venerdì 25 ottobre 2024

Ellery Queen : Ellery Queen e il mistero dell’attico (The Penthouse Mystery, 1941) – trad. A.M. Francavilla – Il Giallo Mondadori N°1817 del 2000

 

 

 

Parecchi autori di mystery, durante la guerra, confezionarono prodotti che utilizzavano sia gli scenari di guerra che il sottobosco spionistico per fare breccia nel pubblico e inserirsi in un contesto che era generale: quello della lotta al nemico. Così, come Carter Dickson giocò la carta del delitto impossibile in uno scenario di guerra (Murder in the Submarine Zone,1940) così altri scrittori giocarono la carta dello spionaggio: per es. Helen McCloy (Panic, 1944), Agatha Christie (N or M?, 1941). E’ il caso anche di The Penthouse Mystery, 1941 di Ellery Queen.

Gordon Cobb, famoso ventriloquo americano trapiantato in Cina e divenuto amico delle più importanti personalità cinesi del tempo, deve tornare in patria: con l’occasione, porterà una preziosa collana di giada rosa in regalo alla figlia Sheila. Durante il viaggio di ritorno, nel transatlantico Manciuria, conosce dei personaggi curiosi: la bella Otero, una esule apolide e il conte Simon Brett (che non gli riesce comunque molto simpatico), che vengono ad abitare come fa lui, all’ Hotel Hollingsworth, uno dei più lussuosi di New York, al piano attico: compagni di viaggio, finiscono per diventare anche compagni di piano. Fatto sta, comunque, che il Ventriloquo, conosciuto in Asia con il suo nome d’arte, VENTRO, dopo aver dato al facchino degli abiti da lavare, scompare misteriosamente. La figlia Sheila, preoccupata, si confida la sua amica Nikki Porter, segretaria e dattilografa di Ellery Queen, che cerca di coinvolgere il suo datore di lavoro in tale caso. Inizialmente Ellery non ha alcuna intenzione di cimentarvisi, ma poi l’aggressione di Sheila ed il tentativo di rubargli al borsetta, proprio nel suo studio, convincono Ellery a vedere più in fondo alla cosa. Entrato nell’attico, trovano tutto a posto; per di più un fattorino, in presenza loro, consegna gli abiti che Cobb aveva richiesto che fossero lavati e stirati. Solo una cosa è fuori posto: il grosso baule, in cui erano contenuti tutti gli abiti, le scarpe ed il vestiario e gli effetti personali di Cobb. Un altro facchino si presenta, per ritirare il baule: lo stesso Cobb ha richiesto che venisse inviato per corrispondenza a Chicago, almeno così pare. Ellery si insospettisce quando il facchino fa fatica a sollevare il baule, che dovrebbe essere vuoto. Liquidatolo con una scusa, lo apre e da esso rotola sul pavimento il cadavere di Cobb, morto da due giorni: è stato strangolato. Inoltre, presenta uno strano graffio, che coincide con quello che ha procurato l’aggressore ignoto a Sheila durante l’aggressione nello studio di Ellery. Questi pertanto si convince che autore dei due gesti è la stessa persona.

Chiamati in causa l’Ispettore Queen, della Omicidi di New York, e i suoi fidi assistenti, primo fra tutti il sergente Velie, cominciano gli interrogatori. Emergono subito delle discrepanze e comportamenti sospetti dei due vicini, tanto che Ellery decide di sorvegliarli: il primo, il Conte Brett, viene sorpreso nell’atto di introdursi nell’appartamento di Cobb, l’altra per il suo atteggiamento ambiguo induce Ellery ad introdursi furtivamente nel suo appartamento e scoprire nella sua valigia un intero kit per lo scassinamento di serrature.

Altri personaggi si muovono nell’ombra.

Innanzitutto il fattorino che ha consegnato gli abiti, che insospettisce Ellery per via del suo portamento. Investigato su di lui, ecco che si viene a sapere che è in realtà un giornalista che sotto falso nome si è imbarcato sul Manciuria e poi con una lettera di raccomandazione di un tale del transatlantico, è stato assunto, proprio in concomitanza con l’arrivo di Cobb. Tale Sanders, rivela una serie di circostanze molto interessanti, da cui si apprende che Cobb, con il ritorno in patria, avrebbe portato con sé, non si sa in cosa, una certa quantità di antichi e preziosissimi monili delle più ricche famiglie nobili cinesi, del valore di svariati milioni di dollari, allo scopo, d’accordo con i poteri più forti della Cina, di comprare medicinali e vettovaglie da inviare alle popolazioni in difficoltà, sotto occupazione dei Giapponesi. Tuttavia, lo stesso fattorino ha un atteggiamento ambiguo tale da ipotizzare che al di là delle notizie per uno scoop, egli insegua altri fini, tra cui magari impadronirsi dei gioielli.

Poi la bella Otero, che si finisce per capire che lavori al soldo dello spionaggio giapponese, desideroso di sventare il piano di aiuti alle popolazione da parte dei ribelli.

Ancora c’è il Conte Brett, che, sorpreso a pedinare Sheila, finisce per essere pedinato a sua volta da Ellery, che scopre come sia al centro di una organizzazione, dedita al raggiro di ingenui “polli” mediante l’organizzazione di partite truccate di poker, e anche al furto. Il suo capo è un certo Mister Smith, e agisce assieme ad un tale Ritter, che in realtà è un vecchio illusionista, tale Corri.

Infine c’è Walsh, l’agente di Cobb, che afferma di aver saputo dell’arrivo di Cobb il giorno stesso dell’arrivo di quegli a New York, mentre in seguito si viene  a scoprire che l’aveva saputo ben due giorni prima. E quindi, meglio di altri, avrebbe potuto approfittare dell’ evenienza ed impadronirsi dei gioielli.

Tuttavia tutti dimostrano coi loro atteggiamenti, che i famosi gioielli non sono stati ancora trovati.

Ellery riuscirà a ritrovarli nascosti nell’unica cosa che mancava nell’appartamento che egli ha cercato da quel momento, cioè il fantoccio usato per lo spettacolo di Cobb. E a inchiodare un astuto assassino, non prima che abbia ucciso Ritter e abbia lasciato nuovamente la sua firma: un graffio. Determinanti come prova, saranno le carte che venivano segnate durante le partite coi “polli”.

Novella parecchio movimentata, in realtà, più che romanzo, si tratta di una novelization, approntata dai due cugini, come pubblicazione della sceneggiatura originale, da loro scritta, per il film Ellery Queen’s Penthouse Mystery, sempre del 1941.

 

Abbiamo quindi un primo punto fermo: non è un romanzo. E questo ha  la sua importanza perchè l’uso ed il fine per cui la sceneggiatura originale fu scritta, influì certamente sul prodotto finale. In un film, era necessario che si mettessero in rilievo dei fattori che nel romanzo giallo classico possono anche non esserci:

innanzitutto un chè di movimentato, che nel film avrebbe evitato che l’azione troppo statica annoiasse lo spettatore, ed in realtà di azione qui ce n’è parecchia; anche troppa, rispetto ad un romanzo queeniano. Già ciò dimostra quanto questo prodotto fosse diverso da un romanzo tipico dei due cugini, in cui l’unica azione costante è quella delle cellule cerebrali di Ellery sempre in movimento (tranne casi sporadici: mi vien da pensare per es. a The Egyptian Cross Mystery, ma solo perché i tre fratelli Van abitano in tre diversi posti e quindi Ellery deve materialmente spostarsi da uno all’altro);

poi la mancanza di un problema cervellotico, che era il marchio di fabbrica della ditta Queen, che avrebbe potuto appesantire l’azione filmica, e la proposizione di un tema che avvincesse lo spettatore medio, con un a trama anche in un certo senso attuale rispetto al tempo in cui il film venne proiettato: il film è del 1941, marzo del 1941, e già nove mesi prima dell’attacco a Pearl Harbor, “il pericolo giallo” era attualissimo nelle cronache americane, tanto più che il Giappone aveva invaso la Cina nel 1937 e la Manciuria già nel 1931. Ecco allora, che nel film venne inserito un plot secondario che si incentrava su presunte manovre da parte dello spionaggio giapponese al fine di impedire rifornimenti di viveri e medicinali in Cina: una serie di circostanze avventurose che ben si confacevano ad un film;

infine, l’elemento romantico, diciamo rosa, che sarebbe potuto piacere ad un pubblico anche femminile rappresentato dalla figura di Nikki Porter, personaggio molto conosciuto al pubblico soprattutto della radio, per i numerosi gialli radiofonici in cui era presente, che accompagna una figura di Ellery Queen che se non è caricaturale, comunque viene notevolmente ridimensionata rispetto a quella che conosciamo e che  emerge soprattutto dai primi dieci romanzi della produzione queeniana.

A questo proposito, ricordiamo come questa novelization fà pendant assieme a The Door Between, proprio per la proposizione del personaggio di Nikki Porter, che non si troverà più nei romanzi; e ci dà il modo di osservare come il personaggio di Ellery Queen non si sia  mantenuto inalterato nel tempo, come accadrà a quello di Merrivale o di Fell o di Poirot (tranne ovviamente l’invecchiamento di quest’ultimo), ma invece sia cambiato  sostanzialmente: mentre infatti nei primissimi romanzi, Ellery viene tratteggiato come un clone di Philo Vance (in possesso di una cultura enciclopedica) e si afferma come essi siano rievocazioni di fatti lontani, giacchè Ellery è sposato e padre di un bambino e vive in Italia, successivamente l’uomo che era sposato e già padre, perde figlio e moglie e diventa impenitente scapolone, celibe (non separato), nel corso della grande messe dei dieci romanzi iniziali, almeno intorno al 1936; poi a partire dal 1937, si assiste ad una sempre più marcata trasformazione di Ellery, che perde i connotati che ne avevano fatto il campione del romanzo puzzle super-deduttivo degli anni ’30, trasformandosi in un personaggio più simpatico e dimesso, in certo senso anche gigione, che ha rapporti con le donne meno misogini di quanto non apparisse precedentemente: insomma, in questo secondo periodo, si strizza l’occhio al pubblico femminile e quindi si confezionano storie che abbiano meno marcati caratteri tipicamente maschili (l’enigma super-deduttivo) e più espliciti femminili, aprendosi per di più ad ambienti connessi con l’industria cinematografica (i romanzi della serie di Hollywood); infine si abbandona questo tratto queeniano (che peraltro non aveva avuto il successo che si ipotizzava) e si arriva alla terza fase, quella caratterizzata da romanzi basati su elementi esplicitamente psicologici. L’unico carattere che si manifesta comune ai tre momenti non è tanto la figura di Ellery quanto quella del padre, che è come se facesse da collante alle tre fasi.

Nonostante vi siano degli sprazzi, neanche il plot, in questa novelization, si manifesta del tutto riuscito: non solo perché l’azione investigativa (con pedinamenti, inseguimenti, penetrazioni in appartamenti) sostituisce quasi del tutto l’azione deduttiva, ma anche perché, saputo l’assassino, si rimane un po’ con l’amaro in bocca, in quanto abituati, dai primi romanzi queeniani, a  super-assassini, con cui si ingaggiavano battaglie di logica, mentre qui l’assassino è un personaggio che sembra estraneo alla vicenda e che invece si apparenta tale solo nelle batture finali.

 

Pietro De Palma

martedì 22 ottobre 2024

Sua Maestà L’ENIGMA PURO: piccola storia dell’enigma come genere letterario (1^ Parte)

 

C’era una volta l’Enigma Puro.

Sin dai tempi di Sherlock Holmes, l’enigma è stato il centro del plot di tutti i romanzi polizieschi, da quelli della Golden Age sino ai meravigliosi romanzi degli anni ’30.

Passato attraverso le nebbie di inizio secolo, le avventure di Fantomas o di Arsene Lupin, l’enigma è stato il perno di tutta la narrativa di genere degli anni ’20. Se inizialmente le trame mettevano al centro dello svolgimento i disegni delittuosi di bande di malfattori, con la conquista dell’Alta Borghesia in quanto bacino privilegiato di lettura del poliziesco, la stessa qualità del Mystery si evolse, contemplando non più delitti nelle sordide stradine di Soho, ma nelle splendenti dimore di duchesse, diplomatici o banchieri.

Perché questo accadesse, perché il Mystery conquistasse un posto suo particolare, fu necessario innanzitutto che superasse il gap di essere considerato sottogenere letterario o che fosse confinato nella paraletteratura. Ciò accadde nel momento in cui il genere poliziesco cominciò ad essere avvertito come genere letterario, “come categoria letteraria specifica, come genere a sé”. Proprio il fatto che il poliziesco trattasse un’amplificazione letteraria di fatti di sangue, portò probabilmente alla convinzione che il poliziesco, come genere letterario, non fosse letteratura, ma cattiva letteratura. Ecco allora l’evoluzione del poliziesco e la sua trasformazione in romanzo-enigma.

Fu in Inghilterra che precipuamente questo indirizzo si affermò, considerando la detective novel come un esercizio letterario, che attraverso regole codificate, affermasse e valorizzasse il romanzo poliziesco. Il primo organismo che in certo senso si occupò di questo, legando i propri appartenenti a non violare il proprio codice, fu proprio il Detection Club, fondato nel 1928 da Berkeley. La codificazione venne poi stabilita e cristallizzata in più divieti, come nelle 20 Regole di S.S. Van Dine, nel Decalogo di Ronald Knox  o nelle regole di Dorothy Sayers.

 



 

 

Attraverso questi codici, venivano a crearsi delle piattaforme, delle piste preferenziali ed esclusive su cui marciavano solo quegli scrittori che avessero sottoscritto idealmente il contratto base: l’intrigo doveva essere inaccessibile alla soluzione perché a condurre il gioco, a stupire, doveva essere l’autore, e fatto imprescindibile perché il successo arridesse al romanzo era che la qualità dello stupore fosse di massimo grado possibile (cioè vi fosse ardimento,  fantasia, razionalità) ma mai imbroglio, cioè ancora se proprio vi fosse dovuta essere trasgressione, essa comunque sarebbe dovuta essere pur sempre sottoposta stata alla codificazione. Così, in questo modo, veniva creato un certo elenco di scrittori, da cui il lettore poteva aspettarsi di tutto, ma mai l’imbroglio e soprattutto, il rispetto alle regole a cui si attenevano tutti gli altri.

Perché anzi si potesse parlare di Mystery di un certo tipo qualitativo, era necessario che ogni accenno a malavita o altro fosse bandita, perchè il delitto non era più un fatto di sangue, una vendetta, un atto di protervia e di cieca brutalità, ma un parto delle menti più raffinate (e degenerate), una partita a scacchi, una sfida di strategia tra due menti supreme, l’assassino e il detective. I cadaveri furono privati del sangue, spesso puliti, non si accennava se non raramente a scene da Grand Guignol, i delitti erano asettici, perché il sangue, l’emozione, non doveva turbare il procedimento logico, il gioco, l’enigma.

La letteratura poliziesca del resto, seguiva (segue tuttora, ma solo in determinati casi) un procedimento unico in quanto spesso deve confrontarsi con la logica, che è una qualità non tanto di carattere umanistico ma matematico: potremmo dire che, attraverso l’enigma puro, il genere letterario poliziesco diventa la sintesi di due discipline opposte: le lettere e la matematica, lo spirito razionale e quello irrazionale, la fantasia (e la capacità di descrivere) e la logica. Per questo, “il delitto come una delle belle arti” come soleva dire De Quincey, diventa l’espressione massima dello spirito intellettuale dell’epoca: una sorta di divertissement delle menti più impegnate, pronte alla sfida di scrivere, ma al tempo stesso una sorta di confronto con un lettore molto più esigente, avvezzo oramai alle tecniche e conoscitore delle regole, che non si può imbrogliare con mezzucci vari, e con cui entrare in competizione, in singolar tenzone. Questo momento, che trova la propria collocazione negli anni ’30, rappresenta il trionfo dell’Enigma puro: ora, a confrontarsi sul terreno della logica, delle descrizioni, dell’astuzia e dell’ingegno, non sono più assassino e detective, mentre il lettore ne registra mentalmente lo scontro, ponendosi atarassicamente su una nuvola e guardando distaccato il tutto, ma lettore e detective: ecco allora la sfida intellettuale, la cosiddetta Challenge to Reader, la Sfida al lettore cui non ci si sottrae ,da Ellery Queen a Spriggs, da Berkeley a Philip MacDonald, etc..

 

Quando invece. Sia lettore che detective si trovano contrapposti al reo, ma innanzitutto contrapposti fra di loro.

Tutte le cose belle, però,  hanno un termine; e così anche il tempo dell’Enigma puro finì, nel mondo anglosassone, con un attacco non coordinato, ma deciso e definitivo ( o quasi) portato in America dagli scrittori Hard-Boiled e da alcuni autori operanti nell’ambito del Commonwealth, tra cui, soprattutto, Agatha Christie.

Seguace anche lei dell’Enigma Puro, già nel 1926, con The Murder of Roger Ackroyd, aveva sferrato un attacco non di poco conto, proprio lei che da sempre era stata appartenente al Detection Club. Tuttavia l’attacco definitivo, con cui venne data una spallata all’Enigma puro, fu dato da un affondo del genere psicologico che divenne totalizzante a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale.

Si può dire che i due conflitti, a vario grado, segnarono la storia dell’Enigma Puro: con la fine del primo, esso nacque e si affermò sempre più; la fine del secondo, ne decretò la fine.

Nel mondo anglosassone di derivazione british, si può dire che la fine dell’Enigma venga a coincidere con la pubblicazione nel 1952, di Mrs McGinty’s dead ( “Fermate il boia”), di Agatha Christie, romanzo che và oltre la mera trasgressione, in quanto con esso vengono abbandonate le regole da oltre un ventennio seguite pedissequamente ( o quasi) e non essendoci più regole, non essendoci più un codice stabilito, il giallista può dare libero sfogo alla sua fantasia proponendo delle vie nuove: per esempio, vari omicidi non per forza attribuibili al medesimo assassino.

E’ bene dire però che se il romanzo della Christie rappresenta un paletto, anche in considerazione del nome della scrittrice (e della sua conseguente fama, per cui tutto ciò che lei scrive acquista maggiore diffusione di ciò che scrivono gli altri), altri prima di lei avevano tentato di sballare il codice di Van Dine (o di Knox o di Sayers), per esempio Christianna Brand.

L’Enigma Puro però, se in quanto vetta di un genere, finisce, rimane purtuttavia nell’opera di taluni scrittori, pochi, pochissimi in verità, che per condizioni geografiche o per fama, possono ancora aderirvi.

Quelli che continuano a praticarlo nel mondo anglosassone, sono coloro che hanno una tale fama, da fregarsene di quello che instaurano altri: ad esempio John Dickson Carr. E’ vero che la produzione carriana post bellica è inferiore sia per numero che qualitativamente (tranne alcune eccezioni) ma comunque non rinuncia ai suoi presupposti base, che si assommano nella sfida per eccellenza della logica, qual è quella che opera in un sottogenere caratteristico del Whodunnit, da lui assurto a genere a sé stante, quasi: i delitti in una Camera Chiusa. In quest’ambito, Carr applica alla Locked Room gli stessi presupposti ideologici che avevano attuato per un intero genere i suoi colleghi del Detection Club (a cui aderì anche lui in verità). Infatti, nel 1935, codifica tutti i tipi di Camera Chiusa e tutti i possibili mezzi per evaderne (che si tratti di uno spazio chiuso da quattro muri, o da spazi aperti ma per certi versi inaccessibili (spazi innevati, distese di sabbia, piscine, campi da tennis).

Poi vi sono quegli scrittori che, per condizione geografica, risentono meno dei cambiamenti del poliziesco: costoro sono gli scrittori francesi. La ragione del loro successo nei paesi francofoni?

Per aver testimoniato di saper scrivere e affascinare anche loro, per il fatto di ritenere di non dover per forza seguire il carro anglosassone, anche per una sorta di rivendicazione delle loro origini (il poliziesco era nato non solo con Sherlock Holmes ma anche con Monsieur Lecoq), per ritornare ad affermare una loro forza, in contrapposizione ai loro cugini inglesi (in certo modo la ruggine, dalla Guerra dei cent’anni, affiora sempre qua e là) che si era persa con l’inizio del primo conflitto mondiale, fino a quando gli scrittori francesi erano stati sulla breccia dell’onda: se vogliamo la grande stagione della Letteratura Gialla francese è quella con Lupin di Leblanc e Rouletabille di Leroux. Ma fin quando c’è il romanzo d’appendice e il Feuelliton, la Francia ammalia. Tutto finisce con la Prima Guerra Mondiale : son le guerre che sanciscono la fine dei filoni di Letteratura Gialla.
La Belle Epoque finisce e dalle ceneri nasce la pretesa che ci si distacchi dai soliti romanzi di avventura e fantasia.

 

 Coloro che ripetono le forme, come Gaston Boca (pubblicato in Italia, con l’italianizzazione fascista dei nomi stranieri, come Gastone Boc(c)a ), e i suoi amici Latzarus, Bernard, Destez, Groc etc., tutti dimenticati, sono sorpassati da chi inventa nuove soluzioni. Io penso che la sconfitta prematura del Giallo francese sia derivato dalla tendenza tutta francese ad adagiarsi su se stessa, una sorta di sciovinismo letterario, di chi crede di essere depositario della cultura : sugli allori di Leroux, Leblanc e Allain& Souvestre (Fantomas), hanno riposato gli altri, chi credeva di continuare in maniera estenuante a ripetere stilemi fritti e rifritti.

Il “Grand Guignol” nasce nella Francia di inizio secolo, e tutti gli scrittori di polizieschi, soprattutto i più lontani nel tempo, hanno utilizzato elementi del Grand Guignol: violenza, sangue, scene macabre. Quasi nessuno si è sottratto.

La tendenza ad una letteratura e a riferimenti macabri sono soprattutto presenti negli scrittori di inizio secolo : Georges Meirs (di cui ho svariate opere, le cui copertine sono illustrate da Crepax) è uno di quelli. Come autore non è nulla di speciale, in quanto ricalca gli stilemi di inizio secolo : il brillante poliziotto William Tarps ed il suo fido collaboratore l’avv. Pastor Lynham sono il suo Sherlock Holmes e il fido Watson, e in questo ripete quello che affermano molti altri scrittori. Devo dire che in alcuni vi sono Camere Chiuse, ma abbondano le situazioni orrorifiche e d’effetto – davanti alle quale oggi ci metteremmo a ridere – e i titoli le ricalcano :”L’ombra che uccide”, “Il Cadavere Assassino”, “La mano fantasma”, “Il segreto della mummia”, “La carta insanguinata”, etc… Per certi versi, i titoli di questi romanzi mi ricordano quelli del ciclo per ragazzi de “I 3 Investigatori”: un’altra influenza del romanzo francese su quello anglosassone?

Un bel giorno è avvenuto il sorpasso del filone all’inglese su quello francese. Hanno cominciato a dettare legge la Christie, la Sayers, Wallace, e poi gli americani Van Dine soprattutto, ma anche Biggers.  E così ilgiallo francese è divenuto vassallo di quello britannico e americano.

Con il successo di questo filone, vengono fondate importanti case editrici in Francia :“Le Masque” (1927) che presentò Agatha Christie, e l’ “Empreinte” (1929) che presentò Carr, Crofts, Wallace, Queen, Freeman, etc. Nello stesso anno de “La Collection de l’Empreinte” viene pubblicato il primo Giallo della Mondadori con Van Dine, “La strana morte del Signor Benson”.
Essendo un’enclave, quella francese, una sorta di valle solitaria (anche se come abbiamo detto parecchi autori francesi varcarono le Alpi per affermarsi altrove), essa, alla fine della seconda guerra mondiale, si sottrasse alle regole seguite altrove, nonostante alcuni degli autori francesi si fossero avviati sulla via tracciata dagli inglesi: seguendo vie nuove, oppure confrontandosi sullo stesso terreno e creando dei capolavori pari per sottigliezza a quelli anglosassoni.

Fine Prima Parte

 

PIETRO DE PALMA

lunedì 21 ottobre 2024

Kelley Roos : Sudario alla moda (If the Shroud Fits, 1941) – I Classici Del Giallo Mondadori N° 114 del 1971

 


 

 

Sudario alla moda (If the Shroud Fits, 1941) è dei romanzi di Kelley Roos, pubblicati da Mondadori, forse il più famoso. L’ultima volta fu pubblicato su I Classici del Giallo 114 del 1971, ma lo era stato già stato nel Giallo Mondadori. Si ambienta, come un famoso giallo di De Angelis, nel mondo della moda: il soggetto, non è che fosse dei più popolari per un romanzo poliziesco, ma in Italia – si sa – la moda è una sorta di emblema nazionale. Per cui… il romanzo, tra quelli di Kelley Roos mondadoriani, è il più famoso (dico mondadoriani, perché il più bello fu pubblicato invece da I Gialli del Veliero, Martello Editore).

In uno studio fotografico fervono i preparativi: la milionaria Isabelle Fleming, ha accettato di posare dinanzi ad una esposizione di pezzi di argenteria Cattrell. Isabelle è la zia di Erika Maccormick, moglie di Mac Maccormick proprietario dello studio fotografico. Mac la sera prima gli ha chiesto un prestito di trentamila dollari. Le fanno la foto, e le lastre le mandano a sviluppare. Julia Taylor, la segretaria dello studio, andata in camera oscura a prendere la lista degli oggetti del servizio di argenteria Cattrell presi a nolo, ad un certo punto sente che qualcuno, nel buio è entrato alle sue spalle, sente un odore dolciastro: una luce di lampadina tascabile l’abbaglia, e poi chi era venuto di soppiatto, di soppiatto va via. Julie esce dalla Camera oscura ma non trova nessuno. Si confida con Haila Troy, ex modella ed attrice.

La seduta di posa però è andata male visto che le lastre sono state rotte, ma non si sa da chi, e quindi  dev’essere rifatta: così, in fretta e furia ,vengono richiamate le persone che avevano posato assieme alla  Fleming, cioè Madge Lawrence e May Ralston modelle, Robert Yorke attore, Lee Kenyon ballerino, Jim Snyder giocatore di golf. Viene riallestita la scena, con l’argenteria Cattrell in primo piano, e dopo che tutto si è ripetuto con grande maestria, la sig.ra Fleming viene trovata uccisa con un trinciante in argento del servizio conficcato nella schiena. Chi mai avrebbe avuto motivo di ucciderla? Lo strano incidente accaduto a Julia ha un nesso? Julia però non l’ha rivelato a nessuno oltre Haila, e continua a mantenere il segreto quando viene interrogata dal Tenente Wyatt della Squadra Omicidi.

Dal tenente vanno ritirate le lastre nuove, ma anche queste vengono trovate in frantumi: perché? Wyatt sospetta che qualcuno non voglia che possa essere provato che dopo l’ultima foto, il trinciante sia stato preso da qualcuno e usato nel modo sbagliato. A questo punto, visto che  il positivo della prima foto è stato distrutto ne chiede il negativo, e lo confronta con la foto positiva della seconda posa: dalla prima  risultano i pezzi d’argento, dalla seconda no, a significare che il trinciante non è stato sottratto dopo la ripetizione della posa ma prima, cioè è stato un delitto premeditato.

Interrogati, tutti gli astanti negano di aver visto mail il pezzo Cattrell né tantomeno di aver visto qualcuno prenderlo: tuttavia, dai movimenti, e dal fatto che a ereditare sarebbe Maccormick attraverso la moglie Erika, la polizia si persuade che sia stato lui. Non basta a dissuadere la polizia dal sospettarlo, neanche il fatto che egli riveli alla polizia di aver ottenuto la promessa del prestito di 30.000 dollari dalla vittima, la sera prima – somma che se fosse stata erogata lo avrebbe salvato dal fallimento, mentre per ereditare gli otto milioni di dollari ci sarebbe voluto molto tempo – e che altri lo confermino: per la polizia il sospettato è lui.

Fatto sta che Maccormick sentendosi già in trappola e non fidandosi della polizia, si affida ad un amico Jeff Troy, marito di Haila, provetto investigatore che all’inizio rifiuta di occuparsi delle indagini perché sta per essere coinvolto in un lavoro molto remunerativo, ma poi accetta quando sa che in pericolo è Mac. Da questo punto in poi comincia una girandola di situazioni che vedono Jeff alle prese con tutti coloro che erano presenti alle due sedute di posa.

E così viene a sapere che:

Haila molto spesso è stata vista con Lee Kanyon e gli ha procurato un lavoro in un locale; Lee improvvisamente da squattrinato che è, comincia a vestirsi in maniera lussuosa e a condurre una vita ben al di sopra delle sue magre possibilità: interrogato, si saprà che aveva ricevuto 10.000 dollari proprio dalla vittima, perché non frequentasse più Erika, nipote e moglie anche di Mac; Haila vuole divorziare da Mac perché lui non le assicura più una vita lussuosa; Isabelle Fleming, 15 anni prima, aveva fatto di tutto perché alla prima moglie di suo marito Sanford Fleming non venissero riconosciuti i 60.000 dollari che egli le aveva riconosciuto come riparazione, in sede testamentaria, pagando un testimone in mala fede perché testimoniasse che la disposizione testamentaria era stata fatta su minaccia; così facendo però, come prevede la legge dello Stato di New York, in mancanza di testamento olografo, alla moglie sarebbe stato riconosciuto un lascito pari ad un terzo, mentre i due terzi sarebbero andati allo Stato; da questa volontà della moglie era sorto uno scandalo che lei non aveva previsto; May Ralston, ha come primo cognome Fleming: è parente anche lei della milionaria uccisa?; Madge Lawrence è un mistero: non si sa chi sia, e l’agenzia che le dà lavoro la difende come nessun’altra. Veste con abiti di gran classe e ha un portamento regale. Rifiuta di parlare a Jeff: perché alla ripetizione delle foto è arrivata alle dieci, mentre la seduta di posa era alle nove? Cos’ha fatto in quell’ora di buco? Non si sa dove abiti, manca ogni riferimento su di lei.

E poi ci sarebbe anche colui per il quale Erika vuole divorziare: anche questo X è sospettabile perché avrebbe potuto ambire a sposare Erika, dopo aver lei ereditato otto milioni di dollari, il che vuol dire che avrebbe potuto architettare la morte di Isabelle, perché Erika potesse ereditare, visto che lei intendeva a sua volta divorziare da Mac; inoltre avrebbe potuto far cadere la colpa su di lui. Insomma di carne al fuoco ce n’è parecchia.

 

 

E per di più ci sono anche Snyder e Rorke che non si sa che parte abbianonella vicenda e che potrebbero essere loro indifferentemente Mr X.

A tutto questo si sommano delle situazioni che tengono la vicenda con una tensione piuttosto alta: Jeff aiutato da Mac e dal suo collega e socio Kirk Findlay, che in giro – si sa- ha del tenero nei confronti di Julie Taylor, si barcamena in situazioni caotiche. Per esempio deve capire chi ha attentato alla vita di Haila (o se volesse davvero attentarvi), nello studio fotografico, dove lei si è addormentata e Jeff prima di uscire le ha messo sopra un soprabito: nel buio ha sentito qualcuno entrare e trafficare, producendo un rumore metallico ripetuto che all’inizio non sa bene identificare e poi temendo di essere in pericolo è ricorsa alle scale di servizio, capendo di essere in trappola e per fuggire ha dovuto salire per quasi trenta piani per poter uscire sul pianerottolo e poter prendere l’ascensore, perché le uniche porte che possono aprirsi dal di dentro sono quelle del piano terra e dell’ultimo piano; e poi deve capire dove si sia cacciata Julie e per quale motivo sia dovuta fuggire e se davvero sia fuggita o qualcuno l’abbia uccisa; qualcuno colpisce Jeff in un locale dove sta assieme ad Erika, dopo aver provocato il buio nella sala; si capisce cosa fosse il rumore metallico che Haila aveva sentito: le monete che vengono messe nel distributore dell’acqua: svitata la coppa dei bicchieri, viene trovata una scatoletta contenente cloroformio. Chi ve l’aveva messa? Si verrà a sapere che a nasconderla lì era stata Julie. Perché ?

E che parte ha nella vicenda Frances Frost, amica di Julie, che vive circondata di tartarughe che odia?

Jeff scoprirà l’assassino quasi per caso alla fine, dopo che ha ucciso anche Erika, e dopo che Mac è stato arrestato per l’omicidio della zia della moglie e della moglie stessa.

Romanzo nato con altra aspettativa, If the Shroud Fits mischia situazioni leggere ad altre che hanno ben altra tensione, talora opprimente: questo è già un elemento che rivela come si tratti di un’opera acerba (nell’ambito della produzione di Kelley Roos, questo romanzo è il secondo) perché nel prosieguo della serie delle avventure di Jeff e Haila, il tono delle avventure sarà sempre più leggero, diventando questo una sorta di distintivo della produzione della coppia di scrittori marito e moglie, William Roos e Audrey Kelley, che si firmarono come Kelley Roos.

Inoltre la soluzione arriva inaspettata, per un ragionamento fatto da Jeff senza che il lettore, com’era nell’ambito della produzione degli anni ’30 e ’40, fosse stato messo a parte degli indizi base che porteranno poi all’identificazione dell’assassino.

Questa è la base dolente del romanzo: non sempre infatti lo scrittore mette a disposizione del lettore gli stessi indizi su cui basano le proprie indicazioni Wyatt da una parte e Jeff dall’altra. Così, se fa capire perché Julie abbia nascosto la scatoletta di latta contenente cloroformio nel distributore di acqua, non potendolo portare fuori per la presenza della polizia, dopo averla trovata per caso nella tasca della giacca di Mac, dove l’assassino l’aveva nascosta per far cadere un altro sospetto su di lui e dove lei cercava dei cerini per accendersi una sigaretta, in maniera simile dovrebbe far capire il ruolo di altre persone nell’azione, che sbrigativamente alla fine viene citato.

Molto spesso si arriva a determinati situazioni per effetto di colpi di fortuna o di situazioni non ben definite: l’unico vero momento di pura detection è quando Jeff scopre l’identità vera di Madge  Lawrence. Jeff indaga e alla fine scopre che Madge all’età di diciassette anni si era sposata a Sanford Fleming e lei era la sua prima moglie che Isabelle Fleming, gelosa, aveva rovinato. Madge, così si fa chiamare, in realtà si chiama Amanda Lewis, nominativo che Jeff ha trovato scartabellando vecchi giornali,  ha trentotto anni, vive dei pochi servizi che riesce a rimediare e per schermare il suo passato, noleggia abiti costosi quando va al lavoro cosicchè gli altri si convincano che lei non è quella che invece è: una poveraccia o quasi; e l’intuizione che porta ad associare il rumore metallico a quello delle monete che vengono introdotte nel distributore d’acqua.

Il tutto condito da una moltitudine di fatterelli, di indizi, di piccoli dettagli, che portano a schemi non tutti incastrantisi tra loro, che vengono cuciti assieme ma non definiscono un quadro d’insieme. Questo rivela pecca sostanziale del romanzo: se il plot ha una soluzione ultra complessa, rivelando un assassino insospettabile, in realtà manca una trama ben assortita, un puzzle plot che troveremmo in un super romanzo di Ellery Queen o di Carr o di Crispin o di Rawson o di Brand, perché parecchi di questi dettagli non portano a vie che sfociano in altre che poi si incanalano nella soluzione finale: ci sono cioè delle tessere del puzzle che hanno vita propria, che è come se fosse indifferenti a ciò che si sta sviluppanndo. Per es. Erika, che parte ha nella faccenda? Si vede all’inizio e quasi alla fine quando viene ammazzata. E perché l’assassino la ammazza? Il motivo non è molto chiaro: per salvarsi? E avrebbe fatto tutto quello che ha fatto per poi ammazzare la gallina dalle uova d’oro?

Almeno il finale non è prevedibile, no questo no. Inoltre il ritmo è notevole, e stilisticamente è molto più facile da leggere perché le descrizioni sono risicate e i fatterelli stemperano l’attenzione verso il plot centrale. Probabilmente è anche il frutto di un abile montaggio in sede di traduzione (è tagliato non c’è dubbio), perché la critica che ne da Mike Grost è tutt’altra, cioè che non è un romanzo facile (bello) da leggere: “One is the tone of grim anxiety, even horror sometimes, that dominates this book. It is not fun to read”.

Insomma è la prima volta che possa dire che la traduzione italiana ha superato la versione originale inglese del romanzo.

Pietro De Palma