Da oggi, come promesso ai miei lettori a amici su Facebook, il mio blog avrà un nuovo titolo e un nuovo indirizzamento: "Ecco il colpevole!". Questo perchè, come già accennato, il mio blog storico La morte sa leggere da alcuni giorni, non per mie responsabilità, prima era scomparso dal web e ora pur ritornato visibile, continua a non essere aggiornabile.
Pertanto ho deciso di congelarlo e permettere per qualche tempo ai miei lettori di continuare a poterne leggere i post, ripromettendomi di trasferire tutto il materiale su un altro blog, questa volta su piattaforma Google. A quel punto il primo blog sarà come morto. Continuerà a vivere forse o se avrò la liceità, lo cancellerò.
Tuttavia ho dovuto anche contemporaneamente mutare il nome dell'indirizzo web del precedente blog Google che aveva il nome del blog Virgilio (in quanto ne era un clone, pensato e realizzato per raggiungere fasce di lettori diversi da quelli Virgilio: in sostanza, accade anche se non sempre, che i lettori di una piattaforma non siano quelli di un'altra) perchè, come fattomi rilevare da alcuini conoscenti, essendo inattivo l'altro blog su piattaforma Virgilio, non si sarebbe capito più quale fosse il blog di riferimento.
E quindi ecco la decisione di creare un nuovo blog, cambiando però indirizzo e titolazione di quello precedente, e conservando così i contenuti che altrimenti avrei dovuto trasferire su un nuovo blog, con dispendio di tempo.
Cercavo un titolo ad effetto: avevo pensato a "Signori, il gioco è fatto !" dal titolo italiano di un famoso romanzo di S.S. Van Dine, ma la titolazione come indirizzo web non era accettata. E anche "Je t'accuse". "Ecco il colpevole !" invece sì, ed è un titolo ad effetto che richiama la soluzione di ogni romanzo GAD che si rispetti. E quindi a ben donde diventa il titolo del mio blog.
Tra i prossimi articoli, quello su "Nebbia Rossa" di Paul Halter !
Non mancate !
Pietro De Palma
Mystery, Thriller, Hard-Boiled, Avventura, dalla GAD ad oggi. Sotto la lente di ingrandimento romanzi e racconti (anche Camere Chiuse e Delitti Impossibili)e saggi di critica.
domenica 2 dicembre 2018
sabato 1 dicembre 2018
Ngaio Marsh : Ricevimento col morto (False Scent, 1959) – trad. Mario Lamberti – I Gialli Garzanti “Le tre scimmiette” N. 198 del 1961; I Classici del Giallo Mondadori N.914 del 2002
Pubblicato nel 1959 per la prima volta,
il New York Times nella sua rubrica di recensioni librarie definì il
romanzo di Ngaio Marsh False Scent una “delightfully witty and vivid novel of the London theatre”.
E’ il ventiquattresimo romanzo con protagonista Sir Roderick Alleyn, di origini nobili, prima Ispettore e ora Sovrintendente di Scotland Yard. E anche questa volta, come in altre passate, ha a che fare con un delitto maturato in una comunità teatrale.
Mary Bellamy è un’attrice di teatro molto nota, che recita con un contratto esclusivo, per la Compagnia di Marchant. Il marito, Sir Charles Templeton è maggiore azionista della società di Marchant, ed è lui che in un momento di difficoltà della Compagnia, immediatamente dopo il secondo conflitto mondiale, è venuto incontro a Marchant sorreggendone le possibilità e permettendo alla sua compagnia di reagire ed affermarsi. E Mary Bellamy recita solo per loro.
Il giorno del compleanno di Bellamy, viene organizzata una sontuosa festa a casa sua e oltre a molti invitati importanti della finanza e dell’aristocrazia, vi sono gli amici più stretti: il regista Timon Gantry; il costumista Bertie Saracen; l’attrice più giovane e partner sulle scene di Bellamy, Pinky Cavendish; il figlioccio di Bellamy e Templeton, Richard Dakers, commediografo; la sua fidanzata Anelida nipote di Octavius Brown, antiquario e libraio, e il colonnello Warrender, amico intimo dei Templeton. Tuttavia il Fato bussa alle porte, perché proprio in quel giorno in cui tutto dovrebbe andare bene… Bellamy prima litiga con Bertie e Pinky nella serra, dopo che lei gli ha regalato il costosissimo profumo “Indifesa”, per ragioni di gelosia (Bellamy vuole essere la Prima Donna della compagnia e non permette che altre possano insidiare la sua posizione di prestigio e predominio nella Compagnia e al tempo stesso pretende che tutti anche i costumisti debbano vestire bene solo lei), poi litiga con Timon, Richard e Anelida, quando viene a sapere che l’ultima commedia scritta da Richard non è stata come le altre dedicata a lei, ma alla fidanzata ed è lei che dovrebbe recitarla, mentre regista ed impresario si darebbero da fare per farla affermare: anche questi passi vengono intesi come un tradimento ed una congiura, per cui bene preso l’atmosfera si arroventa e Anelida e lo zio vengono messi alla porta: se ne va Richard, accompagnando la ragazza e lo zio, e tutti gli altri manifestano segni di insofferenza nei confronti di Mary.
La festa va avanti, e tra i flash dei fotografi ufficiali e i cocktails preparati dai barman, la tragedia si consuma: poco prima dell’apertura dei regali, Florence, la cameriera personale di Mary, grida che la padrona sta molto male e chiede un medico: l’ha trovata per terra agonizzante ma ancora viva. Il tempo che arrivi un dottore presente in sala, ancora brillo, e la tragedia è finita: Mary Bellamy viene ritrovata morta, con il volto distorto in una smorfia orribile, con la lattina dello Slaypest, un insetticida estremamente efficace ma anche estremamente pericoloso, vicino. Sul volto, sul vestito, dappertutto, tracce e rivoli di insetticida, come se la morta se lo si fosse spruzzato per disattenzione addosso. Ma è evidente che questo non sarebbe potuto mai accadere perché Mary era innamorata di se stessa: piuttosto l’avrebbe spruzzato addosso ad altri. L’Ispettore Fox, subdorando qualcosa, chiama immediatamente il suo diretto superiore e amico, il Sovrintendente Alleyn, che comincia col conoscere l’ambiente e poi prosegue interrogando i presenti, mentre Fox si occupa invece della servitù. Emerge che pochi istanti prima che venisse udito dalla governante Old Ninn e dalla cameriera Florence, prima un sibilo e poi un tonfo, era uscito di corsa dalla camera della madre adottiva Richard visibilmente scosso, che poi era scappato via di casa.
E’ inevitabile che i sospetti si appuntino su di lui, anche se non ci si capacita per quale motivo avrebbe ucciso la tutrice; e soprattutto come, visto che dopo la sua andata via, la madre era rimasta avvelenata, e non prima. Tuttavia ben presto Alleyn deve cominciare a districarsi da una foresta di bugie, di mancate ammissioni e di strani comportamenti: innanzitutto benchè prima fossero molto intimi, dopo il ricevimento e prima della morte di Mary, Warrender e Richard da una parte e Templeton dall’altra rifiutano di vedersi in faccia; Old Ninn sospetta di Florence e Florence sospetta di Old Ninn; Florence sospetta anche e soprattutto di Richard; Gantry, Cavendish e Saracen sarebbero esclusi perché erano innanzitutto d’abbasso e per di più non avevano conoscenza degli ambienti della casa; Templeton dopo la morte di Mary ha un collasso e il dottore che aveva rilevato la morte di Mary, il dottor Harkness, che è il medico di Templeton , lo assiste perché non abbia altri più pericolosi attacchi di cuore.
Ci sono poi delle cose che non capisce: sulla toeletta viene ritrovato un mazzetto dio violette, fiori che la morta detestava, e nessuno degli invitati afferma di aver portato, perché tutti sapevano che non piacevano a Bellamy; prima che la morte arrivasse, è stata udita la frase “Il che ti dimostra quanto ti sbagli. Te ne puoi andare quando ti piace e più presto lo farai meglio sarà” pronunciata ad alta voce dall’attrice in modo che tutti sentissero: ma a chi era rivolta?
In più una delle due donne di servizio afferma che il vecchio Templeton è entrato in un certo momento, mentre la moglie era già morta, nella loro camera da letto, cosa che lui si è scordato di dire, per fare qualcosa in bagno (probabilmente per usare il WC), dato che la cameriera ha sentito il rumore del lavandino.
Viene ritrovato nello studio la carta copia di una lettera di Richard che lui si ostina a negare di avere scritto e che Roderick Alleyn ricostruisce con il suo acume; nello studio di casa viene ritrovato un volume sui veleni, in cui è segnata l’informativa sullo Slaypest; Mary Bellamy, prima di scendere giù dagli invitati si era fatto spruzzare addosso il profumo che le aveva regalato Pinky, in gran quantità non dal marito, ma da Warrender, di fronte a lui: perché? Perché Warrender e non il marito? Inoltre, perché sulla toeletta era stato ritrovato il profumo quasi del tutto finito, quando in occasione dell’episodio appena citato, ce n’era ancora parecchio nel flacone?
E soprattutto, come è stato perpetrato l’omicidio, se di omicidio si è trattato?
E quale è stato il movente dell’omicida? Soldi? A ereditare sarebbe il marito, che purtuttavia è favolosamente ricco di suo. Gelosia? Il marito stravedeva per la moglie e le soddisfava tutti i capricci. Malvagità ? Sì indubbiamente. Ma malvagia era diventata lei, la vittima. Anche in questo caso ci troviamo infatti dinanzi ad una vittima che è più malvagia di l’ha uccisa, perché il movente qui è la rabbia, l’odio puro. Scaturito tuttavia da una manifestazione della vittima: se lei non si fosse comportata in un certo modo, se non avesse spifferato una verità tenuta troppo tempo dentro, l’assassino non l’avrebbe soppressa.
Tuttavia il quid maggiore perché si possa arrivare ad individuare l’omicida è l’arma oltre che il movente: qual è stato il mezzo usato per uccidere la donna?
Quando Alleyn capisce di cosa si tratti, lo invierà alla polizia scientifica, che accerterà consistenti tracce dell’insetticida. Ovviamente, a questo punto l’indagine andrà avanti più spedita, perché l’acquisizione dell’arma eliminerà dalla lista dei sospetti alcune persone e ne aggiungerà altre. Finchè in un colpo di scena finale, dopo che è stata data ai lettori in pasto un’altra falsa pista, Alleyn rivelerà il nome dell’assassino.
Romanzo splendido.
Mi stupisco ancora della maestria della Marsh nel riuscire a trattare in maniera tanto sapiente tanti personaggi, dando ad ognuno un suo rilievo e una sua funzione: qui, anche quelli che per la stessa azione della tragedia, e per i paletti imposti dalla sceneggiatura, non prendono parte attiva all’azione delittuosa anzi ne sono estromessi sin dall’inizio, ossia Gantry, Cavendish e Saracen, hanno una loro parte ben precisa nel definire la personalità di Mary e le sue peculiarità in quanto dirigente della compagnia: infatti, le azioni che deteneva all’inizio Charles, sono state da questi, per le sue precarie condizioni cardiache, trasferite alla moglie, temendo di morire, lasciando sulla strada Mary. Quindi è lei ad influire sulle scelte della compagnia, e quelle che sembravano delle bizze e delle prese di posizione da Prima Donna, alla fine, proprio per l’atteggiamento di Gantry, Cavendish e Saracen, e per l’intervento tardivo di Montague Marchant, vengono definite nella giusta luce. E hanno anche loro la loro importanza nel far schiarire i contorni del dramma.
E’ un romanzo più classico che non si può, sempre nell’ottica dei romanzi della Marsh: c’è una introduzione in cui vengono presentati i vari personaggi del dramma, poi l’azione vera e propria in cui si delineano le linee guida dell’azione delittuosa; e qui termina la prima parte. La seconda comincia con l’entrata in scena di Alleyn e comincia l’indagine: viene adombrato un primo colpevole e presentata una prima falsa pista, poi si punta sulla presenza di due persone sul pianerottolo e quindi vengono presentate altre due false piste, per arrivare quindi ad insinuare che l’omicida possa essere un altro ancora, fino ad arrivare all’individuazione del vero. Tuttavia la catarsi, come ogni tragedia, qui non c’è, o meglio non c’è un secondo finale più sereno: qui il secondo finale (il primo è coinciso con l’individuazione dell’assassino) coincide con la cerimonia del funerale, e il romanzo finisce con una nota mesta ma d’effetto.
Mike Grost, uno dei più grandi critici americani, lo definisce il capolavoro della Marsh: “It combines a well constructed, intricate plot with a delightful look at theater people”. Io non so se sia il migliore, ma sicuramente è uno dei migliori. Possiede un plot molto intricato, in cui gli indizi sono di natura psicogica più che reale, e cosa interessante, ha una struttura che ricorda un altro romanzo basato su un ambiente teatrale, ma di Crispin: The Gilded Fly. Anche lì la vittima che è la prima donna, è un mostro in grado di fagocitare e distruggere tutti, finche uno dei tanti, un cane di paglia, che non avrebbe mai fatto quello che fa se il mostro non avesse suscitato in lui la rabbia, prende fuoco ed elimina il mostro. E l’azione fino al delitto è molto simile, seppure con tutti i distinguo: è l’assassino che è diverso, e quindi anche l’indagine.
La caratteristica tuttavia che mi sembra più interessante è quella del ritorno dell’erede, una peculiarità che è tipica dei romanzi classici britannici: da Heyer a Christie, ad altri autori, fa sempre capolino l’elemento dalla doppia personalità che pertanto entra al momento opportuno nella scena, condizionando la risoluzione. Qui la particolarità risiede nel fatto che non c’è il ritorno dell’erede, perché il figlio acquisito c’è già, quanto invece il ritorno dei genitori, i due Dakers, che ritenuti morti, invece…non lo erano affatto. Il bello è che nessuno dei due è l’assassino, ma proprio l’apparizione degli effettivi genitori scatenerà la rabbia e l’odio dell’assassino.
L’assassino in fondo è un personaggio molto umano: la Marsh è come se lo scusasse, perché, come in molti altri romanzi di altri autori, forse l’assassino è meno colpevole della sua vittima, e la sua stessa azione riprovevole (la morte con un veleno quale il tetrafosfato di esaetile è rapida ma estrememente dolorosa) in fondo viene vista come un’azione necessaria e derivata dalla peronalità disturbata della Bellamy. E mai come in questo romanzo, l’assassino è il personaggio meno presente e la cui personalità è la meno pronunciata dell’intero parco dei personaggi. E come un cane di paglia che prende fuoco ma consuma se stesso, così l’assassino oltre a determinare l’altrui distruzione completerà la sua, consumandosi.
Un ultima nota riguarda la cattivera e la caustica ironia della Marsh nell’aver scelto lo Slaypest quale arma di morte: come lo Slaypest viene usato nel romanzo per eliminare gli insetti che possano infestare le azalee, così Mary Bellamy viene eminata perchè non infesti l’ambiente delle persone che la circondano. In sostanza Mary Bellamy viene paragonata ad un insetto infestante.
E’ il ventiquattresimo romanzo con protagonista Sir Roderick Alleyn, di origini nobili, prima Ispettore e ora Sovrintendente di Scotland Yard. E anche questa volta, come in altre passate, ha a che fare con un delitto maturato in una comunità teatrale.
Mary Bellamy è un’attrice di teatro molto nota, che recita con un contratto esclusivo, per la Compagnia di Marchant. Il marito, Sir Charles Templeton è maggiore azionista della società di Marchant, ed è lui che in un momento di difficoltà della Compagnia, immediatamente dopo il secondo conflitto mondiale, è venuto incontro a Marchant sorreggendone le possibilità e permettendo alla sua compagnia di reagire ed affermarsi. E Mary Bellamy recita solo per loro.
Il giorno del compleanno di Bellamy, viene organizzata una sontuosa festa a casa sua e oltre a molti invitati importanti della finanza e dell’aristocrazia, vi sono gli amici più stretti: il regista Timon Gantry; il costumista Bertie Saracen; l’attrice più giovane e partner sulle scene di Bellamy, Pinky Cavendish; il figlioccio di Bellamy e Templeton, Richard Dakers, commediografo; la sua fidanzata Anelida nipote di Octavius Brown, antiquario e libraio, e il colonnello Warrender, amico intimo dei Templeton. Tuttavia il Fato bussa alle porte, perché proprio in quel giorno in cui tutto dovrebbe andare bene… Bellamy prima litiga con Bertie e Pinky nella serra, dopo che lei gli ha regalato il costosissimo profumo “Indifesa”, per ragioni di gelosia (Bellamy vuole essere la Prima Donna della compagnia e non permette che altre possano insidiare la sua posizione di prestigio e predominio nella Compagnia e al tempo stesso pretende che tutti anche i costumisti debbano vestire bene solo lei), poi litiga con Timon, Richard e Anelida, quando viene a sapere che l’ultima commedia scritta da Richard non è stata come le altre dedicata a lei, ma alla fidanzata ed è lei che dovrebbe recitarla, mentre regista ed impresario si darebbero da fare per farla affermare: anche questi passi vengono intesi come un tradimento ed una congiura, per cui bene preso l’atmosfera si arroventa e Anelida e lo zio vengono messi alla porta: se ne va Richard, accompagnando la ragazza e lo zio, e tutti gli altri manifestano segni di insofferenza nei confronti di Mary.
La festa va avanti, e tra i flash dei fotografi ufficiali e i cocktails preparati dai barman, la tragedia si consuma: poco prima dell’apertura dei regali, Florence, la cameriera personale di Mary, grida che la padrona sta molto male e chiede un medico: l’ha trovata per terra agonizzante ma ancora viva. Il tempo che arrivi un dottore presente in sala, ancora brillo, e la tragedia è finita: Mary Bellamy viene ritrovata morta, con il volto distorto in una smorfia orribile, con la lattina dello Slaypest, un insetticida estremamente efficace ma anche estremamente pericoloso, vicino. Sul volto, sul vestito, dappertutto, tracce e rivoli di insetticida, come se la morta se lo si fosse spruzzato per disattenzione addosso. Ma è evidente che questo non sarebbe potuto mai accadere perché Mary era innamorata di se stessa: piuttosto l’avrebbe spruzzato addosso ad altri. L’Ispettore Fox, subdorando qualcosa, chiama immediatamente il suo diretto superiore e amico, il Sovrintendente Alleyn, che comincia col conoscere l’ambiente e poi prosegue interrogando i presenti, mentre Fox si occupa invece della servitù. Emerge che pochi istanti prima che venisse udito dalla governante Old Ninn e dalla cameriera Florence, prima un sibilo e poi un tonfo, era uscito di corsa dalla camera della madre adottiva Richard visibilmente scosso, che poi era scappato via di casa.
E’ inevitabile che i sospetti si appuntino su di lui, anche se non ci si capacita per quale motivo avrebbe ucciso la tutrice; e soprattutto come, visto che dopo la sua andata via, la madre era rimasta avvelenata, e non prima. Tuttavia ben presto Alleyn deve cominciare a districarsi da una foresta di bugie, di mancate ammissioni e di strani comportamenti: innanzitutto benchè prima fossero molto intimi, dopo il ricevimento e prima della morte di Mary, Warrender e Richard da una parte e Templeton dall’altra rifiutano di vedersi in faccia; Old Ninn sospetta di Florence e Florence sospetta di Old Ninn; Florence sospetta anche e soprattutto di Richard; Gantry, Cavendish e Saracen sarebbero esclusi perché erano innanzitutto d’abbasso e per di più non avevano conoscenza degli ambienti della casa; Templeton dopo la morte di Mary ha un collasso e il dottore che aveva rilevato la morte di Mary, il dottor Harkness, che è il medico di Templeton , lo assiste perché non abbia altri più pericolosi attacchi di cuore.
Alleyn
sospetta che non possa essere altro che un omicidio, supposizione già
espressagli dal suo fido Fox: potrebbe essersi trattato in alternativa
di un incidente, ma di suicidio proprio no. Manca infatti una qualsiasi
lettera di addio, e del resto perché avrebbe dovuto farlo nel bel mezzo
di una festa organizzata da lei per il suo trionfo? Restano in piedi le
due ipotesi del delitto e dell’incidente: la seconda supposizione per
quanto possibile, non raccoglie tuttavia le simpatie dei due funzionari
di polizia. Infatti l’insetticida che ha determinato la morte
dell’attrice non è stato irrorato semplicemente ma è stato spruzzato da
vicino, quasi reiterando con uno spruzzo continuo l’azione. Ricadremmo
così nel suicidio, che abbiamo eliminato con altro ragionamento. Ne
consegue che la sola ipotesi attuabile è l’omicidio: solo che manca
l’assassino. Infatti la presenza delle due donne sul pianerottolo, a
meno di non considerarne una delle due l’effettivo omicida, rende la
cosa inattuabile e impossibile.
Roderick è quindi ad un punto morto.
Ci sono poi delle cose che non capisce: sulla toeletta viene ritrovato un mazzetto dio violette, fiori che la morta detestava, e nessuno degli invitati afferma di aver portato, perché tutti sapevano che non piacevano a Bellamy; prima che la morte arrivasse, è stata udita la frase “Il che ti dimostra quanto ti sbagli. Te ne puoi andare quando ti piace e più presto lo farai meglio sarà” pronunciata ad alta voce dall’attrice in modo che tutti sentissero: ma a chi era rivolta?
In più una delle due donne di servizio afferma che il vecchio Templeton è entrato in un certo momento, mentre la moglie era già morta, nella loro camera da letto, cosa che lui si è scordato di dire, per fare qualcosa in bagno (probabilmente per usare il WC), dato che la cameriera ha sentito il rumore del lavandino.
Viene ritrovato nello studio la carta copia di una lettera di Richard che lui si ostina a negare di avere scritto e che Roderick Alleyn ricostruisce con il suo acume; nello studio di casa viene ritrovato un volume sui veleni, in cui è segnata l’informativa sullo Slaypest; Mary Bellamy, prima di scendere giù dagli invitati si era fatto spruzzare addosso il profumo che le aveva regalato Pinky, in gran quantità non dal marito, ma da Warrender, di fronte a lui: perché? Perché Warrender e non il marito? Inoltre, perché sulla toeletta era stato ritrovato il profumo quasi del tutto finito, quando in occasione dell’episodio appena citato, ce n’era ancora parecchio nel flacone?
E soprattutto, come è stato perpetrato l’omicidio, se di omicidio si è trattato?
E quale è stato il movente dell’omicida? Soldi? A ereditare sarebbe il marito, che purtuttavia è favolosamente ricco di suo. Gelosia? Il marito stravedeva per la moglie e le soddisfava tutti i capricci. Malvagità ? Sì indubbiamente. Ma malvagia era diventata lei, la vittima. Anche in questo caso ci troviamo infatti dinanzi ad una vittima che è più malvagia di l’ha uccisa, perché il movente qui è la rabbia, l’odio puro. Scaturito tuttavia da una manifestazione della vittima: se lei non si fosse comportata in un certo modo, se non avesse spifferato una verità tenuta troppo tempo dentro, l’assassino non l’avrebbe soppressa.
Tuttavia il quid maggiore perché si possa arrivare ad individuare l’omicida è l’arma oltre che il movente: qual è stato il mezzo usato per uccidere la donna?
Quando Alleyn capisce di cosa si tratti, lo invierà alla polizia scientifica, che accerterà consistenti tracce dell’insetticida. Ovviamente, a questo punto l’indagine andrà avanti più spedita, perché l’acquisizione dell’arma eliminerà dalla lista dei sospetti alcune persone e ne aggiungerà altre. Finchè in un colpo di scena finale, dopo che è stata data ai lettori in pasto un’altra falsa pista, Alleyn rivelerà il nome dell’assassino.
Romanzo splendido.
Mi stupisco ancora della maestria della Marsh nel riuscire a trattare in maniera tanto sapiente tanti personaggi, dando ad ognuno un suo rilievo e una sua funzione: qui, anche quelli che per la stessa azione della tragedia, e per i paletti imposti dalla sceneggiatura, non prendono parte attiva all’azione delittuosa anzi ne sono estromessi sin dall’inizio, ossia Gantry, Cavendish e Saracen, hanno una loro parte ben precisa nel definire la personalità di Mary e le sue peculiarità in quanto dirigente della compagnia: infatti, le azioni che deteneva all’inizio Charles, sono state da questi, per le sue precarie condizioni cardiache, trasferite alla moglie, temendo di morire, lasciando sulla strada Mary. Quindi è lei ad influire sulle scelte della compagnia, e quelle che sembravano delle bizze e delle prese di posizione da Prima Donna, alla fine, proprio per l’atteggiamento di Gantry, Cavendish e Saracen, e per l’intervento tardivo di Montague Marchant, vengono definite nella giusta luce. E hanno anche loro la loro importanza nel far schiarire i contorni del dramma.
E’ un romanzo più classico che non si può, sempre nell’ottica dei romanzi della Marsh: c’è una introduzione in cui vengono presentati i vari personaggi del dramma, poi l’azione vera e propria in cui si delineano le linee guida dell’azione delittuosa; e qui termina la prima parte. La seconda comincia con l’entrata in scena di Alleyn e comincia l’indagine: viene adombrato un primo colpevole e presentata una prima falsa pista, poi si punta sulla presenza di due persone sul pianerottolo e quindi vengono presentate altre due false piste, per arrivare quindi ad insinuare che l’omicida possa essere un altro ancora, fino ad arrivare all’individuazione del vero. Tuttavia la catarsi, come ogni tragedia, qui non c’è, o meglio non c’è un secondo finale più sereno: qui il secondo finale (il primo è coinciso con l’individuazione dell’assassino) coincide con la cerimonia del funerale, e il romanzo finisce con una nota mesta ma d’effetto.
Mike Grost, uno dei più grandi critici americani, lo definisce il capolavoro della Marsh: “It combines a well constructed, intricate plot with a delightful look at theater people”. Io non so se sia il migliore, ma sicuramente è uno dei migliori. Possiede un plot molto intricato, in cui gli indizi sono di natura psicogica più che reale, e cosa interessante, ha una struttura che ricorda un altro romanzo basato su un ambiente teatrale, ma di Crispin: The Gilded Fly. Anche lì la vittima che è la prima donna, è un mostro in grado di fagocitare e distruggere tutti, finche uno dei tanti, un cane di paglia, che non avrebbe mai fatto quello che fa se il mostro non avesse suscitato in lui la rabbia, prende fuoco ed elimina il mostro. E l’azione fino al delitto è molto simile, seppure con tutti i distinguo: è l’assassino che è diverso, e quindi anche l’indagine.
La caratteristica tuttavia che mi sembra più interessante è quella del ritorno dell’erede, una peculiarità che è tipica dei romanzi classici britannici: da Heyer a Christie, ad altri autori, fa sempre capolino l’elemento dalla doppia personalità che pertanto entra al momento opportuno nella scena, condizionando la risoluzione. Qui la particolarità risiede nel fatto che non c’è il ritorno dell’erede, perché il figlio acquisito c’è già, quanto invece il ritorno dei genitori, i due Dakers, che ritenuti morti, invece…non lo erano affatto. Il bello è che nessuno dei due è l’assassino, ma proprio l’apparizione degli effettivi genitori scatenerà la rabbia e l’odio dell’assassino.
L’assassino in fondo è un personaggio molto umano: la Marsh è come se lo scusasse, perché, come in molti altri romanzi di altri autori, forse l’assassino è meno colpevole della sua vittima, e la sua stessa azione riprovevole (la morte con un veleno quale il tetrafosfato di esaetile è rapida ma estrememente dolorosa) in fondo viene vista come un’azione necessaria e derivata dalla peronalità disturbata della Bellamy. E mai come in questo romanzo, l’assassino è il personaggio meno presente e la cui personalità è la meno pronunciata dell’intero parco dei personaggi. E come un cane di paglia che prende fuoco ma consuma se stesso, così l’assassino oltre a determinare l’altrui distruzione completerà la sua, consumandosi.
Un ultima nota riguarda la cattivera e la caustica ironia della Marsh nell’aver scelto lo Slaypest quale arma di morte: come lo Slaypest viene usato nel romanzo per eliminare gli insetti che possano infestare le azalee, così Mary Bellamy viene eminata perchè non infesti l’ambiente delle persone che la circondano. In sostanza Mary Bellamy viene paragonata ad un insetto infestante.
Pietro De Palma
giovedì 29 novembre 2018
Philip MacDonald : Fine di un sogno (Dream No More, 1956) - Edgar Award
Mi
ha particolarmente colpito un racconto lessi una domenica mattina, mentre anni
fa facevo compagnia alla mia anziana madre.
A
casa dei miei ho una ricchissima collezione oltre che di romanzi gialli, anche
di stagioni mondadoriane, per cui, quando mi trovo lì e voglio ingannare il
tempo, sovente ne prendo una e scelgo a caso un racconto. Il racconto preso in
esame è stato uno di Philip MacDonald : “Fine di un sogno”, Dream no more, su
Estate Gialla 1968.
Dico
subito che eccezionalmente, sviscererò i due racconti dall’inizio alla fine,
perché trattasi di una riflessione testuale, e quindi rivelerò la fine. Quindi nel caso ci sia chi non voglia saperla prima di aver
letto i racconti (sempre che possegga le fonti, già cosa alquanto difficile) è
pregato di non leggere oltre.
Il racconto mi ha spiazzato non poco. E non a caso: nel 1956 vinse l'Edgard Allan Poe per the
Best Short Story.
John
Garroway e Gavin Rhodes si stanno dirigendo alla villa sul mare di proprietà
dei Garroway: nella splendida villa a picco sul mare, con cui comunica per
tramite di una scala ripida tagliata anche nella roccia e che ha una piccola
spiaggia privata, vive la madre di John. Sola, con una donna mulatta che le fa
da governante, dopo la morte del padre di John.
Arrivati
lì, ben presto si instaura una tensione palpabile tra la madre di John e Gavin,
professore di inglese di John, e laureato in filosofia, che pare avere
sull’amico un certo potere: lui sa tutto, è un conversatore brillante e riesce
persino in un momento a diventare amicone del cane dei Garroway, un Rottweiler,
tanto che quello si dimentica subito dei padroni per stare con lui; la padrona
di casa invece inspiegabilmente gli è ostile, tanto da divenire persino
villana, cosa che non è da lei. Rimbrottata dal figlio, si scusa con l’ospite,
invitato anche da lei ora a rimanere presso di loro.
I
giorni trascorrono incantevoli a El Morro Beach, in un luogo di sogno e le
vecchie acredini sembrano sorpassate. Un bel giorno qualcosa incrina questo
sogno: John ha uno spaventoso incidente con la vecchia auto della madre e per
poco non resta ucciso. Sia la madre di John che Gavin rimangono estremamente
colpiti dalla dinamica. Comunque sia, pare che il rapporto tra Gavin e la madre
di John, più o meno della stessa età, 50 anni lei e 44 lui, sia destinato a
calmarsi: lui ha fatto in modo che John uscisse con Betty Lou una ragazza
innamoratissima di lui e poi qualche giorno dopo, uscendo e andando in città,
ha comprato dei regali per i due. Ha comprato però anche dell’altro: una
capsula gialla, e dei cristalli da un emporio di articoli per il giardino e la
casa. Un po’ del contenuto lo metterà poi nella capsula sigillandola. La
capsula è dello stesso colore e forma di alcune capsule di vitamine che assume
la madre di John. Tutto il resto del contenuto viene bruciato da Gavin
nell’inceneritore. Il fine è chiaro: avvelenare la madre. Coglie l’occasione
qualche tempo dopo quando “casualmente” fa rovesciare il contenuto del flacone
delle capsule, sostituendo la capsula venefica con una normale, che poi
distrugge. A questo punto è chiaro che anche l’incidente con l’auto è stato da
lui premeditato, tramite un sabotaggio dei freni. Cosa può avere Gavin contro
John e contro la madre?
Fatto
sta che alla morte della signora Garroway Gavin non assiste, perché scendendo
senza pensieri la scala che dalla villa conduce al mare, inciampa e si spezza
l’osso del collo. Casualità? Nient’affatto! La madre di John, accorsa sul luogo
della caduta, prima di chiamare il figlio dopo essersi accertata della morte di
Gavin, toglie il fil di ferro che ha lasciato teso a livello del gradino per
poi occultarlo nella cesta del giardino assieme alle cesoie.
Poi
di notte, dopo che il cadavere è stato rimosso, dopo che Mollie e John sono
aletto sotto l’azione di un sedativo prescritto dal medico di famiglia, la
madre va in cucina e nel lavabo, acceso il distruttore dei rifiuti, versa il
contenuto del flacone e attende fino a quando l’ultima capsula è ridotta in
polvere. Poi fa scorrere l’acqua e va via.
Dicevo
che il racconto mi ha spiazzato non poco.
Innanzitutto
un contrasto fortissimo tra l’idillio di un luogo da sogno, El Morro
Beach (località che compare anche in un romanzo) e il contrasto sotterraneo ma
violentissimo tra la Signora Garroway e Gavin Rhodes: oggetto del contendere è
il figlio, John. Vari i sentimenti che si oppongono: l’amore e la gelosia. La
madre è gelosa del rapporto tra Gavin e John e teme che la influenza
psicologica fortissima, una sorta di plagio, che Gavin ha su John, possa avere
come contraccolpo la sua eliminazione e quella di Betty Lou, la fidanzata di
John. John rimprovera alla madre l’eccessivo contrasto nei confronti dell’amico,
e l’amico ha nei confronti della madre quasi identici motivi, resi più violenti
dalla volontà di divenire lui padrone di quel posto, eliminando fisicamente la
donna che si oppone al suo rapporto col figlio, ed ereditando il tutto.
Ma
alla base di tutto cosa c’è? Perché si comporta così Gavin e perché la madre di
John non lo sopporta ? Alla prima lettura non l’ho capito, anzi posso dire che
il mio senso di disorientamento è stato fortissimo perché ad un certo punto non
si riesce proprio capire perché sia un racconto poliziesco; poi improvvisamente
assistiamo ad una spirale di violenze e ad atteggiamenti che apparentemente non
avrebbero una spiegazione. Spiegazione che si trova, solo rileggendo il brano,
stando attenti non a quello che fanno due galli del pollaio, ma a quello che
dice la gallina, cioè John. La sua difesa appassionata di Gavin, i suoi
commenti estatici (per esempio…“Che uomo straordinario!”) che noi aspetteremmo
da una donna, ci fanno comprendere l’ambivalenza del loro rapporto, che ha
connotati ambiguamente omosessuali. Una volta che si capisce questo, si è
capito tutto. L’autore però non dice mai espressamente che si tratta di un
rapporto omosessuale, semmai attraverso il suo stile letterario interviene qua
e là a insinuare con atteggiamenti psicologici l’esistenza di un quid da non
sottovalutare. Che a sua volta spiega anche l’atteggiamento protezionistico
della madre.
In
fin dei conti i due elementi forti sono Gavin e la madre e in mezzo c’è il
figlio ventenne, cresciuto senza padre. Philip MacDonald senza mai esaltare
l’atteggiamento della madre, tuttavia da a Gavin una connotazione negativa: è
lui che tenta di uccidere la donna riuscendo quasi ad uccidere John e quando
capisce tragicamente di aver sbagliato la sua reazione fa capire che a John ci
tiene veramente, anche se a lui interessa veramente che il potere che lui
manifesta nei confronti di John non venga affievolito dall’intervento di altri.
Ora che si tratti di atteggiamento omosessuale o no (conversando con
Mauro Boncompagni lui mi ha confermato che i sottili indizi di cui parlava lui
in uno Speciale circa tredici anni fa, andavano in questa direzione), il
corruttore, l’istigatore che istiga facendo in modo che ad agire sia sempre
l’altro, è sempre lui. La madre agisce negativamente certo, ma pur sempre si
potrebbe associare al suo atteggiamento quello di una legittima difesa:
legittima difesa dell’identità psicologica del figlio (debole ed incapace di
capire) e legittima difesa della sua vita. Anche se un ulteriore aspetto dell’atteggiamento
protezionistico della madre si potrebbe spiegare con la reazione a chi ti
voglia portare via da te, il tuo unico bene: non a caso in un inciso all’inizio
del racconto lei rimprovera al figlio di averle tolto tutte le speranze che lei
coltivava da tempo di poter avere il figlio tutto per sé. E del resto non si
potrebbe capire, se non si prendesse in esame il rapporto omosessuale, in cui
Gavin è parte attiva e John parte passiva, il perché Gavin ambisca, eliminando
la madre di John, a El Morro Beach.
Nell’ambito
dello scontro tra i due personaggi dominanti (Gavin che non vuole rinunciare
alla sudditanza psicologica di John e alla sua vicinanza, la madre che non
vuole rinunciare alla sua importanza nella vita affettiva del figlio), in un
punto però MacDonald tende ad attribuire all’uomo una sincerità d’intenti quasi
provocatoria, sarcastica direi, che la donna non esprime, quando lui afferma
che la fatale credenza per cui gli individui che sono simpatici ai bambini
(John) e ai cani (Gill) siano individui schietti e fidati, non elimina la
possibilità che lui abbia intenzione magari di compiere un reato: qualcosa più
su vasta scala, rispetto a rubare l’argenteria.
Un’altra
cosa insinua il sospetto che il rapporto a due sia di natura omosessuale: il
fatto che non vi siano altri personaggi femminili nella storia, oltre alla
madre. Betty Lou fugacemente è ricordata, ma non prende parte agli eventi, e
una sera esce con John solo perché Gavin gli ha detto di farlo. E se Gavin non
è legato a lui da un rapporto omosessuale, è tuttavia legato da un rapporto
dominante-dominato.
A
questo punto è chiaro che l’indizio sottilissimo che via via si manifesta, pur
restando sempre alquanto impalpabile, vista la scabrosità soprattutto nei tempi
in cui viene ambientato, gli anni ’50, è l’omosessualità maschile, di cui in
questi due racconti si esplora soprattutto il rapporto di sudditanza
psicologica, di dominazione, esistente tra i due soggetti. Gavin domina
psicologicamente l’amico più fragile: è lui l’individuo dominante nella coppia
mentre l’altro è il soggetto passivo, più fragile. Il trasporto con cui ne
parla alla madre, insinua subito in lei (il famoso sesto senso femminile) il
sospetto che i due più che essere amici siano amanti. E quindi la donna decide
di rompere quel rapporto perché sa che il figlio ama anche la ragazza Betty
Lou. Così se Gavin è probabilmente un omosessuale convinto, John è un
bisex, oppure è solo attratto dalla forza mascolina. Gavin vuole evitare che la
parte etero abbia il sopravvento in John e perciò deve eliminare la causa, cioè
deve eliminare la madre di John: così facendo, unisce ad un desiderio che è
quello di possesso del giovane, anche quello del luogo, cioè l’interesse
economico. Che non è detto che non sia secondario al primo.
Solo
che la madre di John ha capito tutto in occasione dell’incidente dell’auto, e
decide di rispondere colpo a colpo a Gavin: capisce cioè di essere stata la
vittima predestinata salva per miracolo e quindi passa all’azione, uccidendolo
in maniera subdola.
Racconto
veramente mirabile nella resa e nella scrittura, colpisce come un pugno nello
stomaco, soprattutto per la freddezza della donna, che riesce a simulare più di
quanto abbia fatto il suo antagonista, e a mettere in piedi un delitto
perfetto, mascherato da incidente.
Pietro
De Palma
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