualmente vengono presentate , rende la lettura quantomai tesa, con una tensione molto hithcockiana. Non a caso molti soggetti di Hitchcock riguardano non tanto il colpevole da acciuffare, quanto l’innocente da salvare, che è poi il motivo dominante di questo straordinario romanzo: una corsa contro il tempo, di cui si crede di conoscere l’ineluttabile fine, e che invece riserva un finale dolce. Senza però che l’assassino di Prosset venga acciuffato.
Perché il cattivo per antonomasia qui, non è il colpevole ma la vittima, l’assassinato. E quindi, in ultima analisi, la fanno franca, sia il falso colpevole che il vero.
Se dovesse essere rivelata la morale del romanzo, questa sarebbe la seguente: conviene sempre dire la verità. Le bugie, quasi mai, non vengono scoperte.

Pietro De Palma

sabato 1 aprile 2017

Ngaio Marsh : Il guanto insanguinato (Death at the Dolphin, 1966) – traduz. Lia Volpatti – I Gialli di Qualità Rizzoli N.15 dell’ 11 settembre 1975.

Quando lo trovai, tempo fa, in una libreria antiquaria, venduto ad un euro, avevo già letto qualche recensione di lettori cui non era piaciuto. Ma si sa “De gustibus non disputandum est” e quindi..contemplavo anche la possibilità che il libro in realtà sarebbe potuto piacermi.
Non so, ma evidentemente anche il fatto che fosse un romanzo di Ngaio Marsh, fece il resto, e così lo acquistai.
Non l’ho preso in mano fino agli inizi di luglio, quando, per 9 giorni, sono stato su una spiaggia anche sotto un ombrellone: devo dire alla fin fine che aver acquistato il Marsh, è stato una scelta azzeccata.
Ngaio Marsh, neozelandese, è stata una scrittrice di grande talento e di gran gusto, molto raffinata nella sua scrittura, che ha privilegiato nei suoi romanzi le atmosfere pittoriche e ancor più teatrali, conseguenza del fatto che lei stessa per gran parte della sua vita è stata un’apprezzata regista teatrale, avendo ancor prima studiato pittura, e che solo nel tempo che le avanzava scriveva polizieschi; nonostante ciò, in un periodo che va dal 1934 con da A Man Lay Dead al 1982 con Light Thickens, ha consegnato alle stampe 32 romanzi, alcuni dei quali trattano tematiche legate agli ambienti teatrali o artistici (pittorici). Tra i primi è compreso il romanzo in oggetto, che tratta di un teatro e di una recita shakespeariana (non scordando che molte delle produzioni dirette da Ngaio Marsh erano di drammi o commedie di Shakespeare), e che nel 1967 fu finalista dell’Edgar Allan Poe Award (l’Edgar Award quell’anno fu vinto da The King of the Rainy Country di Nicolas Feeling: Come il re d’un paese piovoso, Garzanti R 66 N.12).
In Death at the Dolphin si parla di teatro e di Shakespeare; tuttavia il delitto non arriva subito, ma dopo un’ elaborata introduzione che, diversamente da altri romanzi, non serve tanto per rendere visibile al lettore una situazione di odio o invidia o gelosia che possa sfociare in un omicidio, quanto creare il presupposto perché si abbia il delitto.
Peregrine Jay, commediografo e regista teatrale, ha un sogno: salvare dall’oblio e dalla distruzione completa il Delfin, un teatro liberty che sta andando in rovina, abbandonato e rovinato dall’incuria e dal tempo. Un bel giorno vi si reca e dopo aver ammirato le forme, le sculture, la linea della platea e dei palchi e aver respirato l’aria, ora polverosa, di un grande teatro dell’epoca, riempito da una folla di appassionati un tempo, mentre ora lo è da ragni e topi, volendo provare il palco, laddove si erano esibiti attori importanti, non si avvede di un grosso buco, provocato da una bomba sganciata da un aereo tedesco, riempito ormai di acqua putrida, e vi cade dentro, senza possibilità di uscirne, con la prospettiva reale di morire annegato, senza che nessuno possa sapere che lui è lì disperato a cercare di non morire in quell’acqua fredda e puzzolente. Quando ormai le sue speranze sono svanite ed è lì intorpidite che sta quasi per cedere la propria volontà all’abbraccio della morte, una mano lo afferra e lo trae in salvo: è la mano di Vassily Conducis, un favoloso miliardario greco, proprietario del teatro, che si sente in colpa per quanto accaduto a Jay. Fatto sta che, portato a casa Conducis e lì cambiatosi, lavatosi e rifocillato, Conducis gli fa vedere una cosa estremamente rara: un guanto che si ritiene sia appartenuto al figlio morto di William Shakespeare, di cui è venuto in possesso; e gli racconta la storia legata ad esso. Jay, reso alquanto brillo dai punch che gli son stati dati per scaldarsi dopo l’avventura gelida del teatro, comincia a fantasticare, e durante un’appassionata filippica, contagia Conducis con i suoi sogni, di far rivivere il Delfin legandolo ad una commedia basata proprio sulla storia di quel guanto. Fatto sta che Conducis, quando lui è ritornato sul terreno della realtà, gli offre una possibilità più unica che rara: finanzierà a sue spese la ricostruzione del teatro, a patto che Jay vi rappresenti, con un’adeguata compagnia, una vicenda legata al guanto di Shakespeare. E in cambio, la pubblicità che verrà creata allo scopo di rilanciare il teatro, servirà anche a rendere appetibile la vendita del guanto a collezionisti stranieri: il guanto dopo adeguatata perizia, tesa a confermare l’autenticità almeno del tempo di creazione, verrà riposto in una cassaforte collegata a sistemi di sicurezza, posta all’interno del teatro.
Intanto Jay deve allestire lo spettacolo sulla base di un testo che lui stesso ha inventato, ma gli attori che formano la compagnia fanno di tutto per appesantire il suo compito: tra capricci da prima donna di Gertrude Bracey e scocciata voglia di ripetere le parti fino alla perfezione da parte di Marcus Knight, tra punzecchiature continue di Hartly Grove, e patriottica rivendicazione del cimelio del guanto all’Inghilterra da parte dello scenografo e amico di Peregrine, Jeremy Jones, le prove dello spettacolo che deve essere allestito vanno avanti. Ma ben presto soprattutto Marcus e Hartly arrivano ai ferri corti per reciproci affronti: una notte qualcuno ruba il guanto e nello stesso tempo uccide il guardiano e tenta di uccidere l’attore più giovane della compagnia, che normalmente impersona il figlio piccolo di Shakespeare, quello cui viene regalato il guanto e che poi muore: il bello è che anche nella realtà il ragazzo rischia di dipartire affrettatamente, cadendo (lanciato o inciampato per errore dopo una lotta con l’assassino) da una balaustra. Il fatto strano è che il guardiano aveva addosso un cappotto a riquadri marroni che gli aveva regalato proprio Hartly: si insinua quindi il dubbio che qualcuno abbia ucciso il guardiano avendolo scambiato per Hartly Grove.
A questo punto entra in scena Sir Roderick Alleyn, Sovrintendente di Scotland Yard, che dovrà investigare in un ambiente in cui spesso gli attori continuano a recitare anche nella realtà di tutti i giorni, sondare anche i più piccoli particolari, e arrivare alla fine all’individuazione dell’assassino, che sarà ancora una volta il meno probabile : sarà uno degli attori, o lo scenografo? O forse sarà lo stesso Conducis o la collezionista americana Constantia Guzman sotto mentite spoglie?
Dopo una caccia al topo, con numerosi colpi di scena, l’individuazione del colpevole arriverà in virtù di un piccolissimo particolare, che sfugge all’attenzione ma che ha un valore fondamentale per la soluzione finale, anche se il movente verrà rivelato alla fine ed sarà anch’esso una sorpresa.
Quello che si nota immediatamente, leggendo il romanzo, è che l’atmosfera teatrale non è finta, non è stata inventata da chi non conosce quel mondo, ma è stata costruita basandosi su tante esperienze personali: i rimbrotti, gli screzi, le rivalità, le invidie, le gelosie tra attori, sono resi con grande maestria, da chi probabilmente li viveva quotidianamente. Inoltre, l’attaccamento a quel mondo è reso in maniera intensa: si sente l’amore per il teatro, unito ad una voluttà che può essere capita da chi vive una passione per qualcosa: quando Peregrine è nel teatro in rovina e immagina come quel teatro sarebbe dovuto essere, vede con gli occhi della mente i palchi, il palcoscenico, la galleria, i corridoi, le pitture, le sculture lignee, i marmi, è come se li stesse vedendo in quel momento Ngaio, perché Peregrine Jay regista teatrale è Ngaio Marsh regista teatrale. Solo che Ngaio è anche scrittrice, e così state pure sicuri che Peregrine non sarà certo l’assassino; e che in fin dei conti, accanto a Roderick Alleyn, sarà il personaggio più vivido e più simpatico, fra tutti quelli presentati.
E’ questo che rende il romanzo una lettura estremamente appagante e per niente noiosa.
Inoltre Ngaio Marsh si conferma scrittrice di razza e di finissimo gusto nella costruzione del plot, invero piuttosto complesso: non è affatto semplice individuare il filo di Arianna in questo intricato labirinto di odii e bugie. Man mano che si snocciola l’indagine, si assisterà a rivelazioni che possono avere una propria importanza come pure possono non averla; oppure possono addirittura imbrogliare le carte, oppure possono ordinarle. Basta solo inquadrare l’indizio determinante, tra i tanti forniti, e si avrà la soluzione: solo che non sarà per nulla facile superare Ngaio Marsh in quanto ad acutezza!
Non aggiungo altro perché questo è un romanzo da leggere e da gustare. E si tenga presente che è un romanzo del 1966, cioè quando la Marsh aveva 71 anni: eppure fa specie che tutto sia così fresco e immediato, anche se velato da una melanconia struggente.
Una riscoperta.

Pietro De Palma